RACCONTO 25 Aprile Apr 2016 0900 25 aprile 2016

25 aprile, storia di un sopravvissuto di Marzabotto

Nell'eccidio nazista perse 15 familiari. Oggi Pirini ha 89 anni. E guarda avanti. «Abbiamo fatto l'Europa, ora facciamo il popolo europeo». La sua testimonianza.

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«Quella mattina faceva brutto, stava per piovere. Mia madre mi chiese di raccogliere un po' d'erba per i conigli... e di prendere qualche cosa con me perché mi sarei bagnato tutto. Io risposi: 'Ma va là, che non piove'. Furono le ultime parole che le dissi».
Sono passati 72 anni, ma Francesco Pirini si ricorda tutto di quel 29 settembre 1943.
Il giorno in cui a soli 17 anni restò orfano 15 volte. Quasi tutta la sua famiglia venne uccisa lassù, a Monte Sole.
E la festa della Liberazione del 2016 è l'occasione per raccontare la sua storia.

29 settembre-5 ottobre 1944: l'inferno in collina

Francesco Pirini al Parco di Monte Sole.

I Pirini erano arrivati in questo piccolo borgo, sugli Appennini bolognesi, pochi mesi prima.
«Abitavamo a Murazze, una frazione di Marzabotto, dal primo maggio 1795», ricorda l'uomo a Lettera43.it.
«Ma da lì passava la linea Gotica e così per scappare dai bombardamenti ci trasferimmo a Cerpiano, vicino a Casaglia, da zia Margherita che aveva una casa abbastanza grande per ospitarci tutti. A Casaglia poi c'era la nostra parrocchia, Santa Maria Assunta. Ogni domenica andavamo a messa a piedi, lungo i sentieri perché non c'erano strade».
UN RIFUGIO PER SFOLLATI. Su quelle colline nel 1944 avevano cercato rifugio in molti. «Venivano pure dalle valli e da Bologna, ricordo un professore delle Aldini Valeriani (una scuola superiore di Bologna, ndr)», continua Pirini.
«Aveva trovato un alloggio con la moglie e i due figli. Finirono anche loro massacrati a Cerpiano».
Come le altre 770 persone uccise dai nazisti dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944.
Sette giorni che cancellarono la vita e l'umanità stessa nelle montagne di Marzabotto, Grizzana Morandi, Vado di Monzuno, tra il torrente Setta e il Reno.
L'ULTIMO OLTRAGGIO NAZISTA. Borghi, casolari, oratori, ma anche chiese e cimiteri diventati simbolo dell'eccidio.
Luoghi sacri dove le madri alla vista dei nazisti fuggivano portando con sé vecchi e bambini nella convinzione che lì si sarebbero salvati, perché si dice che «nemmeno i demòni uccidono e sparano davanti a un altare o in un camposanto».
Luoghi sacri che invece vennero bombardati con i civili dentro, polverizzati a colpi di mitra. Senza il minimo bagliore della pietà.

L'orrore a Cerpiano e Casaglia: rastrellati in chiesa e al campo santo

Ciò che resta della chiesa di Casaglia.

Francesco quella mattina del 29 settembre era tra i campi a cercare l'erba per i conigli quando vide i soldati tedeschi arrivare.
E così se ne stette nascosto dietro una siepe con gli occhi fissi sulla «chiesina» di Cerpiano.
«Chiesina» la chiama, non chiesa o chiesetta, parola che Pirini pronuncia lentamente, quasi con dolcezza.
CINQUE MINUTI E KAPUTT. I nazisti rastrellarono chiunque, tra cui la mamma di Francesco e i suoi fratelli. Spinsero tutti all'interno della chiesina di Cerpiano, chiusero la porta. Un soldato si affacciò solo per urlare: «Tra cinque minuti tutti kaputt».
Poco dopo lanciarono una bomba a mano all'interno, rompendo una finestra. «Ricordo il rumore dei vetri e delle grida che si facevano sempre più deboli. Poi un soldato entrò nell'asilo a fianco dove c'era un pianoforte e sentii la musica». Aveva cominiciato a suonare.
LE 87 VITTIME DEL CIMITERO. La sorella Lidia invece col figlioletto Giorgio erano tra i rastrellati di Casaglia.
Al piccolo scappava la pipì, forse dalla paura.
La mamma gli disse di allontanarsi e farla in un angolo. Uscì dal gruppo e venne falciato dai colpi di un mitra.
Poi i nazisti li spinsero tutti all'interno del cimitero. Solo lì ne morirono 87.
«Mia sorella si salvò perché, seppur ferita, rimase sotto i cadaveri, per due giorni».
E su tutti quei morti cominciò a piovere, sempre più forte.

«Ho raccontato la mia storia a migliaia di ragazzi»

Francesco Pirini con Martin Schulz in visita a Marzabotto.

