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GUERRA 11 Dicembre Dic 2015 0900 11 dicembre 2015

Isis, così il Califfo al Baghdadi mette le mani sulla Libia

Appoggi tra gli islamisti e i gheddafiani. Infiltrazioni a Misurata. Cellule silenti. L'Isis si espande. Anche grazie al canale turco. E minaccia la città di Sabratha.

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Il capo dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi sarebbe entrato in Libia, insieme ad alti luogotenenti del Califfato.
Da Raqqa a Sirte, la capitale libica dell'Isis, attraverso la Turchia e con il lasciapassare dei servizi segreti Usa.
Al netto della propaganda anti-americana, stavolta la notizia dell'agenzia iraniana Fars rimbalzata su tutti i media non può essere derubricata come peregrina e tra le esagerazioni di Teheran, che pure è in guerra contro i sauditi nei conflitti arabi e fa il suo gioco.
IL RUOLO DELL'IRAN. La Fars è considerata vicina ai Pasdaran e anche la tivù libanese al Manar, che ha avrebbe avuto per prima l'indiscrezione da fonti segrete, è l'organo degli alleati sciiti Hezbollah, che in Siria combattono per Assad.
Ma l'Iran è anche un importante mediatore ai negoziati di Vienna sulla Siria e ha una sua credibilità da mantenere. Da tempo poi si rincorrono le voci, mai confermate, del ferimento o dell'uccisione di al Baghadi in un raid degli iracheni.
INFORMAZIONI PRIVILEGIATE. Come i curdi, i servizi segreti di Baghdad (che hanno un Centro di coordinamento d'intelligence con Russia e Siria) dispongono di informazioni privilegiate, e più volte hanno allertato l'Occidente su attentati e jihadisti a piede libero.
Al Baghdadi sarebbe appunto arrivato in Libia, dopo essere stato curato in Turchia. Tra i due Paesi esiste un corridoio di armi e uomini, e tutte le parti libiche confermano l'ingresso di alti esponenti del Califfato.
A proposito di alti esponenti, il 'ministro delle Finanze' Abu Saleh sarebbe stato ucciso da un raid statunitense in Iraq, secondo quanto riferisce il Pentagono.

L'Isis infiltrato in Libia su entrambi i fronti

Abu Bakr al-Baghdadi.

Fair Libya, la formazione islamista di Misurata che si è alleata coi jihadisti di Ansar al Sharia, è oggi gravemente infiltrata dagli estremisti.
I misuratini contano centinaia di combattenti morti per respingere l'Isis alle porte, ospitano migliaia di sfollati civili da Sirte e dicono anche loro che al Baghdadi è entrato in Libia, il 5 dicembre scorso, insieme all'emiro dei Boko Haram Abubakar Shekau.
Lo sostengono i vertici dell'intelligence della potente milizia che controlla anche il parlamento di Tripoli, e che con l'Isis ha avuto di recente degli incontri.
ALTI UFFICIALI NEL PAESE. Per il governo rivale di Tobruk è solo disinformazione volta ad allarmare e destabilizzare ulteriormente (se possibile) il Paese, ma gli stessi colonnelli del generale Khalifa Haftar che ha in mano le autorità di Tobruk ammettono i tentativi di al Baghdadi di entrare in Libia.
E il quotidiano Libya Herald, che da una «fonte affidabile collegata a Sirte» smentisce l'arrivo del Califfo, conferma, attraverso la medesima fonte, la presenza di «alti ufficiali dell'Isis» in Libia.
Dopo gli attacchi di Parigi, questi sarebbero fuggiti da Sirte a «Nufaliya, Hawara e in altre località ancora più a sud», nel timore di rappresaglie.
Forniture e finanziamenti di Ankara arrivano regolarmente al governo di Tripoli che si oppone a Tobruk. I turchi stanno pure ricostruendo l'aeroporto della capitale: gli scali aerei e navali tripolini sono densi di traffici, quasi quanto la discussa frontiera tra Siria e Turchia.
BLITZ A SABRATHA. Al Baghdadi e i suoi luogotenenti godono di protezioni di prim'ordine in entrambi gli schieramenti di potere della Libia e, nel vuoto di controllo di territorio, possono spostarsi con facilità.
Gli islamisti, che da Misurata si sono estesi a Tripoli, sono contaminati dai jihadisti di Ansar al Sharia, di cui un'ala è passata nell'Isis a Bengasi, Derna e Sabratha. Proprio a Sabratha, città patrimonio dell'Unesco a 30 chilometri dal confine tunisino, i jihadisti sono entrati il 10 dicembre. «Una dimostrazione di forza», l'hanno definita fonti libiche, per reclamare «il rilascio di alcune persone arrestate». Ma la situazione sarebbe «tornata sotto il controllo delle tribù». Alcune cellule dormienti sarebbero poi presenti nella Capitale.

I traffici di business e armi della Turchia in Libia

Ma Sirte è anche la città natale di Muammar Gheddafi e della sua tribù.
Nel 2011 fu l'ultima a cadere ai ribelli e, come il Nord dell'Iraq sunnita emarginato nel post Saddam Hussein, è oggi una roccaforte dell'Isis.
Capo libico del Califfato è il predicatore Hassan al Karamy, di famiglia gheddafiana: un suo fratello e un cugino lavoravano nei corpi di sicurezza dell'ex rais, e qualche anno fa Karamy sarebbe andato a combattere in Iraq, dove la figlia di Saddam, Raghad Hussein, ha di recente sdoganato l'alleanza di convenienza tra gli ex del regime baathista e l'Isis.
I vertici dell'intelligence di Saddam sono il braccio destro di al Baghdadi, viceversa in Libia diversi nostalgici gheddafiani simpatizzano non per gli islamisti, ma per Haftar e il governo di Tobruk.
IL PRESUNTO COORDINAMENTO DEGLI USA. C'è poi il capitolo, che con i raid russi si arricchisce di sempre maggiori dettagli, delle presunte collusioni tra i servizi segreti turchi (Mit), in mano a un fedelissimo del presidente Recep Tayyip Erdogan, e i terroristi del Califfato islamico.
Si parla di un'autostrada dell'Isis tra Ankara e Raqqa e Mosul, e il sostegno della Turchia al ramo di al Qaeda in Siria (al Nusra) - da cui l'Isis si è scisso nel 2013 - è denunciato da più parti.
Meno nota è la creazione, già nel 2012, di un corridoio segreto per l'invio di armi, dalla Libia alla Siria attraverso la Turchia, ai ribelli che in parte erano affiliati ad al Nusra, e che poi, in parte, sarebbero entrati nell'Isis.
Trasferimenti, secondo indiscrezioni della Cia rivelate da inchieste giornalistiche, coordinati dai servizi del Pentagono e dagli inglesi del M16.
DIETROFRONT TARDIVO. Gli americani avrebbero interrotto il flusso: un'informativa, sempre del 2012, della Cia, indicava chiaramente alla Casa Bianca che le maggiori forze dei ribelli siriani erano «Fratelli musulmani, salafiti e al Qaeda in Iraq» (poi Isis), allora capitanati da al Baghdadi.
La versione della Cia era la versione di Assad, le rivolte per la democrazia stavano sfuggendo di mano.
Si temeva un «emirato salafita» nel Nord della Siria, in Libia i jihadisti avevano assaltato il consolato americano: inglesi e americani si sono tirati fuori dal gioco, ma il dado ormai era tratto.

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