RACCONTO 26 Novembre Nov 2015 0800 26 novembre 2015

Hajib: «Io, belga musulmano, vi spiego islam e Ue»

Hajib, cittadino del Belgio con origini marocchine: «La fede non è un cappotto che ci possiamo togliere. Basta islamofobia, senza integrazione vince l'Isis».

  • ...

da Bruxelles

Hajib El Hajjaji.


Hajib El Hajjaji ha 33 anni, è musulmano, nato e cresciuto in Belgio da genitori marocchini.
Rappresenta la cosiddetta seconda generazione illuminata ed è vicepresidente della Collectif Contre l'Islamophobie en Belgique.
Fa l'ingegnere meccanico come professione, l'insegnante come passione. E soprattutto l'idealista.
Crede infatti che è con la forza delle idee che si vincano le guerre, i pregiudizi, le discriminazioni.
Quelle di cui è vittima solo per il fatto di essere musulmano.
E per di più di Verviers, la città vicino a Bruxelles considerata la culla delle cellule jihadiste.
Eppure a Verviers Hajib fa tutt'altro: lavora proprio perché l'islam non venga strumentalizzato.
Perché l'istruzione diventi la prima arma contro imam estremisti ed educatori poco preparati.
«NO ALL'ISLAMOFOBIA». Ma per combattere la radicalizzazione bisogna sconfiggere prima di tutto l'islamofobia, «perché sono due facce della stessa medaglia, si alimentano a vicenda», racconta a Lettera43.it seduto in un caffè di Schaerbeek, altro quartiere di Bruxelles oggetto dei blitz anti-terrorismo di questi giorni.

«Mi sento più belga o musulmano? Entrambe le cose»

'Not in my name'. Così i musulmani dicono no al terrorismo dell'Isis.

Partendo dalla sua esperienza di belga musulmano, Hajib racconta come troppe volte gli sia stato chiesto: «Ma ti senti più belga o musulmano? Una domanda sbagliata», dice, «è come se ti chiedessero sei figlio di mamma o di papà?».
Ed è qui che inizia la discriminazione. La costruzione dell'altro, del diverso.
«Io mi sento entrambi», racconta, «i miei genitori sognano ancora di tornare un giorno in Marocco, io no, il mio Paese è questo».
Un Paese che però lo accetta solo a metà: «L'islam non è parte dell'Europa» è una frase che Hajib ha sentito troppe volte, «ma noi musulmani, nati e vissuti qui, siamo europei».
UE, NON SOLO VALORI CRISTIANI. Se tra i valori fondanti dell'Ue sono menzionate le radici cristiane, oggi ci sono anche altri valori che costituiscono il tessuto umano della cittadinanza europea, è il ragionamento.
«Ci si comporta ancora come se i valori cattolici fossero gli unici valori europei, in questo modo ci dicono cosa non siamo, ma non ci dicono cosa siamo».
RISCHIO DI ISOLAMENTO. Europei a metà solo perché non cattolici o non atei? È davanti a queste domande che il rischio di isolare intere generazioni di europei musulmani diventa concreto. Ed è su questo che fanno leva gli estremisti.
«Prima il problema era che eravamo marocchini e non belgi, ma ora che la seconda generazione, nata in Belgio, è diventata adulta, è iniziata un'altra discriminazione: il problema ora è che siamo musulmani», denuncia.

La religione come elemento discriminante

Bruxelles, allerta terrorismo.

La religione diventa elemento discriminante: da una parte è strumento usato per radicalizzare i giovani e trasformarli in jihadisti, dall'altra una scusa per isolare, emarginare.
Il pericolo è così quello di perdere la propria identità, o addirittura di essere costretti a rinnegarla per vergogna o per opportunità.
«SPERANZA PURE PER ME». Hajib invece va fiero della sua, e quando a Verviers è arrivato il primo medico di origine marocchina ha sorriso: «Ho capito che c'era una speranza anche per me, che i miei genitori avevano ragione a dirmi che dovevo studiare e che avere una professione, un futuro, era possibile».
Purtroppo, dice Hajib, oggi troppi musulmani non pensano che questo possa succedere anche a loro: «Vivono ai margini della società, nella povertà».
IDENTITÀ CALPESTATE. Il problema non è solo economico, però: è sociale.
«Molti giovani come me non si sentono rispettati nella loro identità. Anche se non abbiamo gli stessi valori, dobbiamo avere gli stessi diritti», dice, «invece troppo spesso non è così. Allora di quale riconciliazione parliamo?», si chiede.
«Per essere accettati dobbiamo lasciare la nostra religione fuori dalla società in cui viviamo? Come se fosse un cappotto che ti devi togliere per entrare», si domanda spesso Hajib con i suoi amici.
Amare riflessioni che spesso lasciano un vuoto pericoloso perché è davanti a questa crisi identitaria, a questa diversità che gli islamisti operano.

«Lavoriamo sull'accettazione della comunità musulmana»

Corteo contro la costruzione di una moschea.

