REPORTAGE 1 Dicembre Dic 2015 1325 01 dicembre 2015

Molenbeek, se il calcio è strumento di aggregazione

Hanno dai 5 ai 36 anni. Sono musulmane e non. E giocano nella stessa squadra. Nel quartiere belga definito "covo di jihadisti". La storia di Elka e Ramzi a L43.

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da Bruxelles

La squadra di Molenbeek girls, categoria Dames.

Un minuto di silenzio in ricordo delle vittime degli attacchi terroristici di Parigi prima di dare il calcio di inizio della partita di campionato.
Lo hanno osservato molte squadre in Europa, ma uno dei più emozionanti è stato quello delle giocatrici del Molenbeek girls, il club di calcio femminile formato da 120 bambine, ragazze e donne che ogni settimana calpestano l'erba dello stadio del quartiere finito ormai su tutti i giornali per essere la culla degli jihadisti.
Da qui provengono infatti il kamikaze Salah Abdeslam ancora in fuga e il fratello Ibrahim che si è fatto esplodere nell'attacco al ristorante di Boulevard Voltaire il 13 novembre a Parigi; qui ha vissuto per tre mesi il terrorista autore dell’attacco contro il museo ebraico di Bruxelles; qui sono state comprate alcune armi usate per gli attentati contro Charlie Hebdo.
UN CROGIUOLO DI RAZZE E CULTURE. Ma in quello che è definito un ghetto, covo di pericolosi terroristi, le ragazze del Molenbeek girls vivono ben altra realtà e ogni giorno prendono a calci stereotipi e pregiudizi, perché «non sono certo un gruppetto di terroristi a discriminare il nostro quartiere o le origini della maggior parte di noi», dicono all'unisono.
Hanno dai 5 ai 36 anni, sono alte, basse, magre, robuste, bionde, more, velate, non velate. Belghe e con le origini più diverse: portoghesi, marocchine, tunisine, turche, italiane, spagnole, greche, libanesi. Un crogiuolo di razze e culture e una lingua, anzi due, per comunicare tutte insieme: francese e fiammingo.
Sì, perché la lingua ufficiale del club è il fiammingo, ma con le ragazze e le famiglie si parla di tutto, a seconda dell'esigenza.
RAMZI, ALLENATORE E INSEGNANTE. Non è certo una lingua a separare un club che nasce prima di tutto proprio per unire: «Volevamo abbattere il primo ostacolo che separa le persone, quello di genere tra uomo e donna», spiega a Lettera43.it il fondatore e allenatore del Molenbeek girls, Ramzi Bouhlel.
E, ironia della sorte, è stato proprio il calcio ad aiutarlo a vincere la battaglia. Di origini italiane e tunisine, nato e cresciuto a Tunisi, cittadino di Bruxelles ormai da 15 anni, Ramzi ha sempre avuto una passione, quella del tirare al pallone, che ha visto anche negli occhi delle ragazze del quartiere. E soprattutto nei piedi: «A scuola ho notato che alcune di loro giocavano molto bene», racconta Ramzi che oltre all'allenatore di calcio, fa anche l'insegnante di ginnastica in una scuola del quartiere.

Nessun ostacolo quando c'è di mezzo lo sport, neanche il velo

Ramzi Bouhlel, fondatore e allenatore del club Molenbeek girls.

