REPORTAGE 30 Novembre Nov 2015 0800 30 novembre 2015

Roma, viaggio dentro il centro migranti Baobab

In 7 mesi ha accolto 30 mila profughi. Diretti dall'Africa al Nord Europa. Ora è nel mirino della polizia. Perché non controlla documenti. L43 tra i volontari.

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C’è un posto a Roma, a metà strada tra il quartiere degli studenti della Sapienza, San Lorenzo, e la Stazione Tiburtina, dove l’Africa incontra l’Europa.
Il Baobab è quel corridoio che collega direttamente la Libia con i Paesi del Vecchio continente. Da maggio a oggi, le sue stanze hanno accolto circa 30 mila persone.
Sono uomini e donne, in realtà più i primi, provenienti dal Corno d’Africa (Eritrea, Somalia ed Etiopia).
Dopo il primo contatto sulle coste italiane, arrivano al Baobab, una struttura di accoglienza unica nel suo genere a Roma per molti motivi.
Questo posto, infatti, viene interamente gestito da volontari, 30 fissi e altri cittadini che danno una mano quando possono, molti altri, invece, portano gli aiuti necessari per aiutare chi, seppur fugacemente, passa di qui.
Coperte, vestiti, cibo da ogni parte di Roma. E «quando manca qualcosa», dice una volontaria a Lettera43.it, «parte il messaggio sulla chat di WhatsApp».

Lo striscione «Everyone is welcome» all'esterno del Baobab. 

Il blitz della polizia. Tronca: «Presto altre operazioni»

All'ora dei pasti tutti gli ospiti si mettono in fila, aspettando che il loro piatto di plastica venga riempito. In cucina c’è una signora che, mentre mette a posto le pentole, dice: «Hanno fatto bene le forze di polizia a venire qui, così vedono che non ci sono terroristi e controllano».
Il riferimento è a quello che è successo al Baobab lunedì, quando, a bordo di quattro blindati, una cinquantina di poliziotti ha fatto irruzione nel centro.
L'ARRIVO DEI BLINDATI ALL'ALBA. «Quando la polizia è arrivata stavamo dormendo, eravamo arrotolati nelle coperte», dice Mohamed, un ragazzo marocchino, «ci siamo spaventati».
Viola, una delle volontarie che dà una mano tutti i giorni, racconta che quella mattina avevano tutti paura: «C’era una cinquantina di persone che dormivano e molti di loro non hanno avuto belle esperienze con le forze di polizia dei loro Paesi. Quando all’alba si sono visti arrivare i blindati, gli agenti in tenuta anti sommossa e i cani, alcuni sono scappati, altri hanno iniziato a piangere».
Questo tipo di operazioni rientra nel piano per la sicurezza del Giubileo.
E quello al Baobab «non sarà l’ultimo di questi interventi», come ha spiegato il Commissario Tronca.
AGLI OSPITI NON VENGONO CHIESTI DOCUMENTI. Dopo quel giorno alcune cose al Baobab sono cambiate. «Abbiamo deciso di registrare su un foglio le persone che arrivano qui, scriviamo il loro nome e la provenienza», spiega Viola, «ma i documenti non li chiedevamo prima e non li chiederemo mai».
Questo è il secondo tratto distintivo di questa struttura: non è necessario avere alcun documento per stare all’interno. Il motivo? Essendo in maggioranza transitanti, le persone che passano dal Baobab non vogliono farsi registrare. Per il trattato di Dublino, sarebbero poi costrette a restare in Italia. Loro invece vogliono solo attraversare il nostro Paese e raggiungere altre mete, il Nord Europa ma non solo.
«Io voglio andare in Spagna» dice Nordi, un ragazzo marocchino, «perché lì c’è la mia famiglia».
LA STORIA DI ANAS, DALLA LIBIA A ROMA. Quando lunedi è arrivata la polizia al centro lui è scappato ed è andato a dormire in macchina: «Ho avuto paura che mi prendessero», spiega. Accanto a lui c’è un ragazzo giovanissimo, si chiama Anas, anch'egli marocchino: «Sono partito dalle coste della Libia da solo, lì non sono stato trattato bene, ma sono riuscito ad arrivare in Italia», racconta tenendo una coperta avvolta addosso che gli copre anche la testa.
Ha la febbre e Sandra, una volontaria australiana, cerca di spiegargli quando deve prendere le medicine che il medico gli ha prescritto.
Non vuole dire la sua età, Anas, ma prima di andarsene parlotta col compagno, che poi riferisce: «Quando è partito dalle coste libiche gli hanno detto di non dire la sua vera età. Lui è minorenne, ha 17 anni ma, in Italia, dice di averne di più».

Una stanza del centro Baobab. 

Il centro ora è a rischio chiusura

Parlare con Viola non è semplice, tutti la cercano per chiederle qualcosa.
Un ragazzo le mostra la benda che gli avvolge la mano ma il dottore non c’è. Dovrà aspettare.
Molti degli ospiti non sono in buone condizioni fisiche. «Questa è la stanza per le visite mediche», dice Viola indicando una porta con su scritti gli orari, «lì invece c’è la stanza dei vestiti dove possono scegliere gli indumenti».
PORTATE VIA 24 PERSONE. Anche Mohamed cerca Viola. Chiede notizie sui suoi compagni che, dopo il blitz della polizia, non sono tornati al centro. Quel giorno sono state portate via 24 persone che, spiegano le autorità, non erano transitanti, bensì individui già noti alle forze dell’ordine.
«Undici o dodici di loro sono tornati qui, mentre in quattro sono trattenuti al Cie di Ponte Galeria», dice Viola. «Mohamed è preoccupato per loro, noi li stiamo assistendo anche legalmente per capire cosa succederà».
Ma chi ha arriva nei Cie, in poco tempo deve essere rimpatriato.
«DOV'ERANO LE ISTITUZIONI MESI FA?». Al Baobab i transitanti sono la maggioranza, ma non i soli. Da quando si è sparsa la voce arrivano anche senza tetto ma, come spiega Viola, «cerchiamo di mandarli in altri posti perché non siamo attrezzati per ospitarli».
In questo periodo il Baobab è vuoto rispetto all'estate scorsa, quando, dopo la discussa chiusura della baraccopoli di Ponte Mammolo, nella periferia romana, la struttura arrivò a ospitare anche 600 persone.
«È facile venire oggi a fare i controlli, quando ci sono così poche persone, dovevano venire mesi fa, quando le isitituzioni si sono completamente disinteressate di questo posto, nonostante l’emergenza in cui eravamo», dice una giovane volontaria.
DA BUZZI AI VOLONTARI. Il centro, non percepisce alcun finanziamento, non sono erogati i 35 euro previsti a migrante e i volontari lavorano gratuitamente.
Il rapporto tra il Baobab e le istituzioni, a dire il vero, è coperto da non poche ombre. Almeno per quanto riguarda il passato.
La struttura era gestita dalla cooperativa di Salvatore Buzzi ed è proprio qui che, nel 2010, venne scattata la foto che ritraeva lui, l’ex sindaco di Roma Alemanno, il ministro Poletti, l'ex assessore Daniele Ozzimo, l'ex presidente di Ama Franco Panzironi e l'onorevole Pd Umberto Marroni, insieme a cena.
Da maggio il Baobab è in mano ai volontari ma a dicembre scadrà il contratto d’affitto e all’orizzonte si presenta l’ipotesi non tanto remota della chiusura: «Questa voce gira da molto tempo», dice una volontaria, «chissà quando lo faranno e come, chissà».

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