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TERRORISMO 5 Aprile Apr 2016 0900 05 aprile 2016

Terrorismo suicida, un mostro figlio della propaganda

Nell'80 il 13enne Fahmideh si fece esplodere. Per fermare l'avanzata di Saddam. Il regime iraniano lo elevò a simbolo. Ispirando così i primi attentati in Libano.

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Il 13enne Mohammad Hossein Fahmideh e, sullo sfondo, l'ayatollah Khomeini.

Un filo rosso che unisce le stragi di Parigi e Bruxelles all’Iran di Khomeini.
Nelle cronache internazionali il terrorismo kamikaze è diventato una triste abitudine.
Le radici storiche di questo fenomeno vengono spesso fatte risalire all’attentato del marzo 1881 di San Pietroburgo, quando un rivoluzionario di una formazione socialista, Ignatij Grinevickij, si lanciò con un ordigno contro lo zar Alessandro II, facendosi esplodere e uccidendo l’imperatore.
LA PROPAGANDA DEGLI AYATOLLAH. Il termine kamikaze rimanda poi ai piloti giapponesi che si immolavano nel pacifico con i loro aerei.
Ma in realtà il terrorismo suicida di matrice islamica è nato sul fronte dello scontro tra Iran e Iraq ed è riconducibile a un ragazzino iraniano di soli 13 anni chiamato Mohammad Hossein Fahmideh.
I fatti legati alla morte di Famideh sono circondati da un alone di leggenda costruita forse artificialmente dal regime degli ayatollah.
Si narra infatti di un giovane studente di Qom, in Iran, che nell’autunno del 1980 lasciò la famiglia per recarsi a Khorramshahr, città dell’est che le truppe di Saddam Hussein avevano attaccato con l’idea di una guerra lampo per invadere la provincia del Khuzestan ricca di petrolio.
UN EROE PER LA STAMPA IRANIANA. Fahmideh si recò in prima linea e, in un momento particolarmente critico degli scontri, avrebbe preso una granata e si sarebbe gettato sotto un carro armato iracheno uccidendosi, ma fermando l’avanzata dei blindati.
Come andarono veramente le cose non è dato saperlo.
Si sa che poche ore dopo il ragazzino era già un eroe agli occhi dell’agenzia di stampa iraniana che invitava i giovani del Paese a seguirne l’esempio.

La storia di Fahamide e la deriva terroristica

Saddam Hussein, presidente dell'Iraq dal 1979 al 2003.

Così la madre e la sorella del ragazzo hanno raccontato l’episodio a Robert Baer, l’unico giornalista americano (ex agente della Cia) con cui abbiano mai parlato: «Stavamo sentendo la radio e diedero la notizia che un tredicenne si era gettato sotto un carro armato nemico facendolo saltare in aria e diventando un martire. Stavamo cenando e io capì subito che si trattava di mio figlio Hossein».
Secondo la sorella, «è stato uno shahid, un “martire”. Era assolutamente sicuro di quello che stava facendo. Il suicidio è fatto per disperazione. Questo gesto era invece il suo dovere, compiuto non per sé ma per il bene più grande, il bene dell’Iran».
ALL'ORIGINE DELLO SCONTRO SCIITI-SUNNITI. Secondo il racconto della famiglia, il giovane partì con il loro consenso, ma nessuno sapeva che sarebbe finito al fronte.
Il regime iraniano trasformò Fahmideh in un eroe e un simbolo.
Per Khomeini il conflitto con l’Iraq di Saddam non era nient’altro che una replica della battaglia di Karbala del 680, l’epico scontro all’origine della violenta scissione tra Islam sciita e sunnita.
Gli iraniani erano come il martire sciita Hussein ibn Ali (nipote del profeta Maometto) che si immolava combattendo fino alla morte contro il tirannico califfo sunnita Yazid.
Il conflitto con l’Iraq divenne una guerra santa e Khomeini promise il paradiso per chiunque fosse morto difendendo la rivoluzione islamica dell’Iran.
STRADE E PIAZZE INTITOLATE AL RAGAZZO. Fahamide fu l’icona di questa propaganda. Immagine della rivoluzione come Che Guevara a Cuba, fu utilizzato per ispirare decine di altri “martiri” di tutte le età che si sacrificarono al grido di “Allah Akbar” sul fronte della sporca guerra contro il Paese confinante, un conflitto che si trascinerà inutilmente per otto anni lasciando sul campo 1 milione di morti.
Fahamide però non può ancora essere considerato un terrorista, bensì una figura simile a tante altre che fanno parte della retorica patriottica che appartiene a tutte le nazioni.
Il regime gli dedicè piazze, strade, ospedali, uno stadio, una festa nazionale e distribuì a tutti gli studenti sue biografie e uno zainetto con la sua effige.
Ma questa storia si radicò nella cultura islamica sciita e si ripropose, in modalità pienamente terroristiche, pochi mesi dopo su un altro campo di battaglia, quello del Libano.

Gli attentati degli Anni 80 in Libano

Il teatro di un attacco kamikaze in Libano.

L’11 novembre 1982 a Tiro, un ragazzo di 17 anni chiamato Ahmad Qassir si schiantò con una Peugeot carica di esplosivo contro una palazzina usata come quartier generale dall’esercito d’Israele.
Morirono 103 militari israeliani e circa 60 cittadini libanesi. L’attentato era opera dell’allora neonata organizzazione sciita Hezbollah, creata dall’Iran e addestrata da 1.500 guardie rivoluzionarie mandate da Khomeini e imbevute del culto degli “shahid” come Fahmideh. Oggi a Teheran c’è una via dedicata a Ahmad Quassir.
L’anno dopo, a Beirut, gli americani divennero i bersagli dei terroristi suicidi.
UNA NUOVA ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA. Nell’aprile del 1983 morirono 63 persone nell’attacco all’ambasciata. A ottobre 299 marines furono uccisi in un attentato contro il loro compound. Nel dicembre dello stesso anno il terrorismo suicida varcava i confini del Libano. A Kuwait City un’azione coordinata di più attentatori colpì l’ambasciata francese, quella americana, l’aeroporto e una raffineria.
Gli attacchi furono male orchestrati e il bilancio fu di 'soli' cinque morti, molti meno di quelli che erano previsti.
Non si arrivò mai a individuare i responsabili, ma la trama era ancora quella dell’estremismo sciita coordinato dall’Iran.
Al crepuscolo della guerra fredda una nuova micidiale arma di distruzione era entrata nello scenario dei conflitti regionali e internazionali.
OLTRE 27 MILA MORTI DALL'11 SETTEMBRE. L’università di Chicago ha realizzato un database di tutti gli attacchi suicidi avvenuti dal 1982. Fino al 1990 se ne erano già registrati 43, per un totale di 821 morti.
Il terrorismo suicida non era più un’esclusiva dell’estremismo sciita, anche le Tigri Tamil dello Sri Lanka avevano iniziato a utilizzare questo modus operandi.
Nel decennio successivo ci furono 133 attentati con 1.779 morti. Era entrata in scena al Qaeda e i kamikaze erano diventati un’arma anche per i radicali sunniti.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre l’evoluzione del terrorismo suicida è stata inarrestabile.
Da allora ci sono stati più di 2.600 attentati suicidi nel mondo con un bilancio superiore ai 27 mila morti.
Gran parte di questi sono avvenuti in Iraq, la fucina del terrore da cui è nato l’Isis e al cui confine nacque il tragico mito di Mohammad Hossein Fahmideh, il martire ragazzino.

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