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TESTIMONIANZE 9 Aprile Apr 2016 0900 09 aprile 2016

Petrolgate, così i veleni uccidono Gioia Tauro

Parte dei rifiuti dalla Basilicata finivano in Calabria. Tra le proteste dei cittadini. La testimonianza di chi lottava e lotta contro l'inquinamento. Contando i morti.

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Uno striscione a Gioia Tauro.

A Gioia Tauro, nell'impianto di depurazione Iam (Iniziative ambientali meridionali), una delle strutture calabresi in cui arrivavano i rifiuti provenienti dal Centro Oli di Viggiano, c'erano problemi.
Gli odori erano diventati così forti che alcuni cittadini avevano organizzato un picchetto davanti al depuratore.
«LA POPOLAZIONE HA PROBLEMI». Una manifestazione che, come emerge dalle intercettazioni, preoccupava Vincenzo Lisardelli, coordinatore ambiente del reparto sicurezza e salute all'Eni di Viggiano.
«Quindi Iam ha dei problemi?», chiedeva il 26 giugno 2014 ad Antonio Curcio della Ecosistem di Lamezia. «No, è la popolazione che ha il problema degli odori», rispondeva lui, «esce su tutti gli impianti delle vostre acque».
«Si erano mai verificate cose di questo genere?», insiste il dirigente Eni. «No, tant’è vero che la Iam a noi non ha detto di non andarci. È la popolazione che ci sta bloccando. Ci sono 20 macchine ferme, ma non sono mie. Io il vostro prodotto sono riuscito a scaricarlo in tempo».
QUELLA MANIFESTAZIONE AI CANCELLI. Lisandrelli poi si era sentito anche con Silvio Fumagalli, rappresentante della Ireos, altra azienda appaltatrice per lo smaltimento dei rifiuti, che confermava: «Questa manifestazione ai cancelli... non fanno scaricare».
E ancora: «Doveva essere tutto normale invece hanno... c'è questo, questo sit in del comitato».

La Scala: «La puzza in quel periodo era terribile»

Maria La Scala.

Davanti ai cancelli della Iam, quel 26 giugno, c'era anche Maria La Scala, presidente del comitato Quartiere Fiume di Gioia Tauro. E al suo fianco c'era il marito, morto a causa di un tumore lo scorso anno.
«È stata una delle ultime volte che mi ha seguito», ricorda La Scala con la voce rotta a Lettera43.it. «Quel giorno mi disse: 'Fai sti casini per strada...vuol dire che morirò'. Gli dissi di no, ma sapevo che aveva sei mesi di vita».
ALL'OSPEDALE PER VOMITO E BRUCIORI. In quell'occasione i cittadini bloccarono l'entrata del depuratore per tre giorni. «Indossavamo tutti magliette bianche. La puzza in quel periodo era terribile, molti di noi eranno finiti all'ospedale per bruciore agli occhi e vomito».
Ora dalle intercettazioni emerge il sospetto che quell'acqua contenesse idrogeno solforato, responsabile del'odore di uovo marcio.
Ma non era una eccezione. È dal 1997 che la gente qui si lamenta e protesta per gli odori, i miasmi che impestano l'aria.
E perché come in Val D'Agri, anche a Gioia Tauro si muore quasi inspiegabilmente.
AUMENTO DEI TUMORI. Muoiono bambini di 8, 10 anni. Ragazzi di 30. Lo hanno notato i medici di base: i casi di tumore sono raddoppiati. Tiroide, colon, vescica.
«Ci state ammazzando», recita uno degli striscioni del comitato che sfila con le fiaccole e le fotografie delle vittime di questa terra.
Ma è difficile, come sempre, correlare i decessi all'inquinamento. Almeno in assenza di un'indagine epidemiologica approfondita.
Tra l'altro in Calabria manca un registro tumori. Solo questo febbraio è stata approvata una legge istitutiva regionale: già un passo avanti.
«Non è molto», allarga le braccia La Scala, «ma potrebbe essere un primo passo».
«RACCOGLIAMO DATI PORTA A PORTA». La verità, continua la donna, «è che il registro tumori ce lo stiamo facendo da soli. Andiamo porta a porta a chiedere i certificati di morte oncologica. Quasi in ogni casa si piange, non è facile. Ma andiamo avanti. Raccogliamo le lacrime della gente cercando di trattenere le nostre».
Le vittime calcolate sono almeno 300 l'anno. Ma la stima, purtroppo, va rivista.
Non tutti collaborano, c'è chi si vergogna quasi di avere un morto in casa, della malattia. O, semplicemente, «le madri non vogliono vedere la foto dei figli in un cartellone durante le fiaccolate: fa troppo male», va avanti La Scala.

Il sequestro e dissequestro della quarta linea del depuratore

Una fiaccolata a Gioia Tauro.

Se la lotta dei comitati della Piana, tra querele e denunce, va avanti dal 1997, è dal 2004-2005 che la situazione è peggiorata. «L'odore era aumentato molto», spiega La Scala, «non si respirava».
Lo scorso settembre, tra l'altro, la quarta linea della Iam era stata sequestrata dalla Guardia Costiera. «Avevano trovato cadmio superiore alla norma», continua la presidente del comitato, «ma dopo un mese, la procura di Palmi ha dissequestrato l'impianto. A questo punto ci costituiremo parte civile».
«LE INTERCETTAZIONI FANNO MALE». Le carte dell'inchiesta di Potenza sembrano dare ragione ai suoi dubbi. Ma «quelle intercettazioni», sbotta, «fanno male, malissimo. E dire che a settembre ci dissero che quelle analisi erano state falsificate, che non erano state fatte con gli strumenti adeguati, e invece...».
Lotte, battaglie e contestazioni che non sono state ascoltate dalle istituzioni.
«Eppure non ci siamo mai persi d'animo», insiste La Scala, «abbiamo raccolto 10 mila firme che abbiamo inviato al ministero della Salute, a quello dell'Ambiente e al presidente della Repubblica. Ho personalmente consegnato il nostro dossier nelle mani degli assistenti di papa Francesco durante la visita a Cassano allo Jonio. Il fatto è che ci considerano gente del terzo mondo. Ma noi non lo siamo: siamo persone umili, normali, pulite». E attente.
IL GIALLO DELLA BOTOLA. Il comitato ha infatti documentato strani trasporti notturni che sono andati avanti fino a marzo.
«Le autobotti si fermavano nei pressi di una botola», racconta La Scala, «in un terreno privato, fuori dall'impianto, a 200 metri dal mare. Ci hanno detto che quelle autobotti prelevavano e non scaricavano. Ma il mare diventava nero».
Adesso la misteriosa botola è sigillata. Ma, commenta lei, «è una vergogna. Finché il proprietario del terreno in cui si trova non fa denuncia abbiamo le mani legate».

Almeno 26 mila tonnellate di rifiuti sversate alla Iam

L'Eni ha sospeso la produzione petrolifera nel Centro Oli di Viggiano, in provincia di Potenza.

Ma quanti presunti veleni sono stati sversati in Calabria?
L'ordinanza parla di decine di migliaia di tonnellate di liquame, di cui 26 mila dirette alla Iam.
E smaltite, secondo i pm, sottocosto grazie a codici taroccati presso impianti non autorizzati.
I GUADAGNI DEI SUBAPPALTI. Solo nel caso della Ecosistem di Lamezia Terme, gli inquirenti scrivono che «nel raggruppamento ciascuna delle società che lo costituivano fatturava la propria parte di competenza direttamente a Eni. I rispettivi valori possono così essere riassunti: la Ecosistem, per il periodo ricompreso tra ottobre 2013 e novembre 2014, emetteva fatture nei confronti di Eni per un importo complessivo pari a circa 6.229.709,72 euro (importo in cui sono ricompresi gli emolumenti corrisposti ai vari sub-appaltatori). Le società Econet e Pronto Interventi Sida di Butera F., così come riportato nei ticket, fatturavano nel medesimo periodo di riferimento rispettivamente circa 3.087.363,00 e circa 2.114.679,96 euro. Per il raggruppamento Ecosistem il fatturato totale ammontava a euro 11.431.850 euro».
LE ACCUSE DI TRAFFICO ILLECITO. Una quantità di rifiuti definita dai pm «immane». E per smaltirla «è stata creata una vera e propria organizzazione che, seppur formalmente inquadrata nei due contratti stipulati da Eni rispettivamente con i raggruppamenti temporanei di imprese Ireos e Ecosistem (per cui anche con le società mandanti e mandatarie nonché sub-appaltatrici), di fatto è finalizzata al traffico illecito dei rifiuti».
Per questo, insiste la procura di Potenza, «seppur coperto da un apparente velo di legalità costituito dai contratti stipulati tra la committente Eni e i raggruppamenti temporanei di Imprese Ireos e Ecosistem, si ravvisa un vero e proprio traffico illecito di rifiuti».
LE SOCIETÀ SI DIFENDONO. Dal canto loro le società chiamate in causa si difendono, e garantiscono di aver agito nel pieno rispetto della legalità.
Il comitato però non ci sta. E ha chiesto l'azzeramento del consiglio d'amministrazione.
Nella testa di Maria però rimbombano ancora le parole dei dirigenti messe nero su bianco nell'ordinanza. «Quel giorno, stavano parlando di noi...».

Twitter @franzic76

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