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RICORDO 27 Gennaio Gen 2016 0800 27 gennaio 2016

Giorno della memoria, la storia di Enrica Calabresi

Cacciata dall'università di Pisa perché ebrea. Si uccise col veleno. Per non finire ad Auschwitz. «È morta per i suoi ideali antifascisti», dice la nipote. Il racconto.

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Professoressa di zoologia, Calabresi nacque a Ferrara nel 1891.

Se non fosse stato per un gruppo di speleologi di Udine alla ricerca di informazioni su Giovanni Battista De Gasperi, morto sull'altopiano di Folgaria nel 1926, forse il suo nome sarebbe rimasto custodito nella memoria del fratello e del nipote.
Invece la storia di Enrica Calabresi era destinata a essere conosciuta e scritta.
NECROLOGIO SBAGLIATO. Prima di allora, l'unica notizia che si aveva di quella schiva professoressa ebrea di Firenze era contenuta nel suo necrologio, per altro sbagliato.
Il primo febbraio 1944, come ricordato dal suo biografo Paolo Ciampi, La Nazione diede notizia della sua morte, ma con nome ed età errati: «Calabrese Enrica di Giovita, anni 58».
Enrica di anni ne aveva 53, di cognome faceva Calabresi e si tolse la vita con il veleno nel convento delle suore verdiane dove era incarcerata, per non subire l'accanimento dei nazisti.
«SI UCCISE PRIMA DI AUSCHWITZ». «Più che un suicidio», spiega a Lettera43.it la nipote che porta il suo stesso nome, «fu spinta a uccidersi. Non voleva cadere in mano tedesca, lo aveva ripetuto e scritto. Non a caso si tolse la vita la sera prima di essere fatta salire su un treno diretto ad Auschwitz».
Che «non l'avrebbe certo riportata indietro». Ed Enrica ne era consapevole.

Il fidanzato, la Grande guerra e lo studio

Enrica in campagna col nipote.

Ma cosa c'entra un giovane e promettente speleologo con una altrettanto brillante studentessa in zoologia?
Erano fidanzati, Enrica e Giovanni Battista.
«Fidanzati in casa», precisa la nipote.
Tanto che il gruppo speleologico risalì alla famiglia Calabresi perché nell'articolo sui funerali del 24enne caduto nella battaglia sul monte Maronia si parlava di una corona di fiori della sua ragazza.
I due si erano conosciuti durante gli anni dell'università. «Erano figure particolari», racconta oggi Enrica Calabresi. «Avevano molti interessi in comune».
SPELEOLOGO ESPLORATORE. De Gasperi era una sorta di enfant prodige.
Laureato in Geologia, aveva subito intrapreso la libera docenza.
Partecipò anche a una spedizione nella Terra del Fuoco con Alberto Maria De Agostini.
Un legame forte, speciale. Unico. Tanto che Enrica, dopo la sua morte, decise di raggiungere il Carso come crocerossina.
«Lavorò per due anni nei campi al fronte», ricorda la nipote.
«Un'esperienza della quale non amava parlare. Così come non parlava del fidanzato». Troppo, forse, il dolore di averlo perso e l'orrore di ciò che aveva visto.
NON SI SPOSÒ MAI. La giovane ricercatrice non si sposò mai. «Sul comodino ha sempre tenuto la fotografia di De Gasperi, insieme con un piccolo ritratto incastonato in un ciondolo d'argento semplicissimo che portava al collo».
Da quel momento la vita di Enrica fu dedicata solo allo studio.

Le leggi razziali e la persecuzione

Dopo la morte del fidanzato sul Carso, nel 1916, Calabresi restò sola dedicando la vita all'insegnamento.

