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MEDIO ORIENTE 24 Aprile Apr 2016 0900 24 aprile 2016

Intifada dei coltelli: i palestinesi pagano le conseguenze

Palestinesi costretti a più controlli. E a nuove umiliazioni. L'ondata di violenza nei Territori ha peggiorato la vita di chi vorrebbe difendere. Ancora una volta.

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da Gerusalemme

Non è molto caldo all’uscita dell’aeroporto Ben Gourion di Tel Aviv. Con questo clima colpisce la camicia leggera che indossa Samer, il taxista che ci porta a Gerusalemme.
«Ho passato quasi tutto l’inverno con vestiti estivi – racconta– è un modo per cercare di far stare tranquilli poliziotti e militari israeliani. Sotto questi abiti è difficile nascondere un coltello o una bomba».
Da diversi mesi nei Territori Occupati si registra una drammatica escalation della tensione e delle violenze tra israeliani e palestinesi. La chiamano 'intifada dei coltelli': per i palestinesi è l’ultima e disperata forma di lotta, per gli israeliani una questione di sicurezza.
30 MORTI ISRAELIANI, 200 PALESTINESI. Da ottobre dello scorso anno una trentina di cittadini israeliani e due statunitensi che sono stati uccisi in attacchi con coltello e armi da fuoco, oppure investiti volontariamente da un’automobile. Gli attacchi si sono verificati nella Cisgiordania, a Gerusalemme occupata e in Israele.
Nello stesso periodo sono stati quasi 200 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza o da cittadini israeliani armati. Solo 124 di questi morti sono stati identificati da Israele come attaccanti o potenziali aggressori.
NON LA SOLITA 'RESISTENZA'. A questa strana è sanguinosa guerra sembrano estranee le storiche organizzazioni della resistenza palestinese. Infatti, la quasi totalità degli aggressori non appartiene a nessun gruppo militante, ma sono uomini e donne comuni, in maggioranza di età inferiore ai 25 anni.

Solo abiti leggeri, e niente mani in tasca

Per difendersi da un eventuale attacco, che potrebbe arrivare da chiunque e in qualunque momento, le forze di sicurezza (esercito, polizia, polizia di frontiera e paramilitari) e i privati cittadini di Israele reagiscono molto spesso con violenza esagerata a qualsiasi segnale, vero o presunto, di pericolo. Così, pochi giorni fa a Hebron un giovane assalitore palestinese ferito e a terra è stato ucciso da un militare israeliano con un colpo alla testa.
L'ESIGENZA DI NON RISULTARE SOSPETTI. «Non voglio essere scambiato per un aggressore - racconta Samer – guido con più cautela e calma possibile. Se la polizia mi ferma cerco di evitare qualsiasi discussione, anche se loro spesso provocano. Non uso più giacconi. Ho anche smesso di esclamare ‘Dio è grande’ davanti ai militari, potrebbero pensare che la mia invocazione precede un attacco suicida.».
Per i palestinesi, che cercano di evitare di destare sospetti, i piccoli cambiamenti nel comportamento quotidiano possono rappresentare la differenza tra la vita e la morte: «La polizia è dappertutto».
LE REGOLE DI COMPORTAMENTO. Le forze israeliane affermano di agire solo quando esiste un pericolo reale, ma i palestinesi stanno comunque cambiando le loro abitudini.
«Se il mio telefono squilla quando sto camminando vicino a soldati israeliani - dice Ahmed docente all’Università di Birzeit - non rispondo, non vorrei pensassero che sto per estrarre un coltello dalla tasca». In molti raccontano di portare il cellulare in bella vista nella tasca della camicia. «L’esercito israeliano dovrebbe ricomprarmi il telefono - dice Youssef, studente universitario - giorni fa mentre correvo per prendere l’autobus è volato fuori dal taschino ed è andato in mille pezzi».

Persa la speranza nei negoziati di pace, resta la violenza

Khalil è il proprietario di una piccola bottega nella città vecchia, alla Porta di Damasco, teatro di diversi attacchi. «Stiamo tutti molto attenti, perché alla fine della giornata, la vita è più importante di ogni altra cosa», racconta. «Anche se fa molto freddo non indossiamo troppi vestiti, perché una volta che ti fermano ti obbligano a toglierli anche davanti alla gente», riassume l'ennesima indignazione quotidiana.
LA COLPA? ESSERE ARABI. I leader palestinesi accusano le forze israeliane di uso eccessivo della forza, accusa respinta con decisione dalle autorità di Tel Aviv.
«Abbiamo paura di essere presi di mira anche dai civili ebrei, solo perché siamo arabi», aggiunge ancora Ahmed, e la cronaca gli dà tragicamente ragione. Di recente un passante eritreo è stato preso e picchiato a morte da una folla di israeliani dopo un attacco a una fermata dell’autobus.
IL TERRORE DEGLI ISRAELIANI. Da un lato gli israeliani continuano a vivere nella paura, dall’altro i palestinesi vivono il dramma del fallimento degli sforzi di pace e il peso dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della costruzione di nuovi insediamenti nei Territori Occupati.
«I negoziati non hanno portato a nessun risultato, sono inutili - ha dichiarato Hanan Ashrawi, un responsabile della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) - la leadership palestinese ha perso il sostegno popolare. L’elettorato palestinese è molto frustrato… si è persa la speranza e sembra che la sola strada sia la violenza».

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