Rimasto solo - «Mio padre Olindo e un suo amico», dice, «erano morti sul ponte di Vado» bombardato dagli alleati il 18 maggio 1944 - e terrorizzato, Francesco fuggì nei boschi, seguendo alcuni partigiani.
E poi incontrò uno zio acquisito, anche lui scampato all'eccidio.
SETTE MESI A MONZUNO. «Ci spostavamo di notte», ricorda, «lungo il fiume».
Poi finalmente nei pressi di Monzuno si trovarono davanti gli americani, «la Quinta armata». Il fronte si era spostato lì.
Gli alleati li portarono in un casolare dove rimasero per sette mesi. Senza avere alcuna notizia da casa, nonostante fossero di fatto a una manciata di chilometri.
Fino al 21 aprile 1945, il giorno della liberazione di Bologna.
«Tornai a casa dei miei, a Murazze. Era tutto distrutto. La rimisi in piedi, piano piano, senza l'aiuto di nessuno», continua Pirini.
«Per questo non ho un bel ricordo di quei giorni. Eppure non l'ho lasciata: abito ancora qui».
Il padre era contadino, ma lui decise di cambiare strada ed entrò in ferrovia, dove rimase fino alla pensione.
Ora ha 89 anni, ha avuto un ictus e un infarto, la moglie è costretta a letto.
STORIA RACCONTATA A SCHULZ. Ma fino a pochi anni fa faceva la guida al Parco di Monte Sole, recitando a migliaia di ragazzi la sua storia.
«L'ho raccontata persino al presidente del parlamento europeo Martin Schulz», dice con un pizzico di orgoglio. «E a tanti giovani tedeschi che venivano in visita».
Con tempo e fatica, Pirini ha perdonato. Non subito, certo.

Il referendum sul perdono del boia nazista: 282 contrari e quattro a favore

Il recupero di alcune salme dopo la strage.

Nel 1967 Marzabotto fu chiamata a esprimersi con un referendum sul destino di Walter Reder, uno dei boia dell'eccidio.
E lui, contrariamente a suo zio, votò per non concedere al criminale di guerra il perdono: quella consultazione finì con 282 voti contrari alla libertà e quattro a favore e due schede nulle.
Reder, fuggito in Austria, era stato catturato in Stiria nel 1948 dopo tre anni di caccia all'uomo, e consegnato alle autorità italiane.
Condannato all'ergastolo nel 1951, fu rinchiuso nel carcere di Gaeta dove avrebbe dovuto finire i suoi anni.
Avrebbe, perché già nel 1980 gli fu concessa la libertà condizionata con l'obbligo però di restare in Italia.
Mentre cinque anni dopo, all'alba del 24 gennaio, venne scarcerato e rimandato in Austria da cittadino libero.
A LIBERARLO FU CRAXI. La decisione venne presa dal governo Craxi che rispose positivamente alla richiesta di clemenza dell'allora presidente austriaco Bruno Kreisky, nonostante gli appelli dei familiari delle vittime, dell'associazione dei partigiani e di una parte della sinistra.
Una volta atterrato in Austria, Reder venne accolto ufficialmente dal ministro della Difesa Friedhelm Frischenschagler scatenando l'indignazione internazionale. Morì a 75 anni nel 1991.
PREMIATO UN ALTRO CARNEFICE. Recentemente invece un altro carnefice di Marzabotto, Wilhelm Kusterer, è stato insignito con una medaglia d'oro per meriti politici come consigliere comunale dal sindaco di Englesbrand, sollevando le proteste dei comitati e persino una interrogazione del Partito democratico in commissione Esteri.
Alla fine il riconoscimento è stato ritirato, ma è chiaro che quella pagina di storia brucia ancora. E tanto.

E ora, nel 2016? «Siamo in Europa e abbiamo bisogno di pace»

I ruderi del complesso di Cerpiano.

Eppure Pirini è riuscito ad archiviarlo quel capitolo, il che non significa dimenticare: semplicemente guardare avanti.
«Abbiamo fatto l'Europa», spiega con tono deciso, scandendo bene le sillabe, «ora dobbiamo fare il popolo d'Europa».
Perché, continua, «abbiamo bisogno di pace e non di guerra. I tedeschi piangono migliaia di morti sulle nostre colline. Loro almeno hanno cercato i corpi, li hanno portati al cimitero militare della Futa. Noi siamo finiti nelle fosse comuni».
«SOGNO UNA NAZIONE SOLA». La sua speranza, dopo tanto dolore, è che Stati prima nemici ora «diventino una nazione sola».
Di più: «Spero che l'Europa si allarghi, anche alla Russia», aggiunge ridendo. «E dire che non sono mica comunista...».
Sì, perché Francesco a 17 anni non era comunista, e non era nemmeno un giovane partigiano.
Ha visto la sua famiglia e il suo paese falcidiati per un solo motivo: «Abitavamo lì».


Twitter @franzic76

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