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MEMORIE 20 Febbraio Feb 2016 1258 20 febbraio 2016

François Jost ricorda Umberto Eco per Lettera43.it

La capacità di mescolare il gioco e le cose serie. La curiosità per il mondo. Il pragmatismo. L'amico e collega François Jost racconta un inedito Eco per L43.

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La prima volta che ho incontrato Umberto Eco è stato nel 1982 a New York. Eravamo entrambi ospiti a casa di Tom Bishop e abbiamo iniziato a chiacchierare un po' di tutto; ricordo che c'era anche Alain Robbe-Grillet, il romanziere, e mi trovai nel mezzo di un dialogo tra due persone brillanti che sempre hanno avuto un grande rispetto per l'un l'altro.
UN MATTATORE ALLE FESTE. L'ho rivisto qualche tempo dopo a Urbino. Negli Anni 80 la città era il centro mondiale della semiotica: i ricercatori di tutto il mondo si trovavano lì a parlare di teoria del cinema e degli audiovisivi. Eco aveva una casa in zona, in mezzo alla campagna. Una sera ci invitò tutti quanti da lui per una festa: tra una storiella e l’altra, tirò fuori un flauto e ci stupì in un concerto improvvisato, accompagnato da un amico alla fisarmonica.
Questa capacità di mescolare il gioco e le cose serie, i discorsi intellettuali con il senso comune, l’artista e lo scienziato, è stata forse una delle sue caratteristiche più importanti.
Gli intellettuali tendono a chiudersi nei loro mondi, nelle loro ricerche: Eco no, lui, lui aveva una curiosità per i fatti del mondo superiore a quella per se stesso e le proprie 'teorie'.
L'ARTE DI MESCOLARE SERIO E FACETO. Quando ci si trovava per ragioni accademiche capitava che i commensali restassero stupiti dal suo mescolare pensieri profondi e appuntiti con battute goliardiche. Aveva una voce e una figura imponenti, un delizioso accento italiano (quando parlava francese, naturalmente), ed era buffo sentirlo raccontare storielle e barzellette – un’attività che lo divertiva molto. La sua capacità di mescolare i “generi” mi ha sempre fatto accostare la sua personalità a quella del romanziere francese Robbe-Grillet.
La cultura di Eco, naturalmente, era immensa. Michel Foucault diceva che accanto all'autore, con la sua figura romantica, c'era il fondatore della discorsività. Dietro Eco c’erano i fondatori di moltissime discorsività: della pragmatica, della narrazione, dell'interpretazione.

LA SEMIOTICA? CURIOSITÀ PER IL MONDO. La semiotica, come lui l’ha concepita e praticata, era un’incessante curiosità per il mondo:
tutti noi semiologi dobbiamo a lui il fatto di poterci chiamare così con i media. Ma Eco è una delle persone che in assoluto cito più spesso per sua la capacità di non rendere dogmatico quello che diceva e scriveva: aveva la capacità di cambiare, di non appoggiarsi sulle proprie certezze come fossero precostituite e immutabili. Essenzialmente, era un tipo molto pragmatico: una qualità molto rara tra gli studiosi.
Nel corso di un dibattito alla Biblioteca Nazionale Francese sul mondo digitale, per esempio, raccontò che lui non aveva alcun pregiudizio: avrebbe sempre letto utilizzando lo strumento più comodo possibile da portare a letto e mettere sul comodino, e in quel momento era ancora il libro. Gli iPad non erano ancora usciti all’epoca, va detto. Oggi, probabilmente, ne usava uno.
IL PRAGMATISMO COME BUSSOLA. Era pragmatico e semplice: capace di ridurre problemi e questioni complesse a pochi concetti di senso comune.
Aveva fatto scalpore dicendo che internet ha dato diritto di parola agli imbecilli. Ma anche in quel caso aveva ragione. Tutti noi abbiamo una piccola parte di stupidità, come diceva Flaubert, ma normalmente la teniamo per noi. Con Facebook e Twitter, invece, la mostriamo agli altri, spesso godendone. Cos’altro poteva dire al riguardo un pragmatico come lui?

*François Jost è un semiologo, docente alla Sorbona di Parigi, direttore del Laboratoire communication information médias e del Centre d’Etudes des Images et des sons médiatiques (testo a cura di Gea Scancarello)

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