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TESTIMONIANZE 23 Novembre Nov 2015 0900 23 novembre 2015

Odio anti-islam, cosa ci insegna l'ex Jugoslavia

Vicini che diventarono nemici. Solo perché di fede diversa. Accadde nei Balcani. Nel 1992. Le storie di Elvira, Azra e Tijana. «Dopo Parigi non rifate quegli errori».

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«Solo terrore». Con questo titolo l'Isis celebra sulla sua rivista in inglese Dabiq gli attacchi terroristici di Parigi. In copertina una foto dei vigili del fuoco francesi sul luogo degli attentati e un cadavere coperto da un lenzuolo.

Il compagno di classe, il collega, il vicino di casa possono diventare il nemico solo perché di fede musulmana?
Il rischio, dopo le stragi di Parigi, c'è.
L'equazione 'musulmano uguale jihadista' o, se si vuole, 'islamico uguale islamista', serpeggia nei commenti, sui social, in alcuni salotti televisivi.
SALVINI: «FRONTIERE CHIUSE!». «Subito chiusura frontiere e controlli a tappeto su realtà islamiche», twittava Matteo Salvini poche ore dopo gli attacchi. Aggiungendo qualche giorno dopo: «Medico, piscina, scuola per soli islamici? Sono troppe le richieste assurde, islam è fermo!».
E su Facebook: «Alle prossime elezioni in Francia si presenterà un Partito islamico. Capito dove vogliono arrivare? Un Partito islamico in Italia? Mai».
Gli ha fatto eco Daniela Santanché: «L'islam festeggia i nostri morti».
Mentre ancora su tutto rimbomba quel «Bastardi islamici» con cui Libero ha titolato la notizia delle stragi jihadiste del 13 novembre 2015.
RISCHIO RADICALIZZAZIONE. «Non si rendono conto del male che stanno facendo», aveva commentato a Lettera43.it Hamza Roberto Piccardo, tra i fondatori dell'Ucoii (l'Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche in Italia), «vogliono scatenare una guerra civile, nutrono l'odio senza considerare che facendo così radicalizzano le posizioni del mondo musulmano».
IL PRECEDENTE BALCANICO. E dire che l'Europa questa escalation l'ha già conosciuta. Insieme con le sue tragiche conseguenze.
Non bisogna andare lontano: in Jugoslavia, una trentina di anni fa.
Ferite che non sono ancora guarite, come dimostrano i nuovi scontri in Kosovo dove l'opposizione sta chiedendo al governo di denunciare tutti gli accordi con Belgrado e Podgorica, soprattutto quelli relativi alla creazione dell'Associazione delle comunità serbe nel Paese e alla demarcazione della linea di frontiera con il Montenegro.

Elvira: «I miei compagni di scuola scapparono in Serbia»

Due donne musulmane in preghiera sulle tombe delle vittime del massacro di Srebrenica.

