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ANALISI 11 Marzo Mar 2016 1612 11 marzo 2016

Delitto di Roma, il ruolo del narcisismo patologico

Vedere l'altro come un corpo da usare e poi buttare. Oltrepassando ogni limite. Fino all'omicidio. Lo psichiatra Castelletti sul caso Varani

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Trasformarsi. Plasmare il proprio corpo per piacersi. Accettarsi.
Marco Prato, il pr franco-italiano arrestato con Manuel Foffo per l'omicidio di Luca Varani, pare che in palestra si fosse preso la rivincita da un passato da cicciottello.
Si piaceva, forse. O almeno così sembrava visti i selfie, le mosse, quell'attenzione per i capelli.
QUEL DESIDERIO DI ESSERE DONNA. Ma non fino in fondo, visto che voleva diventare una donna. C'è chi sostiene che fosse convinto di essere la reincarnazione di Dalida, la sua ossessione. Tanto da pensare di poter mettere fine alla sua vita proprio come la cantante: gocce e albergo.
O forse no. Forse quel suo desiderio castrato dalla famiglia è solo un modo per apparire, in fondo, una vittima anche lui. Se non una giustificazione, almeno un'attenuante al gesto folle compiuto.
Quasi la rivendicazione del diritto di avere una vita dolorosa e difficile. Anche lui, con un master a Parigi, appartenente alla Roma bene e colta, frequentatore di red carpet, eventi e con molti amici. Che sono rimasti tali almeno fino al ritrovamento del corpo di Varani.
LE ANALOGIE CON BOETTCHER E DEFILIPPI. Anche Alexander Boettcher, il milanese arrestato per una serie di aggressioni con l'acido insieme con la sua giovane amante, aveva un culto per il fisico. Lui, esile, si era fatto muscoloso e tatuato. Tanto da «atteggiarsi a dio con le donne», aveva detto in Aula il pm Marcello Musso.
Gabriele Defilippi, accusato con l'amico amante Roberto Obert, dell'assassinio di Gloria Rosboch aveva invece una passione per i travestimenti. Si tingeva i capelli, cambiava nome, identità. Ancora minorenne si agghindava da donna e si faceva riprendere mentre passeggiava per Torino: «Gabriele ora è Gabriella».
Mille vite, mille bugie sui social, sui blog.

Il narcisismo patologico e l'inferiorità di una vittima

Luca Varani.

Narcisi, ossessionati dalla forma fisica, (presunti) assassini.
Ogni generalizzazione, va da sé, è fuorviante e occorre cautela, spiega a Lettera43.it Luca Castelletti, dirigente presso l'ex ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, ora Rems, che si è occupato in qualità di perito proprio del caso Boettcher.
«Il rischio», aggiunge, «è di indurre una semplificazione nei ragionamenti, accostando casi che forse hanno analogie ma che devono ovviamente essere letti e interpretati singolarmente».
Il narcisismo resta però una costante.
ORIENTAMENTO SESSUALE? SECONDARIO. Ed è proprio attraverso questa lente che Castelletti legge il delitto romano. «Non darei enfasi all'orientamento sessuale o alle inclinazioni dei protagonisti di questa vicenda», dice. «Ma al progressivo smarrimento di sé nel rapporto con gli altri, al cosiddetto narcisismo maligno e patologico».
Che implica vedere l'altro come un corpo da usare, un oggetto che, se necessario, è lecito buttare.
Insomma, la vittima avrebbe potuto benissimo essere una ragazza.
INFERIORITÀ DELLA VITTIMA. Varani ha risposto a un sms ed è stato forse attirato in una trappola.
Ma il 23enne che sbarcava il lunario con lavoretti e con una fidanzatina fissa da otto anni non è una vittima qualsiasi.
«Era bisognoso di soldi, mentre i due ne avevano, era più giovane, ricattabile, sottomesso», mette in chiaro Castelletti. «Si configurava in un posizione di inferiorità rispetto ai due».

Un macabro rituale performativo

Manuel Foffo e Marco Prato.