Nasce così l'idea, cinque anni fa. Convincere non tanto il comune a dare loro uno spazio, ma i genitori delle famiglie del quartiere a lasciare andare le loro figlie sul campo in pantaloncini e maglietta.
«Non è stato facile», ricorda Ramzi, che ha iniziato a incontrare uno a uno i genitori del quartiere. E per dare l'esempio è stato uno dei primi a portare sua figlia sul campo con gli scarpini. E ad accettare qualsiasi ragazza.
In campo c'è anche una giocatrice sordomuta che altri club della città avevano rifiutato.
Il primo anno Ramzi è partito con un gruppo di 40 allieve, quest'anno sono 120 le calciatrici che ogni settimana si allenano nello stadio di Molenbeek e giocano nel campionato regionale di Bruxelles-Brabant, sostenute dai genitori, padri e madri che ogni volta li accompagnano agli allenamenti.
«MIA FIGLIA È LIBERA DI SCEGLIERE». «Le ragazze possono e devono poter giocare a calcio come gli uomini, mi sembra ovvio, è uno sport come gli altri», dice la mamma di una giocatrice di 10 anni, «lei è il capitano della squadra», dice indicandola in porta con una punta di orgoglio.
Per lei, che porta il velo, non ci sono dubbi: «Mia figlia è libera di scegliere quello che vuole», continua, «l'altra per esempio ha preferito fare atletica».
Nessun ostacolo quando c'è di mezzo lo sport, neanche il velo, anche perché Ramzi ha concesso che chi vuole si può coprire i capelli e legarsi il fazzoletto dietro la nuca.
Niente spillini per fermare il hijab, però, che non deve essere avvolto attorno al collo, perché è pericoloso, potrebbero strangolarsi. Così le ragazze arrivano in divisa, con maglietta a collo alto e foulard legato in testa. Ma a notarlo è più chi arriva da fuori.
«Ah sì, ecco lei ha il velo», dice Elka mentre tira per scherzo il foulard alla compagna di squadra musulmana, che quasi non ci fa caso e ironizza, «è comodo così non mi tirano i capelli per fermarmi quando gioco».
GLI ERRORI DELLA POLITICA. Per lei il velo non è un problema, nè dentro nè fuori dal campo.
«Qui sono tutte benvenute», dice Ramzi, che ha fatto del suo club un esempio nel quartiere davanti a chi lo definisce ghetto pericoloso. «Il comune che ha governato qui per 20 anni ha fatto molti errori purtroppo, ha chiuso gli occhi davanti a situazioni poco chiare che invece andavano risolte subito e con fermezza».
L'amarezza è quella di vivere e lavorare in un quartiere fatto di «tanta brava gente, che viene stigmatizzata per colpa di un gruppo di delinquenti», continua Ramzi.
I primi a criticare il laissez faire del sindaco sono proprio i cittadini: «Questo è un quartiere come gli altri, a me dispiace che ci siano queste persone, andavano punite subito», dice una mamma di origini marocchine, «ma noi non possiamo pagare per gli altri».
ATTIVITÀ PARALLELE. Nessuno però sembra volersi giustificare, anche perché per capire la loro realtà, la loro quotidianità così diversa dal crimine perpetrato da alcuni elementi in un quartiere di 100 mila abitanti, basta entrare nella caffetteria dello stadio di Molenbeek: alle sei del pomeriggio, mentre sul campo fanno 4 gradi e le ragazze si allenano, c'è un gruppo di madri che bevono il caffè in attesa della fine dell'allenamento delle figlie. E nel mentre organizzano riunioni, attività.
Lo stadio del comune di Molenbeek è una struttura enorme usata dai giovani del quartiere e non solo: campi di calcio e di atletica, palestra, piscina, bar.
«Qui tra una pallonata e un'altra si cerca di organizzare anche corsi di cucina, di cucito, di nuoto, di boxe. Si cerca di fare sempre cose nuove, le mamme sono molto motivate, siamo come una grande famiglia», dice Ramzi che allena le ragazze con altri 17 colleghi che si occupano anche delle altre attività.

Elka: «Le differenze? Non è una questione di religione musulmana»

Il club Molenbeek girls ha 120 giocatrici dai 5 ai 36 anni.

Alle 18 le ragazze più piccole finiscono il loro allenamento ed entrano in campo le più grandi. «Les dames, ci chiamano così, proprio perché siamo vecchie», scherza con Lettera43.it Elka. 32 anni, mamma di un bimbo di un anno e mezzo. Alta, bionda, occhi azzurri, belga di Leuven.
Elka abita a Bruxelles in centro ma lavora a Molenbeek e qui passa anche il suo tempo libero: «Amo giocare a calcio, lo faccio sin da quando sono piccola, e qui mi diverto tanto».
UN QUARTIERE DIVERSO. Che il quartiere sia pericoloso non lo vuole nemmeno sentire: «Vado e vengo dalla mattina alla sera da sola, torno in bicicletta dopo gli allenamenti, mai avuto un problema. Certo putroppo abbiamo visto che ci sono dei terroristi, ma sono una millesima parte di questo quartiere».
A Molenbeek Elka si trova bene: «Qui sono tutti gentilissimi, noti che un quartiere un po' diverso dagli altri perché vedi più donne velate, ma alla fine giocano a calcio anche loro».
Elka è una delle poche ad avere solo origine belghe, ma a livello di emancipazione sono le compagne a darle filo da torcere: «C'è molta libertà tra loro», racconta riferendosi alle compagne di origini arabe o nord africane, «alcune decidono di velarsi, altre no, ma è una loro scelta, c'è chi gioca a calcio, chi no. Le differenze sono tante ma non è una questione di religione musulmana», sottolinea, «ho avuto per esempio una compagna di squadra brasiliana che ha smesso di venire ad allenarsi perché cattolica, quindi la domenica doveva andare in chiesa e non poteva fare la partita».
UNA MEDICINA CONTRO LA RADICALIZZAZIONE. Culture e colori diversi, che però in campo e fuori sanno convivere in armonia. «In questo quartiere c'è molta povertà, i giovani hanno solo bisogno di credere in qualcosa, di socializzare, sentirsi parte di qualcosa e lo sport è la medicina migliore contro ogni tipo di violenza e radicalizzazione», dice Ramzi.
Certo, una battaglia difficile da vincere, ma Ramzi è ottimista: alla fine se è riuscito a fare un club di calcio femminile in un quartiere ad alta concentrazione musulmana, e in una società dove in generale le discriminazioni tra maschio e femmina sono ancora molto forti , «allora si può vincere persino il campionato di serie A», dice con un sorriso prima di entrare in campo ad allenare le ragazze, che saluta sempre con il gesto rito del club: pugno contro pugno.
Saluto che anche Elka fa prima di unirsi alle compagne per giocare a pallone, mentre il marito senegalese è a casa a tenere la bambina.

Twitter: @antodem

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