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INTERVISTA 21 Marzo Mar 2016 0800 21 marzo 2016

Ostaggi in Libia, la ricostruzione delle milizie non torna

Auto prima intatte, poi in fiamme. La versione sui tecnici piena di incongruenze. Magris, esperta di antiterrorismo: «Messinscena per far sparire prove o bottino».

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Un territorio estremamente frammentato, dove la realtà non è mai univoca e i rapporti tra reti criminali e terroristiche sono sempre fluttuanti.
I «molti punti oscuri» ammessi dal governo sul rapimento dei quattro italiani (i superstiti Gino Pollicardo e Filippo Calcagno e le vittime Salvatore Failla e Fausto Piano) in Libia si perdono nelle trappole di Sabrata, la cittadina che ospita l’impianto più strategico per l’Eni, ora anche i campi d’addestramento dell’Isis e da prima molte bande di contrabbandieri e trafficanti.
CRIMINALITÀ O ISIS? «Isis o criminalità comune, non è affatto facile per gli investigatori capire in mano a che gruppo fossero gli ostaggi della Bonatti anche nel giorno in cui qualcosa è andato storto. Saperlo poi potrebbe non essere neanche decisivo, se non per arrestare questi individui», racconta a Lettera43.it Sabrina Magris, presidente dell’Ecole Universitaire Internationale, istituto italiano di alta specializzazione, formazione e ricerca nell’antiterrorismo e intelligence, «in un contesto così mobile e promiscuo basta una scissione tra famiglie a mandare in stallo una trattativa, bloccare un passaggio di denaro, far mutare un’affiliazione».
IMMAGINI INCONGRUENTI. Al vaglio degli investigatori ci sono i dati e le immagini incongruenti diffusi dalle milizie libiche sulle auto con a terra i corpi dei due italiani. Immagini «che non possono essere immediate a uno scontro a fuoco», spiega l’esperta che addestra gli 007 contro l’Isis e al Qaeda. «Quella mostrata potrebbe piuttosto essere una maldestra messinscena successiva per depistare. Magari per cancellare le prove di un bottino sparito o di un regolamento di conti».

Sabrina Magris, presidente dell'’Ecole Universitaire Internationale.

DOMANDA. Cosa c’è di inverosimile nelle foto uscite (tra l'altro in tempi e per mani diverse) sull’imboscata?
RISPOSTA. Le auto. Dalle immagini esclusive diffuse da Piazzapulita e Askanews si vedono un suv nero e un’auto bianca, più malconcia del suv anche prima di essere bruciata. Raramente si usano auto del genere per scortare un convoglio, quella bianca potrebbe addirittura essere la carcassa di un mezzo già da tempo lì presente.
D. Ma le milizie di Sabrata hanno postato una foto del rogo sul sito del Comune e affermato invece che le auto erano tre, assaltate di «sera», anche se poi nelle loro immagini c’è il sole.
R. Soprattutto, la macchina nera è stata bruciata dopo che è stata scattata la foto con il corpo dell’italiano a terra, accanto al suv. Non può essere stata incendiata dai sequestratori come dicono le milizie. Se mettiamo in fila le foto che per ora si hanno, la sequenza proprio non torna.

  • La foto del rogo diffusa a ore di distanza dal Sabratha media center.

D. Infatti, in una di queste, l’auto accanto al corpo di Failla è intatta. Non si vedono vetri rotti né segni di colpi.
R. Come se non ci fosse stato conflitto a fuoco dall’esterno. Dopo invece viene mostrata l'auto bruciata. E sulla destra si nota quella che può essere una tanica d'acqua o di benzina, di colore blu. Perché lo si è fatto?
D. Non torna neanche il numero dei morti comunicati e mostrati in un altro video al chiuso dove si rivedono i volti dei due connazionali uccisi. Sono nove, come affermato per l'agguato, oppure i 14 contati dopo?
R. Qui è più difficile fare valutazioni. È possibile che agli uccisi del convoglio, verosimilmente non più di otto, si siano aggiunte alcune vittime dell’altra parte coinvolta nello scontro. Probabilmente in tutto i morti saranno stati una dozzina.
D. Quel 2 marzo, insomma, lo scontro potrebbe non essere avvenuto con una milizia?
R. Esattamente. Potrebbe essere esploso un conflitto tra bande criminali per spartirsi il denaro. Una banda può aver teso un’imboscata al convoglio che si sapeva in viaggio, magari per bloccare o intercettare un passaggio decisivo di soldi e degli ostaggi. E la milizia può poi averli trovati solo dopo.

D. È apparso successivamente in Rete un video della tunisina che si dice dell’Isis e sarebbe sopravvissuta all’assalto con il suo bambino: racconta di come siano stati fermati dopo una sosta, della sparatoria e del loro bottino sparito…
R. Questa è pure un’altra storia molto strana, forse l’ennesima manipolazione. Stranissima la sosta, strano che la donna stata l’unica salvata del gruppo. Strano che, provenendo da un ambiente del genere, si trovasse con il marito o compagno nelle auto con gli ostaggi Failla e Piano.
D. Perché quel giorno Pollicardo e Calcagno potrebbero essere stati invece separati da loro?
R. Dobbiamo entrare nella logica dei trafficanti. Come avviene con la droga, gli italiani potevano essere stati venduti da un gruppo all’altro e dover essere gestiti in tempi diversi. Però poi qualcuno della filiera può aver tradito, per impossessarsi o riprendersi il bottino, e aver teso loro una trappola.
D. È possibile anche che, come da alcune tra le molte e spesso inattendibili indiscrezioni, una parte del riscatto fosse stato già pagato dall’Italia? O che magari la nostra intelligence avesse intercettato e oliato nel tempo elementi ritenuti affidabili per entrare in negoziato?
R.
Non possiamo dirlo. Di certo questi passaggi possono avvenire nei mesi di investigazioni per risolvere i rapimenti. Per questo motivo, quando sembra accendersi una luce, seguono spesso lunghi momenti di stallo: si verifica l’attendibilità di una pista, la si fa decantare. A volte si va avanti, altre si rivela un tranello, si deve tornare punto e a capo e dei soldi potrebbero essere già stati consegnati.

