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SALUTE 7 Aprile Apr 2016 1100 07 aprile 2016

Basilicata, quei dati sul cancro che non dicono tutto

Secondo il registro tumori i casi sono nella media. Ma per l'Iss crescono le morti. La regione è senza industrie, petrolio a parte. Eppure ci si ammala. I numeri.

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Il petrolio sembrava la grande promessa: di lavoro, benessere, ricchezza.
Almeno era così una ventina d'anni fa, quando aprì il Centro Oli di Viggiano.
Una promessa che però non si è avverata.
Solo per pochi quel petrolio è diventato oro: politici, manager, imprenditori, multinazionali.
Ai lucani delle decine di pozzi nella loro terra è rimasto il nero: disoccupazione, povertà e morte.
INDAGINI SULLE CARTELLE CLINICHE. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) hanno acquisito migliaia di cartelle cliniche negli ospedali per verificare le patologie presenti nella regione, tra cui anche quelle relative ai tumori, nell'ambito del filone d'inchiesta sulle attività di smaltimento dei rifiuti prodotti al Centro Oli.
Ancora non si parla di disastro ambientale, ha puntualizzato il procuratore di Potenza Luigi Gay. Ma tutto sembra portare in quella direzione.

Secondo il registro tumori, però, numeri e statistiche non sono allarmanti

Ma il petrolio uccide e ammala veramente in Basilicata?
I numeri e le statistiche, invece di chiarire, in questo caso confondono.
Le tabelle del Registro dei tumori della Basilicata, per esempio, non evidenziano dati particolarmente allarmanti.
LUNGA STORIA CLINICA. Rocco Galasso, direttore dell'unità operativa epidemiologica biostatica del Centro di riferimento oncologico della Basilicata (Crob), spiega a Lettera43.it: «I numeri non rivelano differenze significative tra le varie zone rispetto alla media regionale».
Nel periodo 2005-2012 sono in linea con quelli di altre regioni del Sud, con numeri poco inferiori alla media italiana.
Vero è, continua Galasso, «che le malattie tumorali hanno una lunga storia clinica, anche di decenni. Se accade qualcosa oggi, lo si potrà vedere tra 10 anni».
DATI NELLA MEDIA. Ma veniamo ai dati.
Nel 2012, i casi di tumore in Basilicata sono stati 3.076; nel 2005 2.859.
I tassi di incidenza del 2012, calcolati su 100 mila abitanti, tra i maschi sono stati di 402,2, tra le donne 325,9.
Nel 2005 rispettivamente 413 e 293.
La media italiana, per gli uomini, è stata nel 2005 di 484, per le donne 345.
Si prenda il 2009: l'incidenza media italiana maschile è stata di 468,1, quella lucana di 463. Per le donne: la media nazionale 351 e quella della Basilicata 320.
In Val d'Agri, una delle zone più esposte all'attività petrolifera, nel 2012 l'incidenza maschile è stata 352,1 (quella regionale 402,2); quella femminile si alza leggermente: 354,3 contro una regionale di 325,9.


Il rapporto dell'Iss parla di eccessi di mortalità

Il centro Oli dell'Eni di Viggiano (Potenza).

Un'indagine statistica non ufficiale dell'Istituto superiore di Sanità (Iss) però, dipinge un quadro diverso.
E molto più allarmante.
Il file, come ha scritto il quotidiano Basilicata24 il 22 gennaio 2016, era nelle mani del dipartimento Salute della Regione che però non lo ha né divulgato né illustrato ai cittadini.
Il titolo: ''La descrizione del profilo di salute delle popolazioni della Val d’Agri attraverso lo studio dei dati sanitari correnti'' nel periodo 2003-2010.
C'È UN PEGGIORAMENTO. «Degna di attenzione», scrive l'Iss, «è la situazione riguardante le malattie del sistema circolatorio, delle malattie dell’apparato respiratorio e di quello digerente, la cui epidemiologia vede tra i fattori di rischio noti gli stili di vita (quali il fumo, le abitudini alimentari, il consumo di alcol). Lo stato di salute della popolazione in esame ha evidenziato che per entrambi i generi si osservano eccessi di mortalità per tumori maligni allo stomaco, per infarto del miocardio, per la malattie del sistema respiratorio nel loro complesso, per le malattie dell’apparato digerente nel loro complesso (e, in particolare, per cirrosi e altre malattie croniche del fegato)».
LEUCEMIE PIÙ AGGRESSIVE. Per gli abitanti della zona di sesso maschile, evidenzia la ricerca, «si rilevano ulteriori eccessi per la mortalità generale per leucemia linfoide (acuta e cronica), per diabete mellito insulino-dipendente, per le malattie del sistema circolatorio nel loro complesso (e, in particolare, per le cardiopatie ischemiche), per le malattie respiratorie croniche, per sintomi, segni e risultati anormali di esami clinici e di laboratorio, non classificati altrove e per cause esterne».
Per le donne invece l'«eccesso di mortalità» riguarda malattie respiratorie acute.
COLPITA PURE LA FASCIA 0-14 ANNI. In età pediatrica poi, nei sei anni presi in esame, l'Istituto registra «eccessi di ospedalizzazione nella fascia 0-14 anni per le infezioni acute delle vie respiratorie e per asma, rilevando un difetto per tutti i tumori maligni».
Non si tratta di uno studio epidemiologico, ma potrebbe esserne l'introduzione.
Ma sono solo dati che confermano altri dati, questa volta forniti dal Consorzio Mario Negri Sud, di cui scrisse nel 2014 Pietro Dommarco, giornalista da anni impegnato sul fronte dei reati ambientali, su Qualeenergia.
EVENTI SENTINELLA AUMENTATI. Già 10 anni fa, nell'area della Val d'Agri vennero registrati «tassi di ospedalizzazione urgente per eventi sentinella cardio-respiratori mediamente più elevati rispetto all’insieme regionale. In particolare, nell'area della Val d’Agri furono registrati tassi di incidenza da 2 a 2,5 volte superiori alla media regionale per asma, altre condizioni respiratorie acute, ischemie cardiache e scompenso».
Non solo. Nel 2010 Dommarco prese in esame uno studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischi da inquinamento, commissionato nel 2006 dal ministero della Salute, che prendeva in esame circa 55 decessi «ritenuti informativi ai fini della descrizione del possibile impatto sanitario di esposizioni ad agenti inquinanti presenti nell’area di residenza».
Dal tumore allo stomaco alla laringe, dal fegato ai polmoni e alla pleura fino alla vescica.
L'incidenza, notava Dommarco, era superiore alla media nazionale e delle regioni vicine (guarda le tabelle).


