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DIBATTITO 4 Maggio Mag 2016 1348 04 maggio 2016

Antimafia, Fava e La Torre sul caso Maniaci

Pino Maniaci, direttore di Telejato e icona anti-clan, nei guai per estorsione. Fava e La Torre a L43: «La lotta ai boss non ha bisogno di eroi e fumi di incenso».

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Pino Maniaci, direttore di Telejato.

L'assunzione dell'amante in Comune. La richiesta continua di piccioli. Poca roba: 50, 100, 150 euro estorti, secondo l'accusa, agli amministratori di Partinico e Borgetto per non mandare in onda presunti scoop che li avrebbero fatti cadere. E menzogne. Come aver attribuito ai boss l'incendio della sua auto e l'impiccagione dei suoi cani.
«È stata la mafia a minacciarmi per le inchieste del mio tg. La scorta mi devono dare», denunciava Pino Maniaci lo scorso 4 dicembre.
Invece il direttore della tivù antimafia Telejato sapeva, secondo i pm, che le cose non stavano così. Quelle intimidazioni nulla avevano a che fare con Cosa Nostra, ma con la rabbia del marito della sua amante.
«QUELLO STR... DI RENZI». Quel giorno lo chiamò anche il premier per esprimergli la sua solidarietà. «Sono tutti in fibrillazione», commentava Maniaci al telefono. «Mi ha chiamato anche quello stronzo di Renzi».


Parole e toni che sono una doccia gelata per chi in Maniaci aveva creduto, per chi lo aveva supportato sempre, anche dopo la notizia delle indagini a suo carico.
Ora restano solo le intercettazioni della procura e il divieto di dimora a Palermo e Trapani.

Fava: «Tono sprezzante, come le risate dopo L'Aquila»

Claudio Fava.

A preoccupare, spiega Claudio Fava a Lettera43.it, più che i soldi chiesti è «l'idea di sé, il delirio di onnipotenza, il modo in cui questa miserabile risulta diventa orgoglio e vanto» che emergono dalle intercettazioni.
«NON CHIACCHIERE, SERVONO RISPOSTE». «Quando qualcuno gli ha impiccato i cani, ho preso un aereo e sono andato a Partinico per dargli solidarietà, conforto, amicizia», ha scritto il deputato di Sinistra Italiana in un duro post su Facebook. «Adesso leggo, come voi, che Pino Maniaci avrebbe usato tutto questo (le amicizie, le solidarietà, gli attestati di stima) per gonfiarsi come un tacchino. Dei 100 euro forse pretesi da un sindaco se ne occuperanno i giudici per dirci se fu estorsione, bravata o solo minchioneria. Ma di ciò che ci riferiscono le intercettazioni, la risposta non la voglio dai giudici ma da Maniaci. Non chiacchiere su complotti e vendette mafiose: risposte!».
Perché la cosa che brucia di più a Fava, figlio del Giuseppe fondatore del giornale I Siciliani assassinato dalla mafia nel 1984, «è il tono sprezzante verso chi ha dato attenzione e valore al suo lavoro».
«A me hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi», si vantava Maniaci nel 2014 al telefono.
QUEL DELIRIO DI ONNIPOTENZA. Quel «premio del cazzo» tradisce un atteggiamento «volgare, rozzo, primitivo». Che a Fava ricorda «le risate degli imprenditori dopo il terremoto de L'Aquila».
Un delirio di onnipotenza che portava il direttore di Telejato a vantarsi con l'amante: «Quello che non hai capito tu è la potenza di Pino Maniaci! Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione… si fa come dico io e basta, decido io, non loro, loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa!».
La vicenda di Maniaci, se confermata, getta un'altra ombra sull'antimafia. O, meglio, su quei professionisti dell'antimafia, prendendo a prestito la definizione di Leonardo Sciascia, che in questa volgarità si riducono a semplici mestieranti.
Una pochezza alla quale pare non esserci antidoto.
«NON FERMIAMOCI AI PENNACCHI». «La battaglia antimafia non si fa con le autocertificazioni», insiste Fava. Con i santini, le icone, gli eroi. «È una somma di comportamenti».
In altre parole, «non esiste un diritto all'antimafia, un titolo», continua il deputato. «Ma esiste il dovere di non fermarsi ai pennacchi, ai fumi d'incenso». Che con l'antimafia non c'entrano nulla.
Attenzione però, l'antimafia esiste. Ed è una battaglia portata avanti, spesso nel silenzio, «da cronisti magari precari con le loro inchieste, da magistrati spesso lasciati soli. Persone che si muovono nella elementare decenza del loro mestiere. Che non sono eroi».
Mentre, fa notare Fava, «le autocertificazioni spesso sono di comodo, rispondono a chi ha bisogno di nuove mitologie». Il fatto è che in assenza di «lutti e funerali, la temperatura si alza e porta alla costruzione di eroi».
E nella guerra alla mafia di tutto c'è bisogno tranne che di «pennacchi e fumi di incenso».

