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INTERVISTA 29 Novembre Nov 2015 0900 29 novembre 2015

Delnevo: «Foreign fighter non vuol dire terrorista»

Il padre di Giuliano Delnevo, ucciso nel 2013: «È morto per fermare un dittatore. La Siria è un inferno, statevene a casa». E sull'Isis:  «Non si ferma con le bombe».

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Quando la notizia della sua morte è apparsa sulle pagine dei giornali, nel giugno 2013, pochi conoscevano il significato dell'espressione 'foreign fighter'.
Oggi, a distanza di oltre due anni, Carlo Delnevo non si rassegna alla fine del figlio Giuliano, volato in Siria dalla sua Genova per combattere il jihad e ucciso dalle milizie di Bashar al Assad.
«MIO FIGLIO NON ERA UN TERRORISTA». «Un eroe», lo aveva definito in passato, biasimando chi, come il premier Matteo Renzi, aveva accostato il suo nome alla parola terrorismo.
«Chi associa il nome di mio figlio all'Isis è in malafede», dice ora a Lettera43.it, «non foss'altro perché all'epoca della sua morte lo Stato islamico nemmeno esisteva».
«E», aggiunge risentito, «nessuno si permetta di dare del terrorista a un ragazzo che ha perso la vita per rovesciare il regime di un dittatore sanguinario».

DOMANDA. Jihadista, dunque, non è sinonimo di terrorista, secondo lei?
RISPOSTA.
Non posso accettare che ogni maledetto episodio di fanatismo sia il pretesto per tirare in ballo il nome di mio figlio. E considerarlo alla stregua di chi va in giro a uccidere persone innocenti.
D. Eppure dopo le stragi di Parigi l'Italia vive ancor più nel terrore dei foreign fighter.
R. Guardi, fino a oggi gli unici jihadisti italiani di cui si ha notizia sono due. Mio figlio e la 'famosa' Maria Giulia Sergio. Sarà per questo che ogni volta che si parla di jihad spunta salta fuori il suo nome. È una croce che mi sono rassegnato a portare.
D. Come ha saputo della scelta di Giuliano?
R. Mi disse che sarebbe andato in Turchia, senza aggiungere che da lì avrebbe raggiunto la Siria. Pochi giorni più tardi fu un sms della moglie, musulmana come lui, a rivelarmi che aveva varcato il confine per combattere il regime.
D. E la sua reazione qual è stata?
R. Quella di un padre che viene a sapere della marachella di un figlio. Lì per lì ho provato un senso di rabbia. Poi ho fatto di tutto per provare a farlo tornare sui suoi passi.
D. Fino a quando non si è rassegnato...
R. Quando ho visto che la cosa prendeva una piega molto seria l'ho lasciato stare e ho accettato la sua scelta. L'ho rispettata. Ho capito che il suo non era un capriccio, ma un'aspirazione di vita.
D. Se lo aspettava o è stato un fulmine a ciel sereno?
R. No, la sua decisione mi ha colto di sorpresa, altrimenti avrei tentato di dissuaderlo già prima. Non ho assistito alla sua radicalizzazione, quando si è convertito si trovava ad Ancona.
D. Ne avete parlato?
R. Siamo stati in contatto per sei mesi. Mi ha sempre detto di essere felice della sua scelta.
D. Crede se che fosse partito più tardi sarebbe finito a ingrossare le fila dell'Isis?
R.
So soltanto che lo Stato islamico è nato per contrasto, spesso violento, con tutte le altre componeni musulmane, persino con al Nusra. E che i suoi principi non sono quelli di Giuliano.
D. Ovvero?
R. Il desiderio di restituire la libertà a un popolo oppresso da un dittatore feroce. E che l'Isis ha finito col riabilitare, trasformandolo in un interlocutore credibile dal lebbroso che era. Se è terrorismo combattere Assad, vuol dire che Assad è un santo: lo trovo inaccettabile.
D. Dopo la sua morte anche lei è diventato musulmano.
R.
Per come la vedo io, mio figlio è morto anche per me. La sua storia la interpreto come un messaggio rivolto a me. Per questo ho deciso di convertirmi.
D. Cosa si sente di dire a un padre che si trovasse alle prese con una situazione come la sua?
R.
Di voler bene al proprio figlio, ripettarlo e pregare per lui. Le persone sono dotate di libero arbitrio e ciascuno è padrone del proprio destino. Se avessi potuto fermare Giuliano l'avrei fatto, visto come sono andate le cose sono rispetto profondamente quello che ha fatto.
D. Che significa oggi partire per la Siria?
R. Andare incontro all'inferno in Terra. Tutti bombardano e sparano su tutti, c'è solo morte e distruzione. Io, personalmente, non riesco a capire che senso abbia.
D. Le bombe riusciranno a fermare l'Isis?
R. Ma quando mai... Siamo alle solite. L'ennesima reazione muscolare non risolve un bel niente.
D. E cosa si dovrebbe fare?
R. L'Occidente la smetta di mettersi in mezzo e incancrenire le situazioni. La violenza non si ferma con la violenza: Isis e Assad se la risolvano per conto proprio. Costruiamo ospedali e mandiamo coperte, piuttosto.

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