Elvira Mujčić, scrittrice e traduttrice di famiglia musulmana nata in Serbia ma vissuta fino al 1992 a Srebrenica, in Bosnia, racconta a Lettera43.it: «Alla fine degli Anni 80 il partito nazionalista serbo di Slobodan Milošević diede il via alla propaganda nazionalista. 'Nessuno può toccare i fratelli serbi', diceva riferendosi all'Albania. Lasciando intendere che esistevano un 'noi' e un 'voi'. E che l'altro, il musulmano, era il nemico».
Il fatto è che «una volta che hai creato un nemico hai creato la guerra».
Perché «la propaganda alla fine diventa realtà». Così dalle parole, dalle accuse e dalle bugie si è passati alle epurazioni e alla pulizia etnica.
«NOI ISLAMICI NEMMENO PRATICANTI». Elvira era piccola, aveva poco più di 10 anni.
Ricorda però che i compagni di scuola «fuggivano in Serbia con le loro famiglie per paura di noi musulmani».
E dire che «io e la mia famiglia eravamo sì islamici, ma nemmeno praticanti, come molti, moltissimi bosniaci».
Per questo la prima reazione fu di incredulità.
«Quando la situazione si fece più grave, siamo scappati portando con noi poche cose», continua Elvira.
«Fino a guerra inoltrata eravamo convinti fossero disordini e tensioni che si sarebbero risolti. Del resto era caduto il muro di Berlino, l'Europa stava cambiando. E invece sono arrivate le granate».
GLI XENOFOBI SI NUTRONO DI SEMPLIFICAZIONE. Per questo la scrittrice oggi teme quello che può riaccadere.
«Non era una guerra di religione, non lo era allora e non lo è oggi», spiega.
«L'obiettivo era destabilizzare un Paese in cui varie religioni convivevano pacificamente. I partiti xenofobi si nutrono di semplificazione, parlano alla pancia della gente. La rendono accondiscendente».
In Jugoslavia però «la paranoia è stata più difficile da inculcare perché ci conoscevamo tutti, eravamo amici, parenti, vicini di casa, compagni di scuola».
In Italia, invece, il musulmano spesso non si conosce, magari è un migrante appena arrivato dalla Siria o dalla Nigeria che non sa parlare la nostra lingua.

Azra: «Ho saputo di essere musulmana quando mi puntarono il dito contro»

Rifugiati musulmani a bordo di un camion dell'Onu in fuga da Srebrenica (31 marzo 1993).

Azra Nuhefendic, giornalista nata a Sarajevo ma vissuta per molti anni a Belgrado, ricorda: «Ho saputo di essere musulmana solo quando hanno cominciato a puntare il dito contro di me».
Lei che non era nemmeno religiosa: «Vengo da una famiglia laica, di partigiani. E ora dovrei scusarmi e spiegare che non sono jihadista?».
Azra lavorava alla Radio tivù di Belgrado, un'emittente statale dove ha visto concretizzarsi la propaganda anti-islam dei nazionalisti serbi.
«QUANTE BUGIE SUI MEDIA». «Vedevo i colleghi che si inventavano notizie da fantascienza», dice. «Presentavano i musulmani come ottomani con la scimitarra e i pantaloni larghi. Mi ricordo che un giorno diedero la notizia di 40 bambini serbi uccisi dagli islamici. Dissero che avevano cavato loro gli occhi. La gente ci credette, senza interrogarsi. La notizia venne poi smentita, ma una volta che l'hai pubblicata il gioco è fatto».
LE VITTIME DELLE PAROLE... Perché, mette in chiaro citando lo scrittore dissidente Mihajlo Mihajlov, «con un coltello si possono uccidere una, due, o cinque persone, con un fucile se ne fanno fuori 10, con una bomba se ne ammazzano 100, invece le vittime delle parole che istigano all'odio si contano a milioni».
Nel giro di poco tempo in redazione i colleghi smisero di parlarle: «Mi chiamavano 'la Turca'...».
Venne licenziata e inserita nella 'lista dei giornalisti traditori': «Accanto al mio nome c'era una postilla: 'spia degli austriaci'. L'elenco venne poi pubblicato sui principali giornali e notiziari. Era un modo per farci sparare. Avevo paura di uscire, non mi è successo nulla, ma sarebbe potuto accadere».
«CHIESERO DI CACCIARMI DI CASA». Non solo: «I miei vicini avevano chiesto alla padrona di casa della pensioncina dove vivevo di cacciarmi. Per fortuna Mara, serba, mi rassicurò e mi disse che se non avevo soldi potevo anche non pagarla».
Rimase però a Belgrado per altri quattro anni: «Lavoravo come traduttrice per mandare i soldi ai miei a Sarajevo».
Di una cosa anche Azra è sicura: «La religione non c'entra nulla. La mia migliore amica, una sorella, è serba, ortodossa. Chi dice: 'Gli ortodossi, i cattolici e musulmani si odiavano da sempre dice il falso. La mia vita, le mie amicizie sono state tutte false?».
«MANIPOLATI DAI VARI SALVINI». Adesso, si arrabbia Azra, «la gente segue i vari Salvini comodamente in tivù o sul computer, ascoltando esattamente quello che vuole sentire, senza accorgersi di essere manipolata».
E si arrabbia anche quando la sua Bosnia viene definita «culla del terrorismo». Un'altra «manipolazione», sospira.

