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INTERVISTA 6 Maggio Mag 2016 1500 06 maggio 2016

Jack Cambria: «Vi racconto la mia vita di negoziatore»

Le regole: avere empatia col sequestratore e mai dire «calmati» o «so cosa provi». Cambria, ex n.1 del Negotiation team di New York: «Trattare coi jihadisti si può».

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Per 14 anni, quando a New York ci sono stati degli ostaggi da liberare e delle vite da salvare, lui era in prima linea. Jack Cambria è andato in pensione nel 2015, lasciando una importante eredità a chi dovrà seguirlo.
Capo dell'Elite Hostage Negotiation Team del dipