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MUM AT WORK 30 Aprile Apr 2016 1400 30 aprile 2016

Il primo maggio? Non è una festa per donne

Il divario con gli uomini è lontano dall'essere colmato. Soltanto Malta fa peggio di noi.

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Domenica è la festa dei lavoratori, ma gli italiani hanno ben poco di cui gioire.
I dati diffusi questa settimana da Eurostat relativi al 2015 mostrano un Paese dove a lavorare è il 60,5% della popolazione attiva. Peggio di noi fa solo la Grecia.
Nere anche le percentuali sul divario uomini/donne: 20 punti, peggio solo Malta. L’Italia è lontana dall’obiettivo del 67% di occupati (dovremmo arrivarci nel 2020, ma sarà dura).
Migliora - negli ultimi due anni - solo l’occupazione dei 55-64enni.
SQUILIBRI SUL LAVORO DOMESTICO. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), Women at Work: Trends 2016, «uno dei principali ostacoli alla piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro è ancora la diseguale ripartizione del lavoro domestico e di cura tra uomini e donne, specialmente dove mancano politiche efficaci di condivisione e di conciliazione», scrive la vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli.
Rispetto agli uomini, «le donne continuano a lavorare meno ore fuori casa e più ore dentro casa, dove portano sulle proprie spalle la grande maggioranza del peso degli impegni domestici e di cura».
UN DIVARIO DA RECORD IN ITALIA. Questo è vero secondo l’Oil sia per i Paesi a basso reddito sia per quelli ad alto reddito: «Nel mondo le donne svolgono in media una mole di lavoro in casa che supera di due volte e mezza quella degli uomini. Dove il divario si è andato riducendo non è tanto per la maggiore partecipazione degli uomini agli impegni familiari, ma piuttosto per l’aumento di ore lavorate fuori casa dalle donne, mentre la cura dei figli resta principalmente un compito femminile. In Italia, secondo l'Ocse, ogni donna in Italia dedica 36 ore la settimana ai lavori domestici e di cura familiare, mentre gli uomini non vanno oltre le 14: sono 22 ore di differenza e si tratta del divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati».

Oltre 2 milioni di giovani donne 'intrappolate' nella famiglia

Facciamo una somma dei dati: in Italia lavora solo il 60,5%; viviamo un divario altissimo rispetto al resto d’Europa tra lavoratori uomini e donne (20 punti); negli ultimi due anni è migliorata solo l’occupazione degli over 50; il carico di cura ricade quasi completamente sulle spalle delle donne, in media 36 ore a settimana per le donne, 14 per gli uomini.
Il risultato? Più di 2 milioni di giovani donne “intrappolate” nella famiglia, a casa e senza lavoro.
Continuiamo con le somme. Mettiamoci anche che se sono una giovane donna, diciamo entro i 34 anni, ho un titolo di studio alto, ho uno o più figli, probabilmente ho perso il lavoro dopo la/le gravidanze.
NONNE IN CARRIERA. Accade al 27% delle occupate e il dato peggiora dopo la prima maternità. Visto che non posso appoggiarmi a un sistema di servizi per essere aiutata (i padri sono fuori per portare il pane a casa, i figli sono quasi sempre “compito” delle donne, sia che lavorino sia che no) come faccio a cercare un posto?
Unico welfare, i nonni. Ed ecco l’ultimo ma: i nonni lavorano. Non ci sono dati ufficiali, ma basta guardarsi intorno, tra parenti e amici, conoscenti. Quante sono le nonne ancora in carriera e quante le loro figlie a casa con i bambini? Tante.
E se il 64,4% dei bambini italiani viene affidato ai nonni secondo l’Istat, sono tante le famiglie nelle quali le 30enni stanno a casa, senza lavoro e con la prole, mentre le nonne sono ancora in carriera.
«QUESTA SITUAZIONE MI DISTRUGGE». «Questa situazione mi distrugge», ammette R., 57 anni, interprete da oltre 30, anche per le più alte cariche di Stato. «Mia figlia ha 33 anni e due bambini, è laureata, e ha superato l’esame da avvocato. Ma non ha un lavoro. Del resto con due figli piccoli non poteva più permettersi di fare la stagista, o di lavorare in uno studio per due soldi».
R. non la può aiutare, vive lontana. La sostiene economicamente e sta addirittura pensando di “assumerla” come consulente per il suo sito professionale, «almeno avrà un minimo di pensione. Adesso la aiutiamo noi a livello economico, io le pago la colf, ma quando noi non ci saremo più, come farà? Con cosa vivrà?».
R. è terrorizzata, ha paura. Certo, la figlia ha il marito, che lavora, è medico. Ma se dovessero separarsi, o se - malauguratamente - dovesse andarsene, che ne sarebbe di moglie e bambini? Una donna senza lavoro è debole, e di questa debolezza ne soffre anche la famiglia.
UN MONDO AL CONTRARIO. Situazione simile per S., 63 anni. Due figli, uno di 37, architetto precario, la seconda, di poco più piccola, disoccupata e appena divorziata.
S. e suo marito aiutano economicamente i “ragazzi” anche se loro, da nonni, lavorano ancora, mentre M. e T., alla soglia dei 40, no.
Come nel caso di R., anche nella famiglia di S. le nuove generazioni hanno meno prospettive, meno disponibilità economica, meno orizzonti.
Insomma, un mondo al contrario.

Twitter @francesca_gui

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