SCENARIO 5 Aprile Apr 2016 1646 05 aprile 2016

Basilicata tra petrolio, ecomafie e inquinamento

Pozzi inquinanti. Sorgenti al veleno. Fusti abbandonati. Così imprenditori e politici corrotti hanno ucciso un'intera regione. Con l'ombra della 'ndrangheta.

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La statia di Maria del Sacro Monte di Viggiano.

Dal santuario del Sacro Monte di Viggiano la madonna veglia sull'intera Basilicata. Almeno dal 1890, quando papa Leone XIII la incoronò patrona e regina della Lucania.
Una vergine nera.
Nera come il petrolio che affiorava naturalmente, finché l'Eni non ha trasformato questo fazzoletto del Sud Italia in un Texas da cui si estrae dal 7 al 10% del fabbisogno nazionale.
La Basilicata è il «più grande giacimento onshore dell’Europa occidentale». Copyright, con un certo orgoglio, sempre del Cane a sei zampe.

La maledizione dell'oro nero: i Noe acquisiscono le cartelle cliniche

L'impianto Tempa Rossa.

Ma il petrolio, delle cui royalty si nutre l'economia regionale, non è proprio una benedizione da queste parti.
I quasi 500 milioni versati nel triennio 2012-2014 da Eni e Shell per la concessione Val D'Agri (dati Eni) di cui la quota del Cane a sei zampe ammonta al 56,3% del totale non hanno diminuito il tasso di disoccupazione che naviga intorno al 14% contro una media nazionale dell'11,7.
LA MANGIATOIA LUCANA. A rimpinzarsi, insomma, sono stati ancora una volta imprenditori locali e amministratori che hanno trasformato la zona estrattiva in una mangiatoia.
E non è una benedizione perché questa terra si è ammalata.
Ipotesi avvalorata dalle carte dell'inchiesta. «Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini», ha scritto il Gip nell'ordinanza.
«Rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi.
E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico».
O reiniettati nel pozzo Costa Molina 2, ora sotto sequestro, «sebbene l'attività di reiniezione non risultasse ammissibile per la presenza di sostanze pericolose».
Nonostante questo, ha puntualizzato il procuratore della repubblica di Potenza, «in relazione all'attività petrolifera svolta da Eni a oggi non è iscritta l'ipotesi di disastro ambientale».
RISATE CRIMINALI. Eppure quello che divertiva Gianluca Gemelli, compagno dell'ex ministro allo Sviluppo Federica Guidi - «Non ti preoccupare, tanto non inquina», diceva ridendo al numero 1 di Total Basilicata Giuseppe Cobianchi nel 2014 - potrebbe fare crepare i lucani.
Lo sospettano gli inquirenti, visto che i carabinieri del Noe hanno acquisito migliaia di cartelle cliniche negli ospedali per verificare le patologie presenti in regione, tra cui anche quelle relative ai tumori. Mentre sono in corso in tutta la regione indagini epidemiologiche anche sui 'bioindicatori', utili a dimostrare i possibili livelli di inquinamento sulle produzioni agricole locali e sugli allevamenti.

«Dalla Basilicata esce merda da ogni parte»

Le sorgenti dei veleni.

