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INTERVISTA 17 Novembre Nov 2015 1333 17 novembre 2015

Pignatti Morano: «Scacco al Califfo in tre mosse»

Colpire i finanziamenti. Combattere il traffico d'armi. E rafforzare l'intelligence. Pignatti Morano: «Servono nuovi strumenti di lotta. Russia e Turchia? Ambigue».

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Un'azione di tracciamento e taglio dei finanziamenti internazionali, a cominciare da quelli che arrivano dalla vendita del petrolio.
Un embargo nelle zone più calde del Medio Oriente, per contrastare il traffico d'armi.
E un rafforzamento dell'intelligence, prioritaria in questo momento rispetto a operazioni di stampo prettamente militare.
Tre tipologie d'intervento separate, ma in grado - se portate avanti in maniera incisiva e concertata - di limitare fortemente l'Isis: «Bisogna introdurre nuovi strumenti di lotta», spiega a Lettera43.it Martina Pignatti Morano, economista e presidente dell’associazione Un Ponte Per, attiva in Iraq dal 1991 e ora a sostegno della società civile in altri Paesi del Medioriente. «L’attenzione finora si è rivolta alle guerre tradizionali in cui ogni Paese era coinvolto. Sappiamo che la Turchia fa finta di combattere Daesh per, in realtà, annientare i curdi, e vediamo che la Russia ha fatto finta di combatterlo per, in realtà, annientare i nemici di Assad».

Nel riquadro, Martina Pignatti Morano.