Tijana: «Parigi ultimo capitolo di una storia cominciata in Jugoslavia»

Poliziotti francesi presidiano la Tour Eiffel.

Tijana M. Djerkovic è una giornalista serba che da 20 anni vive in Italia.
Solo a sentire la parola «guerra» le tremano i polsi.
«Io conosco le bombe. Durante il conflitto sono tornata tre volte a casa, dai miei a Belgrado. Una volta grazie a una troupe televisiva», ricorda, «e so quanto la guerra sia terribile e, ancora peggio, con quanta facilità si pronunci la parola 'guerra'».
Davanti alle stragi di Parigi è rimasta senza respiro, leggendole come una continuazione dell'orrore del conflitto nel suo Paese.
«È uno dei capitoli della storia cominciata in Jugoslavia. E purtroppo non siamo alla fine».
La verità, ammette amaramente, «è che l'Europa è morta con la guerra nei Balcani».
«NON È SCONTRO DI RELIGIONE». Una cosa però è certa: «Oggi come allora non si tratta di uno scontro tra musulmani e cristiani, ma è la conseguenza di decenni di politiche sbagliate. Siamo guidati da personaggi mediocri, senza distinzioni».
Per questo invita a non ragionare per semplificazioni: «È sufficiente ascoltare i mujaheddin bosniaci, i loro discorsi intrisi d'odio e i proclami che oggi inneggiano alla guerra santa. E la Bosnia è il centro geografico dell'Europa, non dimentichiamolo».
Quando legge delle alunne islamiche che a Varese non hanno partecipato al minuto di silenzio per le vittime di Parigi avverte un certo «malumore»: «Come cresceranno questi ragazzi?», si chiede.
Pure la sua famiglia è stata vittima dell'odio travestito da religione: «Mia cugina ortodossa e mio cognato sloveno cattolico sono fuggiti da Sarajevo», ricorda.
«E a saccheggiare la loro casa furono i vicini musulmani». Ma, tiene a precisare, «lo fecero non in quanto musulmani, ma perché str...».
«ANCHE IO COSTRETTA A GIUSTIFICARMI». E come i musulmani, anche lei, serbo-ortodossa, si è trovata nella condizione di doversi giustificare: «Amo il mio Paese, ma non sono certo assimilabile a chi ha compiuto quei crimini durante la guerra. Non sono mai stata, né io né la mia famiglia, per Milošević».
In una parola, la storia non può essere letta con la lente del bianco e del nero. «Chi dice è tutta colpa dei serbi, mente», spiega. «È tutto molto più complicato di così».
Tijana in Jugoslavia ha lavorato fianco a fianco con musulmani bosniaci. «Non si facevano differenze tra gente perbene». E quel «gente perbene» lo ripete, perché il concetto non si perda tra le parole.
LE DIFFERENZE ARRICHISCONO. Ha sempre considerato quelle differenze «un arricchimento», non certo un problema, né tantomeno una minaccia.
E cita col sorriso una battuta di Goran Bregović: «Sono bosniaco, di padre croato e madre serba, con una moglie musulmana: a chi devo sparare?». La Jugoslavia, insomma, era questo.
Il fatto però è che «oggi non conosciamo nulla dei musulmani. Eppure con presunzione pretendiamo che loro conoscano tutto di noi, della nostra cultura. Il fatto è che se non conosci un mondo diverso dal tuo allora lo temi, lo odi».
Ma anche in questo caso, la ragione e il torto non stanno da una parte sola.

Twitter @franzic76

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