SCENARIO 28 Aprile Apr 2016 1100 28 aprile 2016

Viggiano, gli effetti della chiusura del Centro Oli

Lo stop del Cova da parte di Eni spaventa dipendenti e indotto. Per Federpetroli è da «kamikaze». La voce dei lavoratori della Val D'Agri. Che accusano la politica.

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Lavoratori e sindacati davanti al Centro Oli di Viggiano.

Sono davanti ai cancelli del Centro Oli di Viggiano dal 25 aprile.
«E ci resteremo fino a quando non ci sarà una vera trattativa», dice a Lettera43.it Massimo Mincuzzi, addetto al reparto caldaie e sindacalista Cisl.
FULMINE A CIEL SERENO. La prospettiva della cassa integrazione per almeno 274 lavoratori del Cova a causa dei sigilli posti dalla magistratura fa venire i brividi.
E non potrebbe essere altrimenti. «Per noi è stato un fulmine a ciel sereno», continua Mincuzzi, «avevamo appena messo in marcia una nuova linea, qui abbiamo professionalità preparate, di alto livello».
Nessun attacco all'Eni, anzi. «Capisco il punto di vista aziendale. Stiamo perdendo milioni di produzione al giorno».
Per questo sperano ancora che la cassa possa essere scongiurata. «Siamo disposti a tutto, anche a lavorare meno, ma tutti», precisa.
CGIL: «IL GOVERNO INTERVENGA». Insomma, per la Cisl non c'è stato alcun 'ricatto occupazionale' da parte del gruppo. Che ha sempre garantito i controlli sanitari ai dipendenti.
«Ci lavoriamo dentro, e qui vivono i nostri cari», insiste Mincuzzi. «Non li avremmo mai messi a rischio».
Dal canto suo Angelo Summa, segretario lucano della Cgil, chiede un intervento e una precisa presa di responsabilità del governo per evitare che tutto finisca nella solita «caciara».
L'esecutivo, aggiunge, «non può esserci solo con lo Sblocca Italia» o per inserire emendamenti alla Stabilità.
SENZA CREDIBILITÀ NON C'È SVILUPPO. L'Eni quindi dovrebbe procedere alla «messa in sicurezza degli impianti per ridurre al minimo l'impatto della cassa integrazione e indicare quale sarà la sua politica industriale, non solo in Basilicata ma sul piano nazionale».
E la Regione «rafforzare un sistema di controlli che ha perso credibilità. E senza credibilità si pregiudica ogni tipo di sviluppo».
In poche parole, «serve chiarezza da parte di tutti i soggetti». Perché «aumentare il livello dello scontro può essere solo controproducente».
La Uil invece ha chiesto al governo «un provvedimento straordinario, secondo quanto prevede il “decreto Monti” del 2012 già applicato per l’Iva di Taranto e il Petrolchimico di Brindisi, che consenta la “facoltà d’uso” all’Eni dell’impianto Cova di Viggiano, secondo criteri dettati dalla procura della Repubblica del tribunale di Potenza, per consentire di riavviare l’attività in tempi rapidi».
I MANCATI INTROITI. A conti fatti, considerando che in Val D'Agri si estraggono 75 mila barili al giorno a circa 35 dollari al barile, il mancato introito giornaliero ammonta a oltre 2 milioni e 600 mila dollari (più di 2 milioni e 300 mila euro). Come ha scritto il Sole 24 Ore, a venire meno sono anche i 260 mila euro al giorno di royalty, in un mese più di 7,8 milioni.

La lettera di Descalzi ai lucani: «Non siamo avvelenatori»

Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni.

