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ARMI 16 Febbraio Feb 2016 0956 16 febbraio 2016

Heckler & Koch, le armi tedesche utilizzate dall'Isis

Dai narcos fino ai jihadisti: così i fucili della H&K finiscono nelle mani sbagliate. Aperte indagini sulle forniture dell'azienda. Che ha un giro d'affari di 180 mln.

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Che cosa hanno in comune i narcos messicani, l’Isis e Donald Trump?
Hanno tutti armi fabbricate dall’industria tedesca Heckler & Koch.
Se il candidato alla Casa Bianca ne possiede una (una pistola semiautomatica calibro 45) in modo del tutto legittimo, esistono delle serie preoccupazioni su come le armi prodotte nell’Unione Europea siano finite nelle mani di gruppi criminali e terroristi internazionali.

I fucili della H&K finiscono in mano ai criminali messicani

Il fucile d'assalto HK416.

La Heckler & Koch è uno dei principali marchi europei nel settore delle armi.
Fondata nel secondo dopo-guerra come industria meccanica da tre ingegneri che avevano lavorato per la Mauser, la società negli Anni 50 iniziò a rifornire il ricostituito esercito tedesco.
Nel 1991 fu acquistata dalla British Aerospace che concentrò la produzione sul core business delle armi.
GIRO D'AFFARI DI 180 MILIONI. Nel 2002 tornò in mani tedesche grazie all’imprenditore Andreas Heeschen, figlio di un magnate del petrolio.
Oggi ha un giro d’affari annuo stimabile intorno ai 180 milioni di euro. Tante le commissioni internazionali a polizie, eserciti, corpi speciali. Si dice che il fucile d’assalto HK416 sia stata l’arma usata dai Navy Seals americani per uccidere Osama bin Laden.
Lo slogan della H&K è «Nessun compromesso», un motto che si dovrebbe riferire alla qualità. Sicuramente non all’etica con cui l’azienda si assicura che i propri prodotti non finiscano nelle mani sbagliate.
L'INCHIESTA DELLA DOGANA. Lo scorso maggio gli uffici investigativi della dogana tedesca (Zollkriminalamt) hanno aperto un’inchiesta circa una fornitura di 9.472 fucili d’assalto G36 al Messico, parte dei quali sono arrivati in stati (Chiapas, Chihuahua, Guerrero e Jalisco) che Berlino aveva incluso in una blacklist per le ripetute violazioni ai diritti umani.
Nello scorso novembre sei ex dipendenti dell’azienda sono stati indagati dalla procura di Stoccarda per aver violato la legge sull’esportazione delle armi. Secondo gli inquirenti, la H&K avrebbe «promosso e incoraggiato» il commercio dei fucili in luoghi non autorizzati, dove con tutta evidenza sarebbero diventati parte del mercato clandestino che rifornisce corpi di polizia corrotti e organizzazioni criminali. Un affare che avrebbe portato nelle casse dell’azienda più di 3 milioni di euro.

Anche i jihadisti usano le armi della casa tedesca

Miliziani dell'Isis.

Ma dove ci sono armi c’è anche sangue. Già nel 2013 la polizia locale dello stato del Guerrero aveva impiegato i G36 provenienti con tutta probabilità da quella fornitura per sparare ad alcuni studenti nel corso di una manifestazione.
Nel settembre del 2014 sempre il Guerrero fu lo scenario di un massacro. Un gruppo di un centinaio di studenti dell’istituto magistrale Ayotzinapa era diretto nella città di Iguala per partecipare a una manifestazione pubblica contro le autorità. Furono bloccati dalla polizia. Seguirono degli scontri e alcuni fermi, da quel momento 43 giovani sparirono senza lasciare traccia.
IL MASSACRO DI IGUALA. Secondo le indagini fu la polizia locale a fermarli procedendo all’esecuzione in complicità con il cartello criminale più potente del territorio, i Guerreros Unidos.
L’operazione fu sollecitata, secondo alcune testimonianze, dal sindaco della città di Iguala José Luis Abarca Velázquez e da sua moglie. Un massacro di innocenti.
La polizia di Iguala era armata con i G36 della Heckler & Koch.
L’episodio ha destato molto scalpore in Germania tanto da costringere il commissario per i diritti umani del governo tedesco, Christoph Strässer, a scusarsi ufficialmente con i parenti delle vittime.
«LE AUTORITÀ SAPEVANO». «La H&K ha fatto affari con il Messico, un paese noto per le sue violazioni ai diritti umani», ha dichiarato Mathias John, esperto di traffici di armi per Amnesty International Germania. «Le autorità tedesche non potevano non sapere quello che accadeva e le certificazioni prodotte dall’azienda erano carta straccia».
Le armi made in Germny però non sono finite solo in mano ai poliziotti corrotti del Messico, ma anche ai terroristi dell’Isis.
Lo ha rivelato un rapporto pubblicato da Amnesty International lo scorso dicembre, basato sull’analisi di migliaia di video e immagini disponibili relativi allo Stato Islamico e ai suoi miliziani.

Il margine operativo lordo dell'azienda crolla da 60 a 25 milioni

Una delle stanze del quartier generale della Heckler & Koch, a Oberndorf.

Alcune armi in mano ai terroristi appaiono molto datate e risalenti alle forniture europee che negli Anni 80 alimentavano l’arsenale iracheno dell’allora amico Saddam Hussein.
Ma altre sono assai più recenti, frutto di traffici clandestini o di razzie alle armerie delle milizie curde, rifornite dai paesi dell’Occidente.
Secondo l’analisi, i guerrieri dell'Isis sono equipaggiati, tra l’altro, con il fucile da battaglia G3 della Heckler & Koch.
UN MERCATO SENZA CONTROLLO. In una delle esecuzioni messe in Rete dalla propaganda del Califfato viene utilizzata una pistola tedesca. Afferma una nota di Amnesty: «La vastità e la diversità di armi usate dall’Isis è il più classico degli esempi di come un mercato delle armi senza controllo alimenti atrocità di enormi proporzioni».
Nel frattempo, la Germania ha varato normative più severe per le esportazioni di armi nei paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato.
Gli scandali e le leggi più restrittive hanno danneggiato l’immagine e gli affari della H&K.
GLI SCANDALI INTACCANO IL BUSINESS. Secondo alcune stime quest’anno il margine operativo lordo dell’azienda nel 2015 è calato a 25 milioni di euro dai 60 dell’anno precedente.
Ma il patron Andreas Heeschen punta a un rilancio dell’immagine e del business per il suo marchio.
Ha finanziato l’azienda lo scorso novembre con 60 milioni di euro e ha scelto di fare un passo indietro dimettendosi dall’executive board della società. «Se la politica ci costringerà a non vendere più in Medio Oriente», ha detto alla testata tedesca Die Welt, «dovremo espandere il nostro mercato nei paesi Nato e tra gli americani. Negli Stati Uniti siamo come la Porsche delle armi».
Come se negli Usa non ne circolassero già abbastanza. Forse ora l’industria tedesca ha un problema più grave delle emissioni targate Volkswagen.

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