DOMANDA. Qual è stata la sua prima reazione all’attacco su Parigi?
RISPOSTA.
La prima reazione è il dolore immenso che abbiamo provato anche di fronte alla strage di Ankara, dove, come a Parigi c’erano tanti giovani massacrati, tra i quali attivisti come noi. A Parigi erano persone qualsiasi che cercavano semplicemente di godersi un venerdì sera. Persone che soffrono i contraccolpi di una politica criminale che noi critichiamo da anni. E poi rabbia...
D. Per cosa?
R.
Per l’incapacità in molti Paesi di ascoltare le voci della società civile il che porta a questa tragica violenza che colpisce le nostre popolazioni in Europa.
D. Al di là del dolore e della rabbia, non s’impone anche un calmo approccio razionale e analitico, seppur compassionevole di fronte a simili barbarie?
R.
Certo, questo è molto importante e fa parte anche del nostro lavoro come organizzazione non violenta.
D. L’attacco di Parigi mostra un salto qualitativo, dal punto di vista militare e organizzativo, rispetto all’eccidio contro Charlie Hebdo...
R.
Fermo restando che esistono dei mandanti specifici tra il gruppo dirigente di Daesh, acronimo che preferisco a Isis perché a livello comunicativo è non subito associabile alla parola “islamico”, bisogna tener conto del livello di folle fanatismo che caratterizza certe cellule jihadiste in Europa.
D. Non crede che sia prioritaria un’indagine sistematica da parte di tutti gli attori coinvolti per bloccare il flusso economico che tiene in vita l’Isis o Daesh che dir si voglia?
R.
Certo, questa è la prima strategia da adottare: tagliare tutti i finanziamenti a cominciare da quelli che provengono dalla vendita del petrolio, anche se attraverso intermediari. Non dimentichiamo poi che in qualche modo non pochi beni culturali saccheggiati dal Califfato in Iraq e in Siria finiscono sul mercato. Inoltre personaggi molto ricchi, ma noti alla monarchia saudita (che però sembra chiudere un occhio), contribuiscono finanziariamente alla sopravvivenza di Daesh.
D. C’è poi il mercato delle armi, sul quale non c’è un vero controllo…
R.
Infatti, la seconda strategia consiste proprio in questo: impedire che queste armi arrivino da fuori il Medio Oriente, ma anche dallo stesso Medio Oriente, come abbiamo visto nel caso del traffico più o meno segreto dalla Turchia verso il Califfato. La nostra organizzazione suggerisce addirittura un embargo totale in tutta la regione, ma, come uno può immaginare, sarebbe un po’ difficile ottenere tanto, visti anche gli interessi che ci sono dietro.
D. E il terzo passo?
R.
Ovviamente più intelligence. Sono sicura che se tutti i soldi spesi in operazioni militari venissero destinati a un massiccio e pervasivo lavoro di intelligence, di hackeraggio online, molte di queste cellule sarebbero già state individuate e bloccate.
D. C’è forse una mancanza di volontà di implementare queste strategie?
R.
Diciamo che l’attenzione finora si è rivolta alle guerre tradizionali in cui ogni Paese era coinvolto. Sappiamo che la Turchia fa finta di combattere Daesh per, in realtà, annientare i curdi, e vediamo che la Russia ha fatto finta di combatterlo per, in realtà, annientare i nemici di Assad.
D. Sta dicendo che i russi non fanno nulla contro l'Isis?
R.
No, però finora, statisticamente parlando, è anche vero che la maggior parte dei bombardamenti russi in Siria sono stati rivolti più all’opposizione anti-Assad. Comunque ora c’è stata un’escalation di attacchi mirati contro i jihadisti. E infatti, come ritorsione, abbiamo visto l’attentato terroristico contro l’aereo russo nel Sinai.
D. Il vostro lavoro quotidiano come organizzazione non violenta si concentra sulla ricostruzione civile dei Paesi dilaniati dalla guerra, a cominciare dall’Iraq. Come può questo aiutare a debellare i jihadisti?
R.
In tutti questi Paesi il fenomeno criminale terroristico prospera nel momento in cui ci sono fazioni o segmenti sia della politica che del tessuto tribale che non trovano la possibilità d’inserirsi nel sistema democratico. Quindi, ad esempio in Iraq, certi gruppi sunniti estromessi dal governo sciita hanno preferito allearsi con il Califfato, non vedendo la possibilità di affermare i diritti della propria popolazione. Ovviamente, far partire un serio processo di dialogo nazionale, sarebbe la via per fare il vuoto attorno al Califfato stesso.
D. Secondo alcuni, questa è una guerra di religione; secondo altri la religione è una maschera dietro alla quale ci sono precisi interessi economici e di potere. Lei da che parte sta?
R.
Bisogna ammettere che esiste anche un aspetto di puro fanatismo religioso sul quale il Califfato sta basando il suo potere. Però se questa è l’analisi, per lo stesso motivo, dovremmo chiamare religione la visione del mondo, supportata da una forma di fanatismo cristiano, dietro l’attacco di Bush all’Iraq, con la sua volontà di esportare la sua democrazia e il suo capitalismo. Allora dovremmo anche definire religione l’ideologia fanatica del Ku Klux Klan. Ecco perché molti musulmani “normali”, che poi sono la stragrande maggioranza, non si sentono in dovere di scusarsi per il Califfato. Proprio perché non si sentono di avere nulla in comune col suo modo di pensare e di agire.
D. A livello internazionale, qualcosa si sta muovendo?
R.
Vedo sicuramente maggiore disponibilità da parte di Stati che hanno interessi diversi di muoversi insieme contro il Califfato, ma purtroppo non vedo la volontà di mettere in campo nuovi strumenti. Per questo sono assolutamente preoccupata di fronte a risposte che poi genereranno contraccolpi sulla sicurezza delle popolazioni nel mondo arabo, ma anche delle nostre.
D. Come dovremmo porci noi come cittadini appartenenti alla democrazia europea?
R.
Noi cittadini europei riusciremo veramente ad affrancarci da questa paura che ci viene instillata solo quando ci sentiremo ugualmente vicini alle vittime di Parigi come a quelle di Beirut o di Ankara, oltre a quelle colpite ogni giorno dai conflitti in Siria e in Iraq. Quando riusciremo veramente ad avere quest’ottica più bilanciata riusciremo anche a pretendere che i nostri governanti abbiano una visione capace di promuovere la nostra sicurezza. Dovremmo chiederci se la pazzia delle cellule terroristiche presenti sul nostro territorio non sia anche il frutto di una nostra intolleranza.
D. In un tweet dopo l’attacco di Parigi Alexis Tsipras ha fatto appello a un’Europa democratica, ma anche multiculturale...
R.
Oltre ad accogliere le vittime delle guerre che noi stessi abbiamo in parte prodotto, dobbiamo facilitare la convivenza. Prima si parlava d’integrazione, ora si parla di coesistenza, di dialogo tra culture. Dobbiamo accettare il diverso e accettare anche di farci contaminare da esso. Solo questo ci può salvare. Altrimenti le barriere dell’odio continueranno a crescere.

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