ARSENALE 17 Marzo Mar 2016 0800 17 marzo 2016

Ied, le armi improvvisate in mano all'Isis

Fertilizzanti, cellulari, cavi: i jihadisti comprano in 20 Paesi materiali innocui. Per assemblare ordigni. I componenti arrivano da 51 imprese: 13 sono turche.

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da Beirut

Nelle mani sbagliate un bidone di fertilizzante agricolo, un cellulare di vecchia generazione e qualche metro di cavo elettrico possono diventare un’arma capace di uccidere decine o centinaia di persone.
Sono i cosiddetti Ied (Improvised Explosive Devices), strumenti di morte assemblati impiegando componenti di per sé innocui e facilmente reperibili sul mercato.
Queste armi riempiono gli arsenali dell'Isis e i suoi tecnici continuano a progettarne di nuove e più letali.
51 AZIENDE IN 20 PAESI. A fornire la materia prima al Califfato - spesso inconsapevolmente - sono almeno 51 aziende di 20 Paesi, molti dei quali impegnati nella coalizione internazionale in guerra con lo Stato Islamico: Turchia, Stati Uniti, Brasile, Romania, Russia, Olanda, Cina, Svizzera, Austria e Repubblica Ceca
Uno studio realizzato dal Conflict Armament Resarch (Car) per conto dell’Ue afferma che queste società hanno venduto più di 700 diversi componenti utilizzati dall'Isis per costruire ordigni esplosivi improvvisati, anche chimici.

Il Paese più esposto è la Turchia, poi c'è l'India

Miliziani dell'Isis.

Dalla ricerca, durata 20 mesi, emerge che gli Ied sono prodotti su una «scala quasi industriale» dal Califfato.
Il Paese con il maggior numero di aziende coinvolte in questo commercio è la Turchia (13), seguita dall’India (7).
ANKARA NON COLLABORA. Il governo turco ha rifiutato di collaborare all’inchiesta, impedendo ai ricercatori di determinare l’efficacia delle norme stabilite da Ankara per quanto riguarda la tracciabilità dei componenti Ied.
Altri governi e imprese, come Nokia, hanno invece fornito al Car i documenti richiesti.
Dalle aziende turche l'Isis importa sostanze chimiche, contenitori per bombe artigianali, micce e componenti elettrici per gli inneschi.
I CELLULARI ARRIVANO DAGLI EMIRATI. Dall’India arriva la maggior parte dei detonatori e delle micce di sicurezza. Secondo la legge di New Delhi il trasferimento di questo materiale richiede una licenza. Per tutte le esportazioni prese in esame i ricercatori hanno trovato la documentazione legale necessaria alla vendita in Libano e Turchia.
Giappone, Svizzera e Stati Uniti vendono componenti elettronici, comunemente utilizzati per la costruzione di Ied telecomandati, molto diffusi in Iraq.
Dagli Emirati Arabi Uniti arrivano invece i cellulari Nokia.

Trappole esplosive e testate tossiche: le armi assemblate dall'Isis

Bombe Ied in mano all'Isis.

Nel corso dello studio, il Car ha esaminato gli Ied raccolti sulle prime linee irachena e siriana, che rivelano come lo Stato Islamico sia in grado di arricchire il proprio arsenale a una velocità senza precedenti.
Il direttore esecutivo James Bevan ha detto che i militanti stanno utilizzando questi dispositivi negli attacchi terroristici, nelle offensive militari e per difendere il loro territorio: «Nel Califfato si inventano e si sperimentano continuamente nuovi tipi di Ied come sofisticate autobombe, trappole esplosive, mortai artigianali e razzi con testate tossiche».
UN MESE TRA ORDINE E CONSEGNA. Queste armi hanno colpito duramente i peshmerga, le milizie sciite, i curdi dell’Ypg, i ribelli dell'opposizione e le altre forze che sul terreno si oppongono all'Isis.
«Ogni volta che si cerca di liberare un’area, la si trova disseminata di Ied, che causano la maggior parte delle vittime», prosegue Bevan.
Il commercio di questi componenti è sottoposto a meno controlli rispetto a quello delle armi.
E lo studio ha evidenziato che tra l‘ordine e la consegna spesso non trascorre più di un mese.
IL CAR: «INASPRIRE I CONTROLLI». L'acquisto avviene attraverso normali richieste commerciali avanzate alle aziende presenti nella regione, segno evidente dell’assenza di controlli nella catena che dalla casa madre porta alla fornitura di materiali all'Isis.
«Fino a oggi le imprese coinvolte potevano non conoscere la destinazione e l’uso finale dei loro prodotti», conclude Bevan. «Ora sono informate ed è assolutamente necessario inasprire regolamenti e controlli sulle esportazioni di materiali legati agli Ied».

Twitter @MauroPompili

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