«Le famiglie locali sapevano degli ostaggi italiani»

D. Quanto era presente l’intelligence italiana a Sabrata quando gli eventi sono precipitati?
R. Nella zona ci sono unità dei servizi italiani accanto ad agenti di altri Paesi, gli interessi e la posta in gioco sono troppo alti. In questi mesi hanno lavorato molto nell’ombra, come deve essere, e anche il silenzio di questo giorni è sintomo di un lavoro volto alla caccia degli assassini e dei rapitori.
D. Bocche cucite sull’andamento del sequestro, no comment dall’Italia come dalla Libia per mesi. Poi le due morti, il rilascio e l’audio diffuso dalla famiglia Failla che rivela invece gli abboccamenti.
R. Non parlare e dire ai familiari di non farlo è la procedura standard e giusta in simili passaggi, niente affatto rari nei sequestri. Questo tipo di messaggi viene di solito registrato per accelerare sulle trattative. I rapitori cercano di far leva sulla disperazione delle famiglie. Ovviamente, gli ostaggi non vengono fatti parlare liberamente, sarebbero incontrollabili.
D. Perché non si è detto, neanche dopo la liberazione di Pollicardo e Calcagno, che almeno uno della banda parlava italiano come dimostra l’audio mantenuto segreto?
R. Neanche questo è strano. È già capitato, anche in Medio oriente, che qualcuno dei rapitori, o perlomeno un loro intermediario, masticasse italiano. Serve per mandare in porto le trattative e un eventuale pagamento, anche per gestire meglio gli ostaggi e i rapporti con chi si trova in Italia.
D. Si tratta comunque di professionisti dei sequestri.
R. Certo. Anche cambiare gli abiti agli ostaggi è una prassi abituale. Si teme sempre abbiano indosso microspie o anche segnalatori, cosa quest’ultima non infrequente anche nei tecnici.
D. Basta anche un iPhone ormai per essere localizzati. Capire che lingua parlassero può aiutare a identificare i sequestratori?
R.
In Libia tanti parlano un po’ d’italiano. E lo stesso vale per il francese con il quale gli italiani hanno raccontato di comunicare con i rapitori.
D. Tutti i libici dicono che quel «cattivo francese» è «tunisino». E Sabrata è al confine, ci sono tanti tunisini, non necessariamente dell’Isis.
R. Potrebbero poi anche non essere tunisini, ma di altre nazionalità, e aver imparato un po’ di francese e italiano in soggiorni all’estero…
D. È possibile anche che i sequestratori non abbiano mai parlato intenzionalmente in italiano con gli ostaggi proprio per non far loro intendere che li capivano?
R. Anche questa fa parte delle tecniche usate per mandare in confusione gli ostaggi, far regredire la loro lucidità, distorcere le loro percezioni. Gli italiani non potevano vedere i loro rapitori, per uscire erano coperti e magari anche fatti girare a vuoto. Hanno raccontato di uscirne psicologicamente distrutti.
D. Sarà mai possibile far luce sull’accaduto?
R. Occorrerà di certo molto tempo per poter ricostruire un quadro obiettivo dalle loro testimonianze. Per i due italiani sopravvissuti i mesi a venire saranno i più duri, un momento delicatissimo. Dovranno essere seguiti con ogni massima cura.

Gli italiani liberati Gino Pollicardo e Filippo Calcagno al rilascio in Libia (Getty).  

D. Prima di Failla, Pollicardo, Calcagno e Piano, gli italiani non erano mai stati colpiti in Libia dal 2011.
R.
L’entrata in scena dell’Isis ha ridisegnato le dinamiche locali di relazione. Sicuramente gli impianti in mano agli stranieri non erano e non sono ben visti dalla popolazione, neanche quelli dell’Eni, e l’Isis soffia sul fuoco. Le fluttuazioni tra ambienti criminali e terroristici, poi, sono come abbiamo detto continue.
D. Possibile che a Sabrata davvero nessuno sapesse nulla degli italiani, una città di piccole milizie e clan apparentati tra loro?
R. Qualche famiglia sapeva. Per come è stratificata la società libica, nelle trattative di spartizione entrano in gioco una decina di persone. Gli interessi del luogo si incrociano con le negoziazioni familiari: basta un accordo tra due famiglie per risolvere un sequestro, o una lite per farlo saltare.
D. Quanto può avere influito nelle turbolenze della zona il bombardamento del 19 febbraio degli Usa su un campo dell’Isis nella periferia di Sabrata?
R. Pochissimo, per non dire niente. Le popolazioni del posto sono ormai abituate alle sparatorie, vivono da anni nell’instabilità costante, sotto il tiro di bande armate. Semmai quel raid può aver rallentato, anziché accelerato, le contrattazioni o l’emergere di spaccature nei negoziati.
D. La guerra tra tribù e bande criminali in Libia è sempre più accesa: il caos e la degradazione raggiunti sono - come sembra da alcuni reportage - ancora peggiori che in Siria?
R. La Libia è più vicina a noi, ma al contrario del Califfato in Siria e in Iraq l’estrema frammentazione la rende più controllabile dagli esterni. Il vero pericolo, secondo le previsioni del centro studi e ricerca di Ecole Universitaire Internationale, arriverà se e quando i libici si uniranno per organizzare e strutturare un Califfato gestito da loro.

Twitter @BarbaraCiolli

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