INTERVISTA 5 Aprile Apr 2016 0800 05 aprile 2016

Panama papers: The Heavens, come si vive offshore

Ostentazione. Glamour. Sregolatezza e tanti soldi. Viaggio di Galimberti e Woods nei paradisi fiscali. «Ci dicevano: 'Ciò che facciamo è legale, non morale'». Foto.

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Il più grande leak della storia. La lista di nomi eccellenti. La mobilitazione delle autorità giudiziarie. Le vendette incrociate della politica. E, naturalmente, l'indignazione collettiva. Eppure, dietro alle rivelazioni dei Panama Papers, l'enorme inchiesta sulle società offshore panamensi resa possibile da documenti hackerati alla società legale Mossack Fonseca e condivisi tra testate appartenti all'Icij (consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, per l'Italia L'Espresso), c'è anche un'altra storia. Che non conosce indignazione, giudizi morali o segretezza, ma vive anzi di esibizionismo e sfrontatezza (guarda le foto).
THE HEAVENS, UN TUFFO IN PARADISO. L'hanno raccontata Paolo Woods e Gabriele Galimberti, fotoreporter, pluripremiati e autori di The Heavens (Devi Lewis Publishing), opera monumentale – due anni di scatti intorno al mondo, unicamente in pellicola, con un banco ottico 5X4 – che rivela (anche, ma non solo) l'altra faccia dei paradisi fiscali in giro per il pianeta: boom immobiliare, musei che glorificano la ricchezza individuale, agi e sregolatezza di consulenti milionari, felici di posare a mollo nelle loro piscine personali all'ultimo piano di grattacieli avveniristici in piena notte.
Visioni glamour e talvolta quasi pop – in mostra a Parigi dal 19 aprile, immortalate sul libro che dà il nome al progetto e sbirciabili persino su Instagram. Niente di più lontano insomma della segretezza e dalla riservatezza associate tradizionalmente all'evasione delle tasse. Un paradosso?
«Il punto fondamentale è considerare le attività di questi paradisi come un'industria, che è completamente legale e, in certi casi, come nelle Isole vergini britanniche, rappresenta quasi il 30% del Pil, avendo superato da anni il fatturato turistico del Paese. Nasconderla sarebbe stupido», spiega Woods.

Paolo Woods e Gabriele Galimberti (a sinistra), autori di The Heavens. 