Ed è passato un mese dagli arresti e dalla pubblicazione delle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni Federica Guidi. E la situazione in Basilicata è, se possibile, più confusa di prima.
La guerra di cifre e numeri non rispetta nulla, nemmeno i morti e i malati.
LA GUERRA DEI NUMERI. Da una parte, infatti, ci sono le denunce dei medici locali e alcune ricerche dell'Istituto superiore di Sanità che indicano «eccessi di mortalità» nell'area, dall'altro i dati di segno opposto del registro dei tumori regionale.
In mezzo sta quel «non siamo avvelenatori», con cui l'ad Eni Claudio Descalzi ha cominciato una lunga lettera aperta ai giornali locali e pubblicata il 27 aprile.
«Ambiente e salute», ha ribadito, «sono le nostre priorità e per nessuna ragione metteremmo a repentaglio chi abita i luoghi che ci ospitano e chi lavora nei nostri impianti».
NO ALLE SPECULAZIONI. «Capisco le preoccupazioni di chi vive in Val d’Agri relative alla salute», ha scritto il manager, «anche se mi spiace vedere come su un tema così delicato ci siano spesso comunicazioni non fondate su basi scientifiche e, a volte, vere e proprie speculazioni. Tutti i dati e gli studi che abbiamo condotto ci spingono a rassicurare sulla sicurezza delle nostre attività, emissioni incluse».
Insomma non ci sarebbe alcun pericolo, almeno per la salute.
ESAMI SUI LAVORATORI. Lo dimostra, continua Descalzi, una «vasta ricerca medica» basata «sull’esame del quadro clinico e di laboratorio dei dipendenti Eni che hanno lavorato in un arco temporale di 16 anni (1998-2015), anche in forma occasionale, presso lo stabilimento e gli uffici del Cova».
Anche in questo caso «tutti i risultati e, allo stesso modo, tutti gli studi epidemiologici condotti anche da istituzioni sanitarie nazionali e internazionali, ci dicono una cosa ben precisa: da quando esistono il Centro Olio e le attività sulle aree pozzo, non si sono assolutamente verificate patologie neoplastiche connesse ai fattori di rischio cancerogeno riconducibili all’impianto».
Nessuno questo lo mette in dubbio.
MELE: «DIPENDENTI CONTROLLATI. MA FUORI?». «All'interno del Cova ci sono controlli serrati e i lavoratori sono dotati delle attrezzature previste dalla legge», dice a Lettera43.it Giambattista Mele, medico dell'Isde, Associazione medici per l'ambiente. «Ma l'indagine che hanno condotto è parziale».
Perché nessuno controlla i lavoratori e gli addetti dell'intera area industriale: «Quando suona la sirena, i lavoratori Eni escono, vanno nei centri di raccolta. E gli altri?».
Mele ricorda una data su tutte: il 5 aprile del 2011. «L'Eni comunicò che non si era verificato alcun superamento della soglia di inquinanti. Ma 20 lavoratori dell'Elbe Sud Italia, con lo stabilimento a poche centinaia di metri dal Cova, quel giorno andarono al pronto soccorso».
«ALL'OSPEDALE PER INTOSSICAZIONE». «Molti di noi», conferma S. un operaio, «avvertirono secchezza delle labbra, bruciore agli occhi, anche vomito. Allora non si parlava di piani di emergenza. All'ospedale non sapevano come trattare i pazienti, dovettero chiedere a una struttura vicina».
Due anni fa accadde lo stesso e una sessantina di lavoratori presentarono un esposto alla prefettura.
«Descalzi però ha ragione», ammette anche S: «I lavoratori Eni sono controllati ogni sei mesi. All'interno del centro hanno maschere e cicalini che suonano se certi livelli di emissioni superano la norma. Ma chi abita e lavora all'esterno?».
Eni ha ribadito di aver sempre agito nel pieno rispetto della legge. «Nel corso degli anni», ha ricordato Descalzi, «abbiamo ricevuto tutti i via libera necessari a livello nazionale, regionale e locale». E, ancora: «Non avremmo preso gli impegni che abbiamo sottoscritto negli ultimi due decenni se non avessimo ricevuto tutti i permessi del caso».
CONTROLLATO E CONTROLLORE. Il punto vero, fa notare Davide Bubbico, docente di Sociologia economica e autore del libro L'economia del petrolio e il lavoro, «è che fin dall'inizio è mancata un'indagine epidemiologica sullo stato di salute della popolazione e una relative alle matrici dell'ecosistema ambientale».
Non solo: l'Osservatorio Ambientale, previsto nell'accordo del 1998 è stato inaugurato solo nel 2011, «una chiara responsabilità della Regione Basilicata, prima ancora che indiretta da parte dell'Eni».
Ma si tratta di un ente davvero indipendente? Per Bubbico bisognerebbe chiedersi «quale è la natura dei dati, che in larga parte sono ancora forniti da un sistema di monitoraggio costruito dall'Eni, ovvero dal soggetto che dovrebbe essere controllato».
Eni, dal canto suo, fa sapere che nell'accordo originario era previsto che i costi dell'osservatorio fossero sostenuti dalla società. Se di errore si tratta, va quindi fatto risalire a quell'intesa siglata dalla Regione.

«Per il Cova, non abbiamo alternative»

Michele Marsiglia, presidente FederPetroli Italia.

Il vero rischio dei lavoratori e dei lucani, dunque, per Descalzi andrebbe cercato altrove: nella crisi.
Alla quale una chiusura prolungata del Cova darebbe il colpo di grazia innescando, come dice Summa, «una situazione esplosiva».
UN'ALTRA ILVA? «Se non ci uccide l'inquinamento ci ucciderà la fame», mormora qualcuno. Un drammatico refrain così simile a quello che riecheggiava davanti all'Ilva di Taranto.
Quasi come se il diritto al lavoro e quello alla salute non potessero convivere. E si dovesse scegliere tra l'articolo 4 o articolo 32 della nostra Costituzione.
Al momento la posizione di Eni è chiara. «La verità è che non abbiamo alternative», ha spiegato Descalzi. «Stiamo offrendo la massima collaborazione all’Autorità giudiziaria, siamo i primi a esigere che faccia chiarezza fino in fondo, incluso sui comportamenti dei nostri dipendenti locali coinvolti».
«NON POSSIAMO PROSEGUIRE». Ma, continua la lettera, «dal punto di vista tecnico e operativo non è possibile proseguire – nemmeno parzialmente - l'attività produttiva del Cova. Non esiste, infatti, una soluzione alternativa di tipo industriale che consenta di evitare la fermata degli impianti. Il Centro Olio dovrebbe essere parzialmente riprogettato dal punto di vista impiantistico e ingegneristico ed essere sottoposto a un nuovo iter autorizzativo, diverso da quello seguito negli ultimi 20 anni, per operare non più come un impianto esclusivamente energetico, ma anche come un impianto di trattamento rifiuti. Ipotesi del tutto irrealistica, sia dal punto di vista industriale che normativo».
FEDERPETROLI: «UN SUICIDIO AZIENDALE». Una decisione, questa, bocciata dalla FederPetroli Italia. «Eni commette un suicidio aziendale, da kamikaze», taglia corto il presidente Michele Marsiglia. Che si chiede: «A un grande colosso energetico mondiale come Eni basta un'inchiesta per destabilizzare lo scenario industriale?».
Tra l'altro, ricorda il presidente, i pm non hanno imposto alcuna chiusura, ma la garanzia che si lavori senza inquinare. Esiste dunque un'alternativa: magari, lavorare meno e diminuire i ritmi.
Per il Cane a sei zampe però la questione è più complessa.
ENI: IL FUTURO È IN MANO ALLA MAGISTRATURA. Le prescrizioni previste dalla magistratura imporrebbero di reingegnerizzara tutto l'impianto, con investimenti imponenti, di denaro e tempo.
Con una produzione giornaliera di 75 mila barili, inoltre, la quantità di reflui da smaltire è enorme. Se si esclude la reiniezione, bisognerebbe trasportarli con migliaia di autobotti nei centri autorizzati: uno in Lombardia, da escludersi a priori, e l'altro a Gioia Tauro, dove cittadini e comitati sono da anni sul piede di guerra.
Non solo: l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale, dicono sempre da Eni, 'obbliga' di fatto la società a reiniettare. Smaltire diversamente i reflui potrebbe quindi infrangere le norme.
Per questo, per la società, non ci sono alternative percorribili ed è necessario aspettare la conclusione delle indagini, sempre che la Cassazione, a cui Eni si è appellata, non giudichi scorretto il sequestro.

Effetto domino sull'indotto

L'Eni ha sospeso la produzione petrolifera nel Centro Oli di Viggiano, in provincia di Potenza.

