Manuel Foffo Marco 160310165752
LA MODA CHE CAMBIA 13 Marzo Mar 2016 0813 13 marzo 2016

Il fascino discreto del male tra la borghesia

Non vogliamo riconoscerlo. E lo neghiamo. Ma il Collatino è stato teorizzato da de Sade.

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Manuel Foffo e Marco Prato.

Attorno agli Anni 30, Benedetto Croce disse che il filosofo illuminista Alfonse Donatien de Sade «asserì dure e coraggiose verità, di quelle verità da cui si suol torcere il viso, quasi che in tal modo si riesca ad annullarle». Le verità di cui il marchese de Sade scriveva non riguardavano ovviamente le pratiche sessuali anche stravaganti, ma nella realtà mai estreme, per le quali è passato alla storia, bensì la natura ben più pericolosa del suo pensiero e dei suoi scritti, a causa del quale la corona di Francia e la Chiesa, che di fatto tollerava ogni eccesso anche omicida da parte dell’aristocrazia nei confronti di popolani e prostitute, lo perseguitarono per tutta la vita, facendogli scontare più di trent'anni in prigione.
IL MALE COME SOSTITUZIONE A DIO. Il pensiero di de Sade riguarda la natura fascinosa del male e il diritto dell’uomo di dominarlo non sconfiggendolo, bensì diventandone l’agente nel mondo. I suoi romanzi e le sue invettive giustificano lo stupro, l'omicidio, la strage come nullificazione dell'esistente.
De Sade teorizza l'uomo che si rivolta al Dio creatore sostituendosi a lui non per costruire il mondo, ma per servirsene a proprio piacimento, rompendolo e distruggendolo.
LA CASTA DEI CARNEFICI ELETTI. I personaggi dei suoi romanzi sfidano Dio mentre torturano, mutilano, bruciano, impiccano, squarciano. Uomini, ma anche donne (ecco Juliette che uccide gridando «guardami, Dio»), che ritengono proprio diritto «fare del male» in virtù della propria posizione sociale, della propria cultura, della propria ricchezza, della propria intelligenza, della propria presunta superiorità rispetto alla massa, cioè di una moltitudine silente che è mera passività e che viene sottoposta all'imperio degli eletti senza alcuna motivazione razionale o razionalmente accettabile.

La vittima è nulla, lo strazio della sua famiglia un accidente

Marco Prato in una foto di Facebook.

Le vittime sadiane sono cose: una folla anonima di torturati sottoposta alla casta dei carnefici. Nel quadro di queste teorie prima secretate e poi mai debitamente analizzate e valutate, credo rientri il delitto del Collatino con tutti i suoi atroci elementi, genitori dei carnefici compresi.
Ve li elenco: la vittima scelta quasi a caso nella folla anonima dei bisognosi (di denaro o di droga, fa lo stesso), che avrebbe potuto facilmente essere un'altra, uno degli scampati al festino, appunto.
La voglia dichiarata di almeno uno dei due carnefici di «fare del male». A chi? Non ha alcuna importanza. Bisogna vedere, ancora dichiaratamente «l'effetto che fa», ergersi a creatori e distruttori del mondo.
La vittima ha un nome e un volto, ma in questa aberrante messinscena di un superomismo d'accatto, non viene presa in considerazione nemmeno dai genitori dei due assassini nel loro affannoso giustificarsi (loro stessi, non i figli) sui media.
SECCATURA IN UNA RISPETTABILE CARRIERA. La vittima è nulla, lo strazio della sua famiglia un mero accidente, l'intera faccenda una trascurabile seccatura in un percorso professionale o accademico che loro, i parenti degli aguzzini, si premurano di ricordare ai telespettatori e ai lettori del loro blog come integerrimo, casomai questo omicidio ne allontanasse i clienti.
Eccola, l’élite vera o presunta che l'assicuratore modello padre di Manuel Foffo e il segretario dell’associazione culturale Mecenate 90, sodale di Giuseppe De Rita, padre di Marco Prato, sono convinti di incarnare sopra il torturato e sopra la folla ancora anonima dei simpatizzanti che inviano parole di conforto ai loro indirizzi web, invitandoli a «lasciarsi alle spalle questa brutta storia», come se un ragazzo drogato, seviziato e ucciso a coltellate e martellate si potesse gettare alle spalle come la carta delle 'caramelle' che i loro figli dispensavano.
È questa, l’élite che si «appresta», come Ledo Prato, «ad attraversare con passo lieve questa tragedia», sfiorando il corpo straziato di un ventenne senza neanche sentirlo, come erba. No, non è un delitto maturato senza un perché.
IL MALE NASCE DALLA SUA NEGAZIONE. Il «passo lieve» del padre laureato e imbevuto di perbenismo assomiglia molto pericolosamente alle coltellate sferrate da suo figlio e dal suo amico che dice di «odiare suo padre». Il male che ci ostiniamo a non vedere, che ad ogni delitto ci porta a domandarci come sia potuto nascere in quella bella famiglia, da quel bravissimo ragazzo, da quella madre tanto premurosa, nasce dalla sua totale negazione, e dall'illusione tutta moderna che basti un passo lieve, e un lieve calcetto, per scansarlo.

Twitter @fgiacomotti

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