Il medico Mele: «Le istituzioni hanno smesso di fare le istituzioni»

Giambattista Mele.

Da che parte sta la ragione?
Difficile dirlo con esattezza. Visto che «verificare il nesso causale tra agenti inquinanti e patologie è difficile», spiega a Lettera43.it Giambattista Mele, medico dell'Isde, Associazione medici per l'ambiente, che da anni, parole sue, «rompe le scatole» alle Istituzioni per richiamare l'attenzione sul problema sanitario. Inutilmente.
«Da tempo», racconta Mele, «supplico la commissione Ambiente della Regione e l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Basilicata (Arpab) di svolgere un'indagine epidemiologica, ma se ne sono sempre fregati».
IDROCARBURI OLTRE I LIMITI. Nel 2012, il medico consegnò studi elaborati sui dati regionali che dimostravano lo sforamento dei parametri di idrocarburi non metano cancerogeni come il benzene.
«In un anno avevano superato in più occasioni di 10, 20 volte i limiti di legge», dice.
Anche in quel caso non ebbe risposta. Nonostante, aggiunge, «il benzene causi la leucemia. Non lo dico io, è provato».
A parlare restano quei decessi. Inspiegabili in una regione che di fatto non ha industrie, se non i pozzi.
«Basta fare un calcolo terra a terra», insiste Mele, «la gente che vive vicino al centro Oli muore». E lo fa in silenzio.
TUMORI MALIGNI NEI BIMBI. Madri, padri, fratelli finiscono sottoterra senza un apparente motivo.
«Dal 2007 al 2011», ha denunciato ad Avvenire Agostino Di Ciaula, coordinatore nazionale dell'Isde, «205 bimbi lucani da zero a 14 anni hanno avuto un tumore maligno. In media, 40 ogni anno».
Un caso? Al di là dell'incidenza dei tumori, sottolinea Mele, «bisogna considerare l'aumento di altre patologie come asme, problemi respiratori e cardiocircolatori».
Perché in Basilicata non ci si ammala o si muore solo di cancro.
UN PROBLEMA DI RILEVAZIONE. A rendere il tutto molto più difficoltoso, aggiunge Dommarco, sono i metodi di rilevazione.
In altre parole si lavora su macroaree, senza incrociare i dati dell'incidenza di alcune patologie con quelli di una indagine igienico-ambientale per verificare quali siano gli agenti inquinanti presenti nell'area.
Per sopperire a questa lacuna Mele sta portando avanti una valutazione di impatto sanitario che coinvolge i comuni di Viggiano e Grumento Nova, i più esposti agli effetti dell'industria petrolifera.
OSTRUZIONISMO DALL'ALTO. Un progetto costato più di un milione di euro in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa, l'Iss e la Regione. Che ha trovato, ammette Mele, l'ostruzionismo da parte di istituzioni «che hanno smesso di fare le istituzioni».
«Il report finale», conclude il medico, «lo recapiteremo ai decisori». Togliendo alla politica ogni alibi.
La fretta purtroppo è un lusso che Mele non può permettersi. Ma, sorride amaro, «i reati contro la salute e l'ambiente non vanno in prescrizione».
Del resto sono 20 anni che porta avanti senza risultati la sua battaglia, nonostante tutto e tutti. E forse questa è la volta buona per una regione «che è stata venduta a poche persone».
«NE È VALSA LA PENA?». Tra le risate di Gianluca Gemelli, le dimissioni mediatiche del ministro Federica Guidi e la battaglia politica dal retrogusto elettorale, resta una domanda.
A porla è Marcello Travaglini dell'associazione Libera Basilicata: «Valeva davvero la pena di correre questi rischi per il petrolio? E dov'è finito il principio di precauzione?».
Se confermate le accuse degli inquirenti, sono i politici corrotti ad aver lucrato sui pozzi.
E gli imprenditori che si sono accapparati appalti giocando al ribasso senza che le grosse compagnie controllassero, togliendo così ossigeno a competitor seri che proponevano prezzi in linea col mercato.
I manager Eni che, sempre secondo i pm, avrebbero risparmiato fino a 80 milioni di euro taroccando codici dei rifiuti.
Quella «organizzazione criminale di stampo imprenditoriale» di cui ha parlato il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti.
Già, ne valeva la pena?


Twitter @franzic76

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