La mattanza di Varani può essere letta come un macabro rituale performativo.
Dove la preoccupazione è oltrepassare i limiti, spostarli. Renderli solubili.
Tutti i limiti: da quello sessuale a quello dell'abuso di sostanze stupefacenti. Fino all'ultimo: seviziare e uccidere un ragazzo di 23 anni.
PATOLOGIA DEL LIMITE. «Patologia del limite», la definisce lo psichiatra. Lo svuotamento totale di senso rispetto a un confine che non dovrebbe essere superato.
Uno stato che porta alla prevaricazione dell'altro, all'abuso, alla sottrazione della vita.
Per questo, il gioco tra vita e morte inscenato dai due, sottolinea l'esperto, «pare riconducibile alla grandiosità».
Non intesa nell'accezione psichiatrica di presenza di stati maniacali, ma come «senso di onnipotenza».
LA DINAMICA DELLA COPPIA CRIMINALE. Un senso di supremazia che non si sfoga solo sulla vittima, ma che inquina la stessa coppia criminale.
Ma anche in questo caso, ricorda l'esperto, occorre procedere con la massima cautela: «In una coppia entrano in gioco diversi fattori, combinazioni mutevoli». Dall'istinto di leadership al sadismo.
La chimica, insomma, va letta e analizzata caso per caso: «Non è da escludersi che uno dei due manifestasse aspetti di disfunzione psichica».
Quale dei due, al momento, è difficile stabilirlo, visto il continuo rimpallo di responsabilità delle difese.
MANIPOLATORE O SUCCUBE? Prato, che in passato aveva 'gonfiato di botte' un altro ragazzo, ha plagiato o no Foffo, come raccontato da quest'ultimo? È un manipolatore suscettibile e pieno di sé come qualcuno lo descrive oppure, stando alla versione del pr, avrebbe in questo caso agito solo per soddisfare le voglie e le richieste di quello studente fuoricorso da cui era attratto, fino a quella folle, delirante di strozzare e uccidere Varani?
Nel gioco di specchi, una cosa è certa: liquidare e banalizzare la vicenda trattando i due come «bestie», come inumani, non esorcizza la gravità e la violenza del delitto.
«L'episodio segnala semmai, come se ce ne fosse ancora bisogno, l'imbarbarimento» della società.
Una società dove tutto è lecito. E «dove le pulsioni e le fantasie», ragiona Castelletti, «prima confinate alla letteratura si fanno scenari praticabili e praticati».

Chi frequentava Prato poteva non sapere?

Marco Prato in una foto di Facebook.

Chi frequentava il giro di Prato, affamato di un invito o un selfie con il popolare organizzatore di aperitivi che, pur essendo omosessuale dichiarato aveva inscenato un love affair con la starlette Flavia Vento finendo sul patinato di alcune riviste, verosimilmente era consapevole del suo stile di vita.
Del sesso fast-food, delle abbuffate di coca, dei festini privati.
COPIONI CONOSCIUTI. Si sa come vanno a finire certe serate, racconta chi ne conosce fin troppo bene il copione.
Gay o etero, ragazze o uomini poco importa. Il sottobosco di aspiranti - attori, attrici, registi, autori - è vasto.
Tutti accomunati dal wannabe, quel vorrei essere che vale bene una pippata, meglio se gratis, o una scopata. Tutto pur di frequentare la gente che piace e che magari, in un futuro, può infilarti in una produzione. O procurarti un lavoro nello star system, anche se di quarta classe.
Molti di coloro che frequentavano Prato e i suoi aperitivi, le sue feste, non potevano non sapere.
RINNEGARE E RIMUOVERE. I suoi eccessi erano così evidenti che ora solo apparire taggati in una foto sul suo profilo Facebook o risultare conoscenti sebbene virtuali costituisce una specie di prova, una sorta di connivenza con quel mondo che tutti si affannano a stigmatizzare.
Così, Prato il popolare pr, diventa - e non a torto - solo un mostro uscito da un buco nero da rinnegare, da cancellare, e rimuovere.
E in questo silenzio restano solo le parole di Ledo Prato, affidate al suo blog.
«A volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, ti mette a confronto con subdole malattie che sovrastano le persone più deboli, tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti», ha scritto il padre di Marco.
TRE FAMIGLIE «A BRANDELLI». In questi anni, si legge, «a tanti ho cercato di trasmettere speranza, coraggio, fiducia, di costruire bellezza, di preservare i valori fondamentali della vita, di credere nel buon futuro. Qualche volta ci sono riuscito, altre no, come dimostra questa tragedia. Forse pensiamo di poter avere un ruolo decisivo nei rapporti umani e familiari ma non è sempre così».
Qualche volta, prosegue Ledo Prato, «ci attribuiamo capacità che non abbiamo e l’esempio di una vita condotta ispirandosi ai valori dell’onestà, del rispetto della vita propria, e di quella altrui (...) si scontra con contesti difficili, rapporti umani alterati, scelte non sempre condivisibili, disvalori che cancellano valori e sembrano vanificare la missione di una vita a cui hai dato tutto, senza risparmio».
«In questi giorni in cui la stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso», conclude, «si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo, usate espressioni dei tempi più bui della vita civile».



Twitter @franzic76

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