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REPORTAGE 16 Novembre Nov 2015 0800 16 novembre 2015

Iraq, la vita dei rifugiati nella terra del Califfo

Sono circa 1.000 siriani. Scappati dalla guerra e accolti nel campo di Al-Obaidi. Poi preso dall'Isis. Ora vivono senza cibo e sotto la Sharia. La loro storia a L43.

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Profughi nel regime del Califfo. Dei 4 milioni di profughi provocati dalla guerra civile in Siria, un migliaio vive in 'territorio nemico'.
Sono gli ospiti del campo di Al-Obaidi nella provincia di Anbar, in Iraq. L'unico che sorge nel territorio sotto il controllo dell’Isis.
«Mio fratello mi racconta cose terribili, la vita nel campo è resa ancora più dura dalle regole imposte dallo Stato Islamico», dice Krikoris, un armeno-siriano di 50 anni. Quando la guerra civile ha sconvolto la sua vita a Deir al-Zor, lui ha raggiunto alcuni parenti in Libano. «Purtroppo mio fratello e la sua famiglia non sono venuti con me. Quando la situazione è precipitata la sola via di fuga per loro è stata verso l’Iraq e sono finiti nel campo profughi di Al-Obaidi».
LA CONQUISTA DEL CAMPO. Nei rari contatti telefonici il fratello Agop gli racconta di come le donne, anche cristiane come sua moglie, siano costrette a coprirsi il volto con il niqab e non possono uscire se non sono accompagnate da un uomo della famiglia. Alcol e fumo sono assolutamente proibiti e la barba e obbligatoria per gli uomini. In caso di mancato rispetto delle regole, «le pene sono pesanti, vanno dalle frustate alla decapitazione».
Nel luglio 2014, quando gli uomini del Califfo hanno conquistato gran parte della regione, anche Al-Obaidi è caduto nelle loro mani. Presi alla sprovvista dalla rapida avanzata degli uomini dell'Isis, gli ospiti del campo non hanno avuto modo di fuggire. «Ora è impossibile andarsene», spiega Krikoris, «chi ci ha provato è stato ucciso».
L'IMPOSIZIONE DELLA SHARIA. Pochi giorni dopo la conquista di Al-Obaidi, i miliziani dell’Isis, durante una visita al campo, iniziarono a dettare le loro regole. Le associazioni umanitarie locali potevano continuare a lavorare nel campo solo se i residenti avessero rispettato la Sharia (la legge islamica).
Inoltre, i jihadisti pretesero l’immediata rimozione di ogni simbolo dell’Onu.
L'Unhcr (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), per motivi di sicurezza, aveva già evacuato il suo personale dal campo quando i militanti ne presero il controllo. Da allora cerca di garantire cibo, acqua e medicinali attraverso il lavoro di alcune associazioni umanitarie locali.
UNA VITA DI TERRORE. I profughi di Al-Obaidi, quasi per metà bambini, vivono nel terrore. «Agop mi ha raccontato che pochi giorni dopo i jihadisti giustiziarono tre uomini e due donne accusati di spionaggio e di aver violato la Sharia. In agosto hanno decapitato un operatore di un’associazione umanitaria, senza neppure dire di cosa era accusato».
«Inizialmente gli aiuti umanitari al campo sono stati consegnati in piccole quantità attraverso i partner locali delle Nazioni Unite», dice Bruno Geddo, rappresentante dell’Unhcr in Iraq, «e in sacchi neri senza logo delle Nazioni Unite. Il Wfp è stato costretto a sospendere gli aiuti alimentare nel febbraio scorso. Attualmente, grazie al lavoro delle associazioni locali, riusciamo a garantire solo due pagnotte di pane a settimana e poche decine di dollari al mese a ogni rifugiato».

Krikoris: «Arrivano sempre meno rifornimenti, si cucinano anche le erbacce»

Con l’intensificarsi dei combattimenti, le strade della regione sono diventate sempre meno sicure e chiuse dai posti di blocco dell’esercito iracheno e dell’Isis.
«Al campo», spiega Krikoris, «arrivano sempre meno rifornimenti e Agop mi racconta che cercano di cucinare anche le erbacce, ma anche quelle sono poche».
In questo anno e mezzo, solo due volte ad Al-Obaidi sono arrivati medicinali e la situazione sanitaria è davvero pesante.
POCHE INFORMAZIONI. Tuttavia, le associazioni attive nel campo sono riuscite a convincere i miliziani dell’Isis a far visitare i pazienti di sesso femminile da un medico uomo, perché in caso di emergenza non c’è sempre la disponibilità di una donna medico.
«Agop mi ha detto che non hanno dato esplicitamente il loro consenso a questa violazione della Sharia, ma che si sarebbero limitati a non guardare», dice Krikoris.
Le agenzie umanitarie, come l'Unicef, e le associazioni internazionali di cooperazione non diffondono molte informazioni sulla vita del campo e sul loro lavoro.
UN TEMA DELICATO. «È un tema estremamente delicato quello sull’impegno in situazioni particolari come Al-Obaidi», ha scritto Eva Svoboda, ricercatrice esperta di aiuto umanitario. «Non è conveniente parlare di trattative con soggetti non istituzionali. Non è, certo, solo il caso dell’Iraq, Lo stesso è avvenuto in Afghanistan e in Somalia».
Il silenzio su questo argomento è in gran parte dovuto al bisogno di difendersi dal contrasto tra il diritto internazionale umanitario, che assicura la fornitura di aiuti ai civili coinvolti nei conflitti, e le norme antiterrorismo. «Queste ultime, in genere, spingono a ritenere le organizzazioni umanitarie responsabili per eventuali negoziati con i gruppi iscritti nella lista delle organizzazioni terroristiche, come l'Isis».
AL-OBAIDI A RISCHIO CHIUSURA. Nella storia dei conflitti recenti i gruppi ribelli, dalla Somalia al Sudan, hanno accettato spesso l’intervento e l’aiuto delle organizzazioni internazionali, anche per tentare di guadagnare il sostegno, almeno passivo, della popolazione locale.
Così, quasi sempre i gruppi belligeranti consentono di lavorare a chi si occupa di aiuti umanitari, naturalmente dopo una trattativa.
Gli operatori umanitari del campo temono che Al-Obaidi possa chiudere entro pochi mesi. «Dicono che i fondi a disposizione sono sempre meno», conclude Krikoris, riportando le parole del fratello, «e che i donatori non gradiscono l’idea di finanziare un campo profughi nelle mani dell'Isis. Noi che fine faremo? Non possiamo andare da nessuna parte».

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