Codici taroccati, controlli non eseguiti, parametri delle emissioni in atmosfera manomessi o taciuti purtroppo non sono una novità da queste parti. Insieme con centraline Arpab che non sembrano funzionare, soprattutto nei pressi del Centro Oli.
La verità è che, come spiega a Lettera43.it il blogger lucano Ivano Farina, «dalla Basilicata esce merda da ogni parte».
FANGHI CON METALLI PESANTI. Fanghi neri maleodoranti contenenti Torio 232, Attinio 228, Bismuto 212 e Piombo 212 sono stati trovati in un tratto di spiaggia tra il Lido di Metaponto e la foce del Basento. Proprio dove, ricorda Farina, si stanziò Pitagora con la sua comunità e dove un suo discepolo, Ippaso da Metaponto, scoprì i numeri irrazionali.
Scorie radioattive dormono da anni nella pancia dell'Itrec, centro situato nel comprensorio Enea-Trisaia di Rotondella, in attesa ancora di essere trasferiti negli Usa.
Nel 2014 alcuni giornalisti testimoniarono un trasporto notturno scortato da almeno 300 agenti verso l'ex impianto nucleare. Ogni domanda circa quei movimenti, però, rimbalza contro un muro di gomma. Perché i rifiuti nucleari della Basilicata sono coperti da segreti di Stato.
RITROVAMENTI DI FUSTI. E non è finita: fusti contenenti rifiuti chimici sono stati rinvenuti un po' ovunque. Quasi fossero funghi.
Mentre il bacino fosfogessi di Tito Scalo, una bomba ecologica composta da due discariche sovrapposte che contengono scarti della lavorazione dell'ex Liquichimica e altri rifiuti induistriali, non è ancora stato bonificato nonostante sul tavolo da 3 anni ci siano 23 milioni già stanziati
Nel 1996, come ha denunciato il radicale Maurizio Bolognetti, i fanghi presenti nell'area industriale erano stimabili in circa 170 mila tonnellate. Nel 2001, con il sequestro della discarica, la stima per difetto era salita a 250 mila tonnellate.
Ma a essere inquinati sono anche il bacino del Pertusillo, non distante dal pozzo Costa Molina 2 ora sotto sequestro e l'area del Tecnoparco di Valbasento dove sono stati trovati idrocarburi, metalli pesanti, fanghi di attività di estrazione petrolifera e clorurati cancerogeni.
LE SORGENTI DEL VELENO. «Il pozzo di Costa Molina 2», racconta a Lettera43.it Giuseppe Di Bello, «si trova a mille metri di quota, su una delle tante dolci colline lucane. Lassù non c'è un'abitazione, un'attività, nessuna masseria. Solo il pozzo. A 100 metri di dislivello sgorgano due sorgenti da cui esce veleno».


Il pozzo, poi, continua il tenente, è corrispondente al Pertusillo: 155 milioni di metri cubi d'acqua all'anno destinati a uso potabile. «A bordo di un canotto raccolsi i fanghi sul fondale che poi risultarono pieni di idrocarburi, alluminio, nichel, cromo», ricorda Di Bello. Per poi sbottare: «Non è un invaso è una discarica a cielo aperto».
Stessa situazione nell'area vicino al Tecnoparco, società misto pubblico-privata controllata al 40% dalla Regione, un impianto di smaltimento dove finiscono rifiuti delle attività di estrazione.
ELEMENTI CANGEROGENI NEI POZZI. «Nelle acque dei pozzi usati dai contadini per irrigare i campi e per uso potabile», dice ancora Di Bello, «trovammo già nel 2011 elementi cancerogeni mortali a livelli migliaia di volte superiori alla norma. E lo stesso nei terreni».
Di Bello spinse allora gli abitanti a contattare l'Asl che con un'ordinanza vietò l'uso delle acque.
Il tenente invece per il suo lavoro è stato denunciato a più riprese dalla Regione e dal Tecnoparco. Ed è finito, con la stessa carica, a fare il guardiano al museo di Potenza.
Nonostante tutte le analisi le avesse fatte a sue spese, prendendosi giorni di ferie.
POZZI VUOTI A RISCHIO. Il Costa Molina 2 però non è l'unico pozzo a re-iniezione della regione.
Questi pozzi vuoti possono essere utilizzati per nascondere altri veleni.
Il problema, spiega Di Bello, è che i «fanghi tossici sono spinti a 400 atmosfere nel ventre della terra, a 3 o 4 mila metri. Se trovano una spaccatura nella camicia allora fuoriescono e possono inquinare le falde».
Uccidendo la terra e mettendo a rischio i suoi abitanti.

Le ombre della 'ndrangheta

Una delle navi a perdere nel Mediterraneo.

