PROCESSO 24 Marzo Mar 2016 1825 24 marzo 2016

Karadzic, i rigurgiti del nazionalismo serbo

Il boia di Srebrenica condannato. Azra Nuhefendic, epurata dal regime serbo: «Inutile, in patria è un eroe». Acclamato da nuove e vecchie generazioni. Foto.

  • ...

«Una sentenza per quanto indispensabile non basta». Perché Radovan Karadzic, condannato a 40 anni per l'eccidio di Srebrenica, 8 mila morti, e per l'assedio di Sarajevo, 11.541 vittime in 43 mesi, sentenza contro la quale ha presentato ricorso, è «ancora considerato un eroe, a casa sua» (guarda le foto).
Per questo Azra Nuhefendic, giornalista nata a Sarajevo ma vissuta per molti anni a Belgrado, di origine musulmana ed epurata dal regime Milošević, non ce la fa a dirsi soddisfatta.
UNA SENTENZA ARRIVATA TARDI. «La giustizia», dice a Lettera43.it, «è arrivata troppo tardi e c'è il rischio che non sia completa».
Per il dottor morte, così era definito il boia dei Balcani psichiatra e poeta insieme, infatti è caduto il capo d'accusa per genocidio nei sette paesi di Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. I giudici, nonostante i crimini commessi, non hanno riconosciuto l'intenzione di sterminare parzialmente o del tutto le comunità non serbe, e quindi di commettere genocidio.
Morti dimenticati. Come quelli trovati nel 2013 fa nella fossa comune di Tomasica, presso Prijedor, nella Bosnia occidentale. Settecento corpi che non avranno mai giustizia.
«ERA NECESSARIO L'ERGASTOLO». «Nessuna sentenza può riportare indietro figli, mariti, figlie», insiste Azra. «Detto questo, la condanna era attesa ed è meglio di niente. Ma 40 anni non bastano».
Perché i simboli, soprattutto in questi casi, sono fondamentali.
Per questo «era più giusto l'ergastolo. Anche se a 70 anni passerà il resto della sua vita in carcere, era un segnale dovuto ai morti, ai sopravvissuti».
Ma anche alla Bosnia, «vittima» dello sterminio nazionalista serbo.


Karadzic e Mladic, boia considerati eroi e vittime

Le manifestazioni di qualche giorno fa al grido di «Siamo tutti Karadzic» e una casa dello studente intitolata a suo nome nel piccolo centro montenegrino di Petnjica, dove il boia è nato e vive ancora la famiglia, feriscono.
Invece che un criminale, è ancora visto come «eroe», spiega Azra. Anche dalle ultime generazioni, quelle nate dopo la guerra.
LA RESPONSABILITÀ POLITICA. Questo perché la «politica non ha fatto nulla per cambiare questa visione».
La propaganda, insomma, non si è mai spenta. Se prima seminava odio contro i vicini e i fratelli musulmani, dipingendoli come mostri e criminali, ora copre la verità e la storia.
Azra è ancora più severa: «Quelle idee sono ancora vive e portate avanti da alcuni politici». E il partito radicale di Voijslav Šešelj, accusato di crimini di guerra, e i tanti movimenti sono lì a dimostrarlo.
Il paragone fa accapponare la pelle: «È come se il partito nazionalsocialista fosse continuato a esistere nonostante la morte di Hitler».
QUELLA LATITANZA DI STATO. Non a caso la Serbia, secondo i critici, ha protetto Karadzic per 13 anni, durante i quali è rimasto praticamente a casa sua latitante.
«Non abbiamo mai accettato la versione che non fosse possibile trovarlo», si arrabbia Azra. «La verità è che Belgrado ha deciso di consegnarlo alla giustizia internazionale quando le conveniva farlo, quando era possibile ottenere il massimo risultato. È stato un baratto».
Karadzic e anche l'altro boia di Srebrenica Ratko Mladic, il cui processo all'Aja è in corso, non sono considerati solo eroi, difensori della grande Serbia, patrioti, ma vittime di una giustizia «a due velocità». che ha punito solo i serbi.
«MANCA LA VERGOGNA». «Un atteggiamento che si è visto anche al processo», fa notare Azra. «Karadzic non ha mai ammesso le sue responsabilità. Così si comporta un eroe?», si chiede sarcastica. «Se annienti una intera etnia e lo fai con una convinzione, allora la porti fino alla fine».
Il fatto è che oltre all'assunzione di responsabilità manca il senso di vergogna. Quella provata dal popolo tedesco con Norimberga, per esempio.
Davanti a tutto questo, Azra non ha dubbi: «No, una condanna non basta».
Forse perché, come sostenava anche Francesco Privitera, esperto di Storia dei Balcani a Lettera43.it, «il punto è che questo processo è qualcosa di più di un processo a un singolo, è il lato oscuro della nostra storia».
Una storia fatta di odio e vendetta. Che ora, in molte aree dell'ex Jugoslavia, sono diretti proprio contro i serbi. A riprova che forse non basta davvero una condanna per normalizzare interi Paesi inquinati da anni di guerra e atrocità.



Twitter @franzic76

Articoli Correlati

Potresti esserti perso