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STORIE 27 Dicembre Dic 2015 1500 27 dicembre 2015

L'Odissea dei migranti omosessuali

Sono migranti e gay. Scappano dalle discriminazioni. E cercano accoglienza. Spesso però finiscono isolati. Dell'Amico (Arcigay): «Servono strutture ad hoc».

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Due richiedenti asilo in Croazia.

Secondo Amnesty International l’omosessualità è reato in 78 Paesi nel mondo.
In sette (Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen, parte della Nigeria e Sud della Somalia) è punita addirittura con la pena di morte.
Un motivo più che sufficiente per cercare – e ottenere - rifugio in un Paese più rispettoso dei diritti umani.
UNA ONG DEDICATA IN ITALIA. Non è facile stabilire quante siano ogni anno le persone costrette a emigrare a causa del proprio orientamento sessuale: in Italia, come in Europa, non esistono statistiche ufficiali.
Sono però sempre di più le strutture nate per offrire supporto a questi rifugiati, come gli sportelli Migra dell’Arcigay, sparsi un po’ su tutta la penisola o il Grande Colibrì, portale online rivolto soprattutto agli omosessuali di fede musulmana.
Nel 2008 è stata fondata una ong interamente dedicata ai profughi Lgbti, la Oram, partner ufficiale dell’Unhcr.
CENTINAIA DI CASI IN 5 ANNI. In Italia, negli ultimi cinque anni, l’Arcigay ha seguito da sola un centinaio di casi. «L’immagine classica è quella di chi scappa da un paese in cui vige la Shari’a ma si tratta di uno stereotipo: la realtà è molto più complessa», spiega Giorgio Dell’Amico, responsabile nazionale degli sportelli Migra. «La maggioranza di chi ci chiede aiuto viene da Iran, Iraq, Siria e paesi mediorientali in genere. Ma ci sono anche diversi africani, sudamericani, asiatici. L’Uganda, da cui fuggono in molti, è un paese cristiano. Per non parlare della Russia, da dove arrivano spesso racconti drammatici».
ASSISTENZA LEGALE AL RICHIEDENTE. Il primo compito degli sportelli Migra, raggiungibili in ogni momento tramite la mail migra@arcigay.it, è quello di fornire assistenza legale e di aiutare il richiedente a ricostruire la sua storia.
A volte i migranti possono portare prove tangibili della loro persecuzione: un ragazzo marocchino ha mostrato i documenti del carcere mentre un altro aveva con sé la prima pagina di un giornale locale, che lo aveva fotografato fuori da un club clandestino.

C'è chi si nasconde per vergogna

Giorgio Dell'Amico di Arcigay.

Si tratta però di casi rari. Chi è stato discriminato o addirittura ha rischiato la vita difficilmente ha lasciato in giro prove tangibili o può avvalersi di testimoni. Le linee guida dell’Unhcr stabiliscono che per ottenere lo status di rifugiato è sufficiente l’autoidentificazione come soggetto Lgbti , unita a un attento esame delle dichiarazioni del soggetto.
«È lo stesso criterio adottato per le minoranza religiose. Nessuno chiede a un cristiano in fuga dalla Somalia di dimostrare che andava in chiesa tutte le domeniche», continua Dell’Amico. «Si guarda alla verosimiglianza del racconto, specie se è corredato da dettagli che solo i rappresentanti di quella minoranza possono conoscere».
LAVORO PSICOLOGICO. In questi casi, l’Arcigay si trova davanti due problemi opposti: c’è chi esagera la storia, magari raccontando un maltrattamento capitato a un amico («Lo fanno per paura di essere cacciati indietro, ma sbagliano. Non bisogna per forza essere stati picchiati o incarcerati. Basta che ci sia la possibilità che succeda») e chi si nasconde fino all’ultimo per vergogna o perché ha paura della reazione dei connazionali.
Parte del lavoro degli sportelli Migra è quindi pura psicologia, per cercare di rassicurare chi è in preda al panico. Per fortuna il contesto è abbastanza accogliente.
IL CASO SLOVACCO. «Quando abbiamo aperto gli sportelli eravamo preoccupati di riscontrare violazioni. In realtà in questo caso l’Italia si è dimostrata più avanti di molti altri paesi europei», ammette Dell’Amico, precisando che finora tutte le domande che l’Arcigay ha deciso di appoggiare sono state accolte.
Altrove le cose sono molto diverse. «In Slovacchia fino a poco tempo fa era in vigore il test fallometrico. In pratica si mostrava al richiedente una serie di immagini porno etero e gay e si vedeva come “reagiva”. Per fortuna l’Unione Europea ha messo fine a questa follia».
AMBIENTI OSTILI. La trafila non si conclude una volta ottenuto lo status di rifugiato: vivere tra i connazionali dopo esseri apertamente dichiarati come soggetti Lgbti a volte non è consigliabile. «Spesso questi ragazzi, specie se vengono dai paesi più omofobi, si trovano completamente soli, estranei sia agli italiani che ai compatrioti, che li isolano», spiega Dell’Amico.
Per questo in alcuni casi gli sportelli Migra pagano temporaneamente un posto letto, in modo da evitare loro lunghe permanenze in un contesto ostile: «Il passo successivo vorremmo fosse la costruzione di strutture ad hoc, in modo da dare a queste persone la possibilità di integrarsi gradualmente in un ambiente protetto. Dopo tutto quello che hanno passato, ne hanno bisogno».

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