La Basilicata, insomma, è un grande mondezzaio.
Terminal ideale anche per rifiuti radioattivi e tossici provenienti da mezza Italia e, si suppone, pure dall'estero.
IL MEMORIALE DEL PENTITO. Anche se le indagini sono state archiviate tra le polemiche, rimbombano ancora le parole che il pentito di 'ndrangheta Francesco Fonti consegnò nel 2005 a un memoriale in cui descriveva il traffico illecito in Lucania.
In affari col boss di Platì Domenico Musitano, detto 'u fascista, trasferito dietro ordinanza a Nova Siri, in provincia di Matera, Fonti fu incaricato di «far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi».
Non in Aspromonte, però, terra cara ai boss che vi trascorrevano le vancanze con le famiglie. Ma proprio in Basilicata, a Pisticci, e disse lui in Africa.
L'inchiesta Basentini alla fine si arenò anche perché i fusti non vennero mai rinvenuti.
LA NAVE DEI VELENI. Nelle sue dichiarazioni, Fonti rivelò anche l'esistenza, sul fondale al largo di Metaponto, di una nave dei veleni con a bordo fusti provenienti dalla Norvegia.
Una delle cosiddette navi a perdere, cariche di rifiuti tossici e radioattivi fatte affondare - secondo molte procure - dalla criminalità organizzata in partnership con schegge di Stato deviate.
Storie che finiscono in un pozzo, questo sì senza fondo, e che sfiorano le inchieste sull'omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin massacrati a Mogadiscio il 20 marzo 1994.
L'OMICIDIO DE MARE. Morti apparentemente senza colpevoli come quella di Vincenzo De Mare, ucciso con due colpi di fucile da caccia nel 1993 mentre era lavoro nel suo podere di Terzo Cavone, a un passo da Scanzano Jonico.
Era un autotrasportatore De Mare e secondo Libera fu eliminato perché si era rifiutato di caricare una partita di rifiuti pericolosi. Nel 2004 nei ruderi di un'ex centrale del latte, la stessa per la quale lavorava la vittima, vennero rinvenuti 15 bidoni di plastica contenenti materiale di risulta proveniente da industrie chimiche forse del Nord.
Vicende che si intrecciano, nomi che ritornano. Inchieste che si sdoppiano e si ripetono.
Come se in questa regione tutto fosse collegato da sottilissimi fili. Neri.
IL PROGETTO DEL DEPOSITO NUCLEARE. Sempre a Scanzano, per esempio, il governo Berlusconi voleva realizzare il deposito unico di rifiuti nucleari delle centrali in via di smantellamento. Era il 2003 e la resistenza dei comitati e dei cittadini fece saltare il banco.
«Ma quel progetto», fa notare Farina, «mostra come ci sia sempre stato un disegno in atto».
Un progetto volto a trasformare la Basilicata in una grande discarica.

I clan dei colletti bianchi

Rosaria Vicino.

Ma perché proprio la Basilicata?
Il pentito Fonti spiegò che si trattava di una terra perfetta per i traffici perché sprovvista di una mafia autoctona. Una sorta di prateria di conquista per i clan.
Una lettura, certo. Che però non convince del tutto.
PATRIA DEL FAMILISMO AMORALE. La Basilicata, ricorda Farina, è la terra che ha ispirato il 'familismo amorale' teorizzato da Edward C. Banfield.
Un modo di pensare e di agire basato su massimizzare i vantaggi materiali a breve termine del proprio nucleo pensando che gli altri si comportino nello stesso identico modo, che venne indicato come una delle cause principali dell'arretratezza del territorio.
Le cose dagli Anni 50 non sono cambiate granché. Le inchieste lo dimostrano: figli e mogli di amministratori locali messi a capo di società fondate per spillare denaro pubblico e fare affari con le multinazionali.
INTERLOCUTORI NEI PALAZZI. In Basilicata non esistono organizzazioni come in Campania o in Calabria. Lo stesso procuratore nazionale antimafia Franco De Roberti, commentando gli ultimi arresti, ha parlato di «criminalità organizzata ambientale su base imprenditoriale».
Una mafia dei colletti bianchi, aggiunge Di Bello, che come 'affiliati' ha amministratori, politici, dirigenti di agenzie regionali.
Sono loro gli interlocutori con cui trattare.
I permessi e i favori insomma non si chiedono ai boss, ma direttamente al sindaco.
Un sistema criminale che è in piedi da anni. Perché «se un'inchiesta non estirpa il male alla radice», conclude amaro il tenente, «lascia metastasi e appetiti che sanno come riorganizzarsi».

Twitter: @franzic76

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