Armi 151123111518
FOCUS 23 Novembre Nov 2015 1031 23 novembre 2015

Sulcis, la fabbrica delle bombe che cadono in Yemen

La succursale sarda di Rwm confeziona gli ordigni. Che poi arrivano in Arabia. Un business da 110 mln in tre anni. Per 3.200 tonnellate di componenti prodotti.

  • ...

Per mesi sono partite in silenzio, senza nessuno scatto celebrativo.
Ora, tra ottobre e novembre, le bombe sui pallet sulla pista dell’aeroporto civile di Cagliari-Elmas sono diventate protagoniste di interrogazioni parlamentari, nonché polemiche.
I viaggi dei componenti per le MK82, bombe a caduta libera da mille libbre ciascuna, sono passati finora sottotraccia.
DAL SULCIS ALL'ARABIA SAUDITA. Confezionati nel Sulcis delle industrie in dismissione da un’azienda in controtendenza e dal florido business: a Domusnovas opera infatti, con circa 150 dipendenti, la Rwm Italia, succursale della sede di Brescia, che fa capo al colosso tedesco Rheinmetall Defense.
Quale la destinazione? A bordo dell’aereo cargo 747 - SilkWay-Azerbajan, sono partite in direzione Arabia Saudita, esattamente verso la base militare di Taif, gestita dalla Royal Saudi Armed Forces.
Poi saranno assemblate e completate, pronte a uccidere.
L'INCHIESTA SUI BOMBARDAMENTI IN YEMEN. Sono state infatti utilizzate, come documentato da un’inchiesta accurata del sito di giornalismo Reported.ly contro lo Yemen in più occasioni: la coalizione a guida saudita combatte da mesi contro i ribelli sciiti.
I raid aerei hanno colpito anche scuole e ospedali, nonché migliaia di civili e sono stati condannati dall’Onu. I viaggi accertati e documentati sono due in autunno, uno dei quali, per ironia della sorte, a ridosso della manifestazione dei comitati e sigle indipendentiste contro le ingombranti basi militari e in particolare contro la Trident Juncture della Nato.

  • L'inchiesta di Reported.ly.

Il grillino Cotti immortala il cargo in partenza

Il primo a certificare con una semplice foto da smartphone la partenza in pieno giorno è stato il senatore del Movimento 5 Stelle, Roberto Cotti.
Da un aereo di linea ha visto, come altri passeggeri, le armi ad appena poche centinaia di metri.
A traino il deputato Mauro Pili (Unidos), già presidente della Regione. Foto e video dell’ultimo carico in notturna. Con un goffo tentativo di rendere le armi meno visibili da parte del personale dell’aeroporto.
Come? Posizionando – per quanto possibile – mezzi e auto davanti. La scorsa domenica tutto era pronto per un altro viaggio aereo. Ma qualcosa deve esser andato storto.
OPAL E AMNESTY CHIEDONO CHIARIMENTI. Secondo quanto riporta L’Unione Sarda ci sarebbe stato un diniego da parte del governo egiziano per il sorvolo. In più il tam tam di polemiche, anche sui rischi potenziali per lo scalo civile, è diventato più fitto nei giorni immediatamente successivi ai fatti di Parigi.
E così il viaggio delle bombe made in Sardinia si è fatto più lungo: camion fino a Olbia e poi via in nave, su un cargo Moby, verso Piombino dove sono già arrivate.
Non è certo la prima volta che affrontano le lunghe ore della traversata: l’ultimo viaggio documentato risale ad aprile di quest’anno sulla Jolly Cobalto, considerata la più grande nave porta container del mondo.
Non solo dai politici, le richieste di chiarimenti al governo sono state sollevate anche da pacifisti e soprattutto da chi da anni monitora il mercato delle armi: Opal, Rete Disarmo e Amnesty Italia.
PINOTTI: «È TUTTO REGOLARE». In particolare contestano la violazione di una legge italiana: la 185 del 1990 sull’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra. Come ribadisce ancora l’analista Giorgio Beretta, dell'Osservatorio armi leggere di Brescia.
L'Ente aviazione civile aveva già impresso il sigillo della regolarità, poi il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha dato ancora ulteriori rassicurazioni proprio in questi giorni.
Così ha parlato della Rwm: «È una fabbrica che fa componenti per un prodotto tedesco e l'esportazione può essere fatta. È tutto regolare. Se ci fosse un traffico da nascondere, non lo farebbero in aeroporto, alla luce del sole».
Le autorizzazioni, d’altronde, sono arrivate da Roma e da tempo. Sulla legittimità tutto ok, quindi, nonostante l’embargo sui cui insistono le Ong. Sull'opportunità, ancora ombre.

Un carico d'armi nello scalo di Cagliari-Elmas.

L'Italia è ottava tra i Paesi esportatori di armi

Nessun dubbio invece sul business che ruota – anche- attorno al via vai verso l’Arabia Saudita gestito dalla Rwm Italia.
Dal 2012 al 2014 sono state prodotte 3.200 tonnellate di componenti per bombe. E, secondo quanto riporta L'Unione sarda, le partenze dalla Sardegna hanno generato introiti per oltre 110 milioni di euro in tre anni, grazie a continui via libera da parte del ministero degli Affari esteri.
Dati in linea con il mercato e il giro internazionale e nazionale, secondo il quadro tracciato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), e citato in un recente articolo di Repubblica.
IL RUOLO DELLE BANCHE. L’Italia figura all’ottavo posto tra gli esportatori di armi, non solo: tra il 2010 e il 2014 ha aumentato la sua produzione (e vendita) rispetto al periodo 2005-2009. Gran parte di bombe, armi ed esplosivi – è destinata alla Uae (gli Emirati Arabi Uniti), a seguire India e Turchia.
Tra i promotori (non disinteressati) del giro d'affari ci sono le banche. Non è una novità. La tabella del ministero dell’Economia sul 2014, citata dagli attivisti della campagna “Banche armate” è emblematica: ci sono istituti di credito territoriali, altri che fanno capo a grossi gruppi, come Unicredit e Bnl.
Il flusso di denaro è milionario. Elenchi che girano, in parte con nomi che tornano: alcuni, infatti, non solo finanziano industrie che producono arsenali convenzionali, ma anche armi nucleari.
Tutto è scritto nel rapporto tracciato dall’organizzazione olandese Pax sul 2014 Don’t bank on the bomb.
I PRINCIPALI FINANZIATORI SONO AMERICANI. I soldi vanno alla produzione, manutenzione e ammodernamento: i principali istituti finanziatori sono americani.
In ambito nazionale onore al merito alla sola Banca etica, citata come esempio positivo, del tutto scollegata al mercato. Unicredit, invece, è considerata un finanziatore. E lo stesso vale per Carige, Monte Paschi Siena, Banca Popolare di Sondrio e Banca Popolare dell’Emilia Romagna in quando sostenitori di Finmeccanica che, secondo gli analisti, fa parte della filiera: design, sviluppo e consegna di componenti.
A caduta c’è una banca che ha mantenuto nome identitario, Banco di Sardegna, ma cuore anche emiliano (grazie alle azioni dell’omonima Fondazione e ai patti parasociali del gruppo Bper). Dall’Isola partono quindi manufatti per la guerra convenzionali e soldi per produrre quelli nucleari.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso