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TERRORISMO 10 Aprile Apr 2016 1717 10 aprile 2016

Isis, l'esodo dei jihadisti dall'Africa nera alla Siria

Dall'Africa nera 6 mila combattenti partiti per il Califfato. Anche da Paesi stabili come il Senegal. Colpa degli emiri del Golfo. Offrono aiuti. E radicalizzazione. 

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da Beirut

Isis cerca e trova proseliti anche molto lontano dai confini del Califfato. L’Africa, povera e sempre più islamica, sta diventando una fertile terra di reclutamento di jihadisti.
«Fino a poco tempo fa, si riteneva che Paesi come il Senegal, caratterizzati dalla tolleranza dell’Islam di derivazione sufi, avrebbero fatto argine alla penetrazione di forme più radicali come il salafismo, che ha facilmente trovato seguito nelle aree più povere dell’Africa occidentale, come il Mali e la Nigeria», spiega Farouk Kandour, ricercatore libanese che da anni studia il fondamentalismo islamico e la sua diffusione nel mondo.
Invece il denaro e la propaganda militante stanno dando consistenza al reclutamento, anche in una nazione come il Senegal stabile e democratica. «Emblematica è la storia di Peter Sahadi, giovane senegalese che ho potuto contattare e che da pochi mesi ha raggiunto Raqqa per unirsi agli uomini di Isis».
DA STUDENTE A MEDICO JIHADISTA. Sahadi, studente al quinto anno di medicina a Dakar, ha risposto all’appello lanciato dagli integralisti che chiedono ai giovani africani di raggiungerli a Raqqa o nella loro roccaforte di Sirte, in quella Libia facilmente raggiungibile dai paesi sub-sahariani.
«Parlando da Raqqa – continua Kandour – mi ha raccontato di essere partito un anno dopo aver abbracciato l’ideologia di Isis. Ha aggiunto che il Senegal era stato fortunato, prima di partire stava progettando un attentato a Dakar. Non lo ha fatto solo perché gli emissari di Isis hanno anticipato la sua partenza. Con un forte orgoglio nella voce ha affermato che ora era diventato un medico jihadista».

Tra i 3 e i 6 mila giovani sub-sahariani hanno aderito a Isis

Fonti di propaganda di Isis affermano che combattenti provenienti da Paesi come il Ciad, il Ghana, il Senegal e la Nigeria sono in Siria, in Iraq e soprattutto in Libia, dove il gruppo sta consolidando la sua presenza. Il numero di africani sub-sahariani che hanno aderito a Isis non è certo, ma si stima che, per ora, siano tra i 3 e i 6 mila.
Un numero che sembra in continua crescita. «Attualmente cercano soprattutto di raggiungere il Califfato in Libia, usando le stesse strade dei migranti: il disordine politico del Paese permette ai nuovi combattenti di entrare facilmente».
I DOLLARI DEL GOLFO RADICALIZZANO L’ISLAM. In tutta la regione del Sahel da tempo gli analisti notano una crescente diffusione della visione più radicale ed estremista dell’Islam, facilitata dall’arrivo ogni anno di decine di milioni di dollari in donazioni per beneficenza dai paesi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa.
In Niger, ad esempio, sono ormai molti i leader religiosi che chiedono una re-islamizzazione per contrastare il laicismo imposto dalla ex potenza coloniale francese. Un processo che appare già evidente nella capitale, Niamey, dove molte donne hanno iniziato a portare il velo integrale e a pagare tariffe più alte sul taxi per evitare di viaggiare con gli uomini.
Questo fiume di denaro ufficialmente arriva per realizzare opere di carità, ma secondo Kandour «i contributi teoricamente destinati ad aiutare i poveri e alla costruzione delle moschee spesso sono deviati per attività di propaganda e proselitismo».

Il Mali ha avviato controlli sulle moschee; la Mauritania chiude scuole coraniche

Nella sua città natale Peter frequentava una moschea finanziato da un’associazione kuwaitiana, la African Muslims Agency.
«Peter non mi ha detto chi lo ha aiutato a raggiungere Isis, ha fatto soltanto riferimento al ruolo della guida spirituale che aveva trovato in Senegal e che lo aveva illuminato sulla jihad e sul suo dovere di buon credente».
La grande capacità di reclutamento di Isis in Africa occidentale è salita agli onori della cronaca dopo gli attacchi in Mali, Burkina-Faso e Costa d'Avorio.
IL RISCHIO DI RIVOLTA CONTRO LE ISTITUZIONI. Qualcosa si sta muovendo per cercare di porre un freno. La Mauritania ha chiuso numerose scuole coraniche per motivi di sicurezza; in Mali, dove la rivolta islamista si sta intensificando, si cerca di avviare controlli sulle moschee e sulle associazioni di beneficenza islamiche.
«Le istituzioni, però, devono muoversi con attenzione e non possono bloccare tute le moschee e le associazioni. Privare le comunità povere di servizi, come gli orfanotrofi o i viaggi di studio gratuiti in Arabia Saudita, potrebbe fare il gioco degli integralisti e provocare una reazione violenta all’interno dei Paesi».

Twitter @MauroPompili

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