Donna, scienziata, sola. E lontana da casa.
Enrica resta un figura moderna, quasi rivoluzionaria per quegli anni.
La sua vita trascorreva tra Firenze e Castel San Pietro Terme, un paesino nel Bolognese, dove abitava la sua famiglia: il fratello, rimasto vedovo dopo la nascita del primo figlio Francesco, la sorella Letizia.
E la vecchia mamma. Un'altra sorella, Bice, si era sposata giovane, aveva avuto molti figli e si era trasferita a Piacenza.
DA ZIA A MADRE. Così fu lei a fare da madre al piccolo, con il quale aveva «un legame speciale», spiega la nipote. Forse perché vedeva in lui il figlio che non aveva avuto.
Lo portava nei musei, a Firenze. E a teatro.
«Un'estate, in campagna, gli lesse i Promessi sposi. Mio padre aveva nove anni. Conserva ancora una fotografia...», ricorda Enrica.
IL PREZZO DI ESSER DONNA. Sebbene brillante e preparata - sue alcune voci scientifiche dell'Enciclopedia Treccani - il regime fascista le impedì di fare carriera.
«Perché donna e antifascista», spiega la nipote.
Così nel 1932 la costrinsero alle dimissioni, ufficialmente per motivi di salute.
In realtà il suo posto era stato promesso al conte Lodovico Di Caporiacco, naturalmente fascista della prima ora.
INSEGNÒ A MARGHERITA HACK. Calabresi non si perse d'animo. E trovò posto come insegnante al liceo Galilei.
Tra i suoi alunni c'era anche una certa Margherita Hack che anni più tardi raccontò come quella professoressa «esile» le avesse trasmesso i valori dell'antifascismo.
Dopo la parentesi al liceo, Enrica venne chiamata dall'università di Pisa.
«Dove, però, rimase poco», continua Enrica.
Era il 1938, l'anno delle leggi razziali. E decadde dal ruolo.
L'ESPERIENZA ALLA SCUOLA EBRAICA. Così decise di insegnare alla scuola ebraica.
«Mettendoci tutto l'impegno possibile. I ragazzi cacciati dagli istituti pubblici dovevano sostenere l'esame da privatisti e, per questo, essere particolarmente preparati».
Più volte la scuola venne presa di mira da blitz fascisti.
«Mia zia riprendeva gli studenti che, spaventati, si affacciavano alle finestre. 'Non dovete dare loro soddisfazione', ripeteva. 'Dovete ignorarli».
Con le leggi razziali, Enrica si accorse che all'improvviso era diventata diversa, una paria. Questo «le fece riscoprire l'appartenenza alla cultura ebraica», sottolinea la nipote. «Prima non esistevano pregiudizi... da allora invece tutto cambiò».

L'8 settembre, la prigionia e il testamento

Calabresi si tolse la vita in carcere il 20 gennaio 1944 prima di essere deportata ad Auschwitz.

Arrivò l'8 settembre 1943 con l'armistizio e la guerra civile.
«Quell'estate, come sempre, mia zia la passò in campagna. C'era molta preoccupazione in famiglia», racconta Enrica.
«Mia zia frequentava amici inglesi e, nonostante la censura, era più informata su quello che sarebbe potuto accadere».
QUEL VELENO IN BORSETTA. Proprio quell'estate, Letizia trovò nella borsa di Enrica una fiala di veleno.
Litigarono. Ma lei assicurò che sapeva quello che stava facendo.
Nonostante i suoi familiari cercassero di trattenerla, tornò a Firenze. Dai suoi alunni.
«Mio padre andò da Bologna a Firenze in bicicletta, per le montagne. Voleva convincerla a scappare, a tornare a casa», continua il racconto, «ma non ci fu nulla da fare. Mia zia si arrabbiò e lo rispedì indietro».
Fu l'ultima volta che la vide.
Il padre e l'altra figlia, grazie ai contatti forniti da una parente, fuggirono in Svizzera. «Mio padre fu imprigionato a Cassino, perché renitente alla leva». Di Enrica a Firenze nessuna notizia.
Si seppe solo che l'avevano arrestata i fascisti. Finì in carcere nel convento delle suore verdiane.
«NON CERCÒ NEMMENO DI NASCONDERSI». «Molti suoi amici ebrei si salvarono scappando», continua la nipote.
«Lei, invece, non cercò nemmeno di nascondersi. Forse si sarebbe messa in salvo».
Andò incontro al suo destino. «L'idea che mi sono fatta», dice Enrica, «è che avesse paura di compromettere altre famiglie. Se venivi scoperto mentre aiutavi un ebreo, eri fucilato sul posto».
Restò in cella per alcuni giorni. E la sera prima di essere deportata ad Auschwitz si tolse la vita ingerendo il veleno che portava sempre con sé.
«Nel suo testamento, ringraziava le suore. E affidava a loro tutti i suoi pochi effetti personali, affinché nulla di suo finisse in mano nazista».
«SI È UCCISA PER NON FARSI UCCIDERE». Per questo Enrica non parla di suicidio.
«Una cosa è certa: lei non voleva morire. Ha sperato fino all'ultimo che il suo destino fosse diverso, di non essere internata. Quando si è resa conto che l'avrebbero fatta salire su quel treno, allora si è tolta la vita. Solo allora. Si è uccisa per non farsi uccidere dai tedeschi».
Il medico che la trovò era stato un suo studente. La conosceva e la stimava. «Per questo le portò rispetto», ricorda Enrica. «E la fece seppellire al cimitero ebraico».
Della zia rimasero solo i libri e una libreria che un amico conservò e restituì al nipote dopo la guerra.
LASCIA UNA LEZIONE DI COERENZA. Ma oltre ai volumi e ai suoi scritti, che la accompagnarono per tutta la vita, di Enrica Calabresi resta una lezione «di coerenza».
«È questo l'insegnamento più importante che ci ha lasciato», conclude la nipote. «E oggi ce ne sarebbe tanto bisogno. Zia si è sacrificata, pur di non mettere altre persone in pericolo sebbene fosse consapevole del rischio che stava correndo. È morta, è stata uccisa, per rispettare i suoi ideali».


Twitter @franzic76

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