A preoccupare poi è l'effetto domino sull'intero comparto. A partire dall'indotto, soprattutto dopo la disdetta dei contratti con i fornitori, piccole società il cui fatturato si basa per l'80% su Eni.
«Si va dalle aziende della logistica alla componentistica, dal settore non oil fino ai depositi e allo stoccaggio», spiega Marsiglia.
Difficile quantificare l'universo che in Basilicata ruota e vive intorno a Eni.
Anche in questo caso, infatti, i numeri sono ballerini. Il motivo, come fa notare Bubbico, è che «l'indotto delle attività petrolifera non è un indotto qualsiasi. E tra l'altro è un indotto dove il peso del personale a termine e proveniente da fuori regione è rimasto alto».
Detto questo, «il bacino di occupazione dell'indotto si è ridotto perché le attività di natura straordinaria, come la costruzione della quinta linea e interventi vari di manutenzione, sono venute a finire».
L'INCOGNITA DEL LAVORO A TERMINE. Per questo il docente stima che «l'occupazione più realistica è quella delle 1.000 unità» collegate al funzionamento ordinario dell'attività dei pozzi e del Centro Olio.
I 3.500 dichiarati da Eni, comprensivi dei 400 dipendenti diretti, «risalgono al 2014 e a un periodo di attività extra come detto in precedenza. Ma se traduciamo il monte ore dichiarato per quell'anno a una unità di lavoro utilizzata per un anno intero scopriremo che l'occupazione tra indiretti e diretti nel 2014 è stata pari a 2 mila addetti. Questo perché l'incidenza del lavoro a termine, a volte anche per poche settimane è molto elevata, in un settore che già tradizionalmente non richiede molta manodopera rispetto al volume di investimenti che sono effettuati»
LA PAURA DEI LAVORATORI. S. ha 43 anni e da 20 lavora in un'azienda che va «a braccetto con Eni», spiega a Lettera43.it. E che ha avviato, come moltissime altre, la procedura per la cassa integrazione.
Il blocco degli ordinativi è stata una doccia gelata. «Ho tre figli, siamo una famiglia monoreddito», racconta. «Ho già bloccato il mutuo per tutelarci. Ma ogni sera porto a casa la paura».
La paura è quella che dopo la cassa si entri in mobilità.
«SERVE UNO STATUTO SPECIALE». «Per questo le istituzioni dovrebbero varare uno statuto speciale per i lavoratori e le imprese locali». Una rete di emergenza che dia loro ossigeno.
S. punta il dito contro la politica. Che «non ha usato le royalty come avrebbe dovuto», continua. «Non ha realizzato nessuna attività parallela, alternativa al petrolio. Nmmeno le vie di comunicazione decenti».
«Io amo la mia terra», ripete S. «non me ne voglio andare, ma che futuro c'è? Il petrolio quanto durerà ancora? Venti, 30 anni? E poi? Che lascerò ai miei figli? La Valle è morta».
Di una cosa però S è sicuro: «Non siamo inquinatori. E con tutto il rispetto per la signora Guidi, la vera parte lesa in questa faccenda siamo noi».
TARANTO IN AFFANNO. Le conseguenze del sequestro oltrepassano i confini della Basilicata e si fanno sentire anche sull'attività della raffineria di Taranto, redditizia a patto che lavori il petrolio lucano. Altrimenti, è il ragionamento di Eni, è costretta a trattare greggio acquistato da terzi a un prezzo più elevato.
I margini della filiera, insomma, sono «compressi» soprattutto col calo del prezzo del petrolio. E un minimo scossone nella catena causa ricadute a domino su tutto il comparto.
«MANCA UNA STRATEGIA NAZIONALE». Anche per questo però Marsiglia è critico nei confronti di Eni. «Prima la trasformazione di Porto Marghera in bioraffineria, poi Gela. Ora la chiusura di Viggiano, unica raffineria tradizionale rimasta», continua il presidente di Federpetroli. «Ma se devo estrarre petrolio poi dove lo raffino?». Senza contare l'aumento dei prezzi del carburante che ne deriva.
Insomma, «serve da Eni una strategia energetica nazionale chiara». Che, al momento, Marsiglia non vede.

La promessa di sviluppo e la desertificazione demografica

Giambattista Mele.

Il dottor Mele però sul blocco del Cova un'idea se l'è fatta: «Il dubbio è che si stia cogliendo l'occasione per dismettere lavoratori e riorganizzare l'impianto».
Le rassicurazioni di Descalzi non lo convincono più di tanto. «Abbiamo costruito da più di 20 anni un rapporto con questa regione», ha messo in chiaro il manager, «siamo qui per restare a lungo e creare benessere e opportunità di crescita».
Una crescita e uno sviluppo che però cozzano con gli ultimi dati demografici dell'Ires.
I GIOVANI IN FUGA. Al primo gennaio 2015 i residenti in Basilicata sono 576.619. Meno 1.772 unità (-3 per mille) rispetto al 2014. Una «desertificazione», fa notare Mele, «che vede punte proprio in Val D'Agri». Dove evidentemente il petrolio non attrae né trattiene.
I ragazzi continuano ad andarsene. Quelli con la laurea, aggiunge amaro, «li abbiamo già persi e non torneranno più».
Per questo Mele non se la beve. «Quale sviluppo e occupazione sono stati creati?», si chiede. «Anche questo indotto a rischio, quale ricchezza ha prodotto? E quanto hanno assunto queste aziende negli anni?».
La verità è che «queste realtà non hanno diversificato», continua, «e ora dipendono solo dall'Eni».
«La Basilicata presenta un quadro strutturalmente negativo su base demografica che dipende da diversi motivi», chiarisce Bubbico, «in primis la domanda di lavoro è insoddisfacente rispetto all'offerta disponibile, ma l'emigrazione dipende anche dal tipo di domanda».
La fuga dei cervelli, insomma, «dipende anche dalla bassa richiesta di lavoro qualificato, per cui può essere più semplice lavorare a San Donato Milanese per l'Eni piuttosto che a Viggiano se si è in possesso di una laurea scientifica».
IL CANCRO DELL'ASSISTENZIALISMO. Più critico il lavoratore Elbe: «Lo ripeto ai ragazzi che stanno al presidio davanti al Cova: la politica li ha fatti aggrappare all'Eni. Ora il problema è la magistratura, tra tre anni potrebbe essere qualcos'altro».
L'analisi è impietosa: «Alla politica l'assistenzialismo delle royalty fa comodo: garantisce voti. Per questo non ci sono stati investimenti veri per lo sviluppo. Lavoratori stabili sono indipendenti, meno manovrabili. Così ci siamo fossilizzati sul fossile».

Twitter @franzic76

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