La Torre: «La battaglia a Cosa Nostra deve essere diffusa»

Franco La Torre.

Non bisogna però cadere in un errore.
«L'Italia è il Paese dell'antimafia», mette in chiaro Franco La Torre, figlio di Pio, sindacalista e politico ucciso nel 1982. «Lo dimostra la capacità di reazione di magistratura e forze dell'ordine, e il fatto che abbiamo una delle legislazioni più efficaci».
«IL PROBLEMA VERO RESTA LA MAFIA». Il vero problema è la «mafia». Che secondo La Torre dobbiamo «studiare e conoscere meglio, visto che ancora manca un approccio sistemico».
Troppi immaginano i mafiosi ancora con coppola, pizzini sgrammaticati e asinello. «Questa era la parte stragista. Ora occorre uno sforzo, oltre la fiction».
È questo il limite di quell'antimafia che La Torre definisce «sociale». «Le tante associazioni sono state caricate di aspettative che le hanno schiacciate. Ma va ricordato che le varie Libera o Addio Pizzo non fanno leggi, non siedono in parlamento. Tutto questo fa comodo agli ipocriti e a coloro che pensano: 'Tanto c'è Libera', 'tanto ci pensano i magistrati...'».
Invece la battaglia deve essere «diffusa», dalla politica all'economia.
LE DIVISIONI CHE INDEBOLISCONO. Le etichette, gli attestati creano poi divisioni in questa galassia. Ognuno «rivendica un patrimonio esclusivo e manca collaborazione». Un problema che appartiene al dna dell'associazionismo, non solo quello antimafia.
Bisognerebbe invece trovare una sintesi, e qui entra in gioco la politica.
Nella battaglia contro la costruzione della base Nato di Comiso, «mio padre», racconta La Torre, «pur essendo migliorista, quindi espressione di una parte politica, riuscì a unire tutti il movimento pacifista europeo».
UNA BATTAGLIA PER LA DEMOCRAZIA. Una lezione da mutuare anche nella lotta alla mafia. Perché «l'antimafia», continua, «è una battaglia per la democrazia, di tutti, e non per catturare Riina». E si combatte con «la consapevolezza, lo studio, l'informazione».
Vicende come quella di Maniaci, acclamato come un paladino e un eroe, dimostrano però che una certa «antimafia non è un luogo di anime belle».
Lo abbiamo visto negli anni: da Provenzano che invitava i suoi ad andare alle manifestazioni contro Cosa Nostra a Sebastiano Giorgi, sindaco di San Luca che la mattina partecipava alle manifestazioni contro la 'ndrangheta e la sera si accordava con le cosche.
«MIO PADRE? FACEVA SOLO IL SUO LAVORO». Per questo La Torre rilancia una provocazione: «Se fossi mafioso la prima cosa che farei sarebbe aprirmi una associazione antimafia, bisogna ragionare mettendosi nella testa dell'assassino, come ci insegnano i giallisti. Un'associazione fa da scudo, la gente superficialmente mi crede. Mi permette di schizzare fango su chi fa vera antimafia, posso farlo, sono accreditato, sono del movimento. Infine posso ricevere persino qualche finanziamento».
Non abbiamo bisogno di eroi. «Non mi piace quando definiscono così mio padre», conclude La Torre. «Mio padre faceva solo il suo lavoro. Non andava a caccia di draghi e bestie sataniche».
Eppure i draghi hanno dato la caccia a lui.
«Non era mio padre contro la mafia, era la mafia contro mio padre».

Twitter @franzic76

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