Lo sa bene Hajib che è anche vice presidente del Collectif Contre l'Islamophobie en Belgique (Ccib), perché, ripete ancora una volta, «radicalizzazione e islamofobia sono l'una conseguenza dell'altra».
Per evitare l'indottrinamento islamista delle nuove generazioni bisogna prima di tutto lavorare sull'accettazione della comunità musulmana.
COMUNITÀ ENORME. Una comunità enorme in Belgio, formata da circa 640 mila persone (a Bruxelles rappresenta il 25% della popolazione) che sono soprattutto marocchine e turche, «e che dopo la tragedia nella miniera di Marcinelle nel 1956 hanno preso il posto di italiani e poi dei greci», è la loro storia, «immigrati che sono venuti qui per lavorare perché il governo belga li ha chiamati», ricorda riferendosi al Guest work contract attivo dal 1960 al 1974, «persone che nel tempo hanno messo su famiglia e hanno deciso di restare qui», proprio come i genitori di Hajib.
L'INTEGRAZIONE CHE MANCA. Solo che il governo belga non ha mai investito davvero per garantire l'integrazione di questi lavoratori. «Così come erano emarginati gli italiani perché troppo cattolici o i greci perché troppo ortodossi, ora è la volta dei musulmani».
Insomma «la religione», dice, «è sempre stata strumentalizzata da tutti».
Un errore storico di cui ancora tutti, musulmani e non, pagano le conseguenze. E che se in Paesi come la Francia è meno evidente, «perché gli immigrati vivono nelle banlieue», osserva, in Belgio è lampante «perché la comunità musulmana vive soprattutto nelle grandi città, sotto gli occhi di tutti».

«Il malessere dei poveri nei confronti dei ricchi è evidente»

Polizia ed esercito pattugliano le strade di Bruxelles.

L'ormai famigerato 'covo di jiadisti' Molenbeek è per esempio in pieno centro, a 2 chilometri dalla Grand Place e a pochi passi dal ricco quartiere fiammingo di Saint Catherine.
Ma è anche uno dei quartieri più poveri, «qui il malessere e la differenza con i ricchi che abitano a pochi chilometri di distanza è più evidente, frustrante», dice Hajib.
UN RIPOSO... IMPOSTO. «Dicono: siamo tutti cittadini e abbiamo gli stessi diritti in quanto tali, ma se vuoi essere integrato ti devi adattare ai nostri valori», che consistono anche solo nell'accettare di avere come giorno di riposo dal lavoro la domenica, una festa cattolica.
IL FINE ECONOMICO. Troppe contraddizioni che secondo Hajib risalgono da un errore storico, che fu il riconoscimento dell'islam come religione ma solo per puri fini economici.
«Nel 1974 non fu fatto perché c'erano lavoratori musulmani, ma perché il Belgio faceva affari con l'Arabia saudita e per una questione di relazioni economiche il re Baldovino decise di fare questo omaggio al re saudita Faysal». Un riconoscimento fatto per una questione di congiuntura economica, non di visione, tanto che solo nel 1996 fu fondato il Muslim Executive of Belgium.

Gli errori della comunità islamica: affidarsi a indottrinatori

Musulmani che studiano il Corano.

Ma di errori nel lungo percorso di integrazione economica e sociale con il mondo arabo ne ha fatti anche la stessa comunità islamica, ammette Hajib: «Troppe volte ha accettato discorsi estremisti solo perché facevano leva sulla discriminazione sociale dei musulmani, da tutti molto sentita, senza rendersi conto del danno che questi provocavano prima di tutto nei giovani di seconda generazione».
Sbagli spesso frutto di ignoranza, come quello di affidare l'educazione dei figli a imam ed educatori islamici sconosciuti solo perché considerati più istruiti e capaci di loro, salvo poi scoprire che molti non erano affatto più preparati, anzi erano pericolosi indottrinatori.
I MEA CULPA DOPO CHARLIE HEBDO. Una responsabilità che 160 organizzazioni come Convergences musulmanes de Belgique ha denunciato all'indomani degli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 in un documento che condannava la radicalizzazione e si assumeva, come comunità, la responsabilità per aver chiuso un occhio davanti all'estremismo di molti musulmani radicali, «spesso difesi solo perché musulmani».
«CONNETTIAMOCI ALLA REALTÀ». L'unico modo per uscire da questo vortice di ignoranza e discriminazione è allora «avere una religione connessa alla realtà in cui viviamo», conclude, «non ispirata o interpretata da musulmani che vivono in Paesi arabi lontani».
Il link sul quale fanno leva gli estremisti sono infatti le discriminazioni che i musulmani vivono in questa società: «Se qui non hai un futuro e sei una vittima, nel Califfato puoi diventare un eroe, hai una missione, un ruolo».
Una visione idealizzata del male che secondo Hajib si può distruggere solo mostrando che cos'è davvero l'islam: «Servono talk show, conferenze, dibattiti, solo così si potrà riconoscere il vero islam dalla versione drogata e strumentalizzata che ne fanno gli estremisti».
RADICALIZZATI IN RETE, NON A MOLENBEEK. E comunque il primo posto dove i giovani musulmani sono radicalizzati, ci tiene a sottolineare Hajib prima di tornare a casa, «non è Verviers o Molenbeek, ma la Rete. Una città virtuale e però reale, completamente fuori controllo, che l'intelligence ha finora sottovalutato».

Twitter @antodem

Correlati

Potresti esserti perso