DOMANDA. Nell'immaginario collettivo queste società e i loro uomini sono inaccessibili e nascosti.
RISPOSTA. Se sei un'industria vuoi comunicare, perché hai bisogno di attirare clienti. Organizzi fiere e convegni, compri pubblicità sui giornali finanziari. È sfruttando questo aspetto della loro attività che abbiamo approcciato le varie persone per chiedere loro di farsi ritrarre. D'altronde, l'indice fondamentale dei paradisi fiscali non è la segretezza, ma la trasparenza: il fatto che il giornalista o l'autorità possano vedere chi detiene cosa. È questa la copertura offerta dall'industria fiscale.
D. Quella scoperchiata dai Panama Papers.
R. Noi sapevamo dell'inchiesta, perché abbiamo lavorato con l'Icij su altri dossier. Quando siamo andati a Panama abbiamo mandato varie richieste di interviste a Mossack Fonseca, che è il vero colosso del giro. Siamo andati anche una fiera che fanno ma non è stato possibile avvicinarli: dopo il leak erano un po' sull'allerta.
D. Chi avete trovato invece?
R. Siamo andati a cercare una persona che sapevamo essere un prestanome, a cui sono intitolate centinaia di società. Uno che dovrebbe essere multimilionario, se davvero possedesse tutto quello che gli è stato intestato. Invece l'abbiamo trovato in un sobborgo quasi popolare: ha una casetta dimessa, possiede un'auto scassata, una vecchia Volkswagen.
D. Chi sono quelli che fanno i prestanome?
R. Questo è un semplice dipendente della Mossack Fonseca, uno stipendiato. Ma il paradosso è che noi chiedevamo: «Dov'è il quartiere in cui sta Tizio?» e tutti lo sapevano.
D. Nessun segreto.
R. La sfrontatezza è totale, e c'è un gusto anche esagerato nel fare vedere i soldi. Panama è un posto esploso grazie al boom delle società offshore, un boom che ha portato molto denaro e ha gonfiato il mercato immobiliare, un concetto su cui abbiamo lavorato molto. Lo skyline di Panama City è totalmente cambiato in pochi anni: la torre in cui stavamo noi era nuovissima, enorme e praticamente disabitata.
D. Perché?
R. Il mercato immobiliare è solo un sistema per lavare i soldi. Come ci disse un famoso avvocato panamense che lotta contro le società offshore: «Non laviamo solo il denaro, facciamo il servizio completo: lava, asciuga e stira». È un intero processo: ricevere soldi e reimpiegarli.
D. Almeno sappiamo che non va bene a tutti.
R. Certo, ma l'altra faccia sono gli avvocati che si oppongono alle leggi antiriciclaggio dell'Ocse. Dicono: «Noi siamo un Paese indipendente e l'Ocse ci vuole imporre le sue leggi, vogliono introdurre un sistema quasi neocolonialista». La mettono così, sull'autodeterminazione. Ma in realtà a Panama e in posti simili non si fanno leggi per i panamensi, bensì per gli stranieri che ci portano i soldi, con il placet delle società di revisione.
D. Come avete fatto a convincere questi avvocati a posare in cima alle loro torri d'avorio?
R. Vanno approcciati dal lato legale dell'industria, come dicevo. Le società di consulenza fanno un simposium, una conferenza per attirare clienti sull'ottimizzazione fiscale – questo è il loro termine edulcorato per parlare di evasione – e tu ti presenti con in tasca una lettera di alcune delle più importanti riviste della finanza mondiale. Quelle stesse riviste a cui loro pagano fior di quattrini per avere pubblicità. Figuriamoci, non vedono l'ora di apparire!
D. Così li avete piazzati davanti a un banco ottico, uno strumento che è l'antitesi delle riprese nascoste, della rapidità e della modernità.
R. Esatto. È la macchina fotografica di base, quella dei nonni e dei bisnonni, che si mette solo su cavalletto e che ha una lentezza (nonché una qualità) incredibile. Abbiamo rivendicato la lentezza, perché non puoi rubare foto con un banco ottico: volevamo fare il contrario dei paparazzi, volevamo che tutto fosse alla luce del sole. Voi fate le cose sotto gli occhi di tutti? E allora noi vi mettiamo in posa.
D. Ovviamente, non sapranno di essere associati all'evasione fiscale.
R. Se parli di evasione le porte si chiudono, se parli di gestione della ricchezza di colpo si aprono. Per 100 mail che abbiamo inviato chiedendo incontri, avremo ricevuto 20 risposte di cui solo due positive. Ma poi queste due persone ti spingono nelle braccia di altre: questo è un circolo grande ma stretto, le persone sono sempre le stesse. La gente che vedevamo a Hong Kong la trovavamo poi anche a una conferenza alle Virgin Islands.
D. Chi sono, in questo circolo, le persone che vi hanno colpito di più?
R. Il primo consulente che abbiamo incontrato ci disse: «Quello che facciamo è legale, non è necessariamente morale». Si tratta dell'ex primo ministro delle Isole Cayman, poi diventato il capo di Cayman Invest. In questo settore sorprendono le revolving doors tra pubblico e privato, è un sistema in cui l'osmosi tra lo Stato – per così chiamarlo - e quelli che fanno interessi privati è massimo. Sua moglie si trovava a Hong Kong, a capo di un'altra società, a convincere i cinesi a portare i loro soldi alle Cayman.
D. Altri personaggi memorabili?
R. Ricordo un avvocato, proprio a Panama, che è uno de più virulenti contro le legislazioni internazionali. Siamo andati nel suo ufficio e aveva dentro questo skyline incredibile, da mozzare il fiato. Ci ha parlato di Panama come di un Paese venuto fuori dalla dittatura e dalla povertà in questi 20 anni, e del diritto a farlo crescere con le società offshore. E bisogna riconoscere che si tratta di argomenti che hanno una certa presa tra la gente. È questo a rendere le cose ancora più complicate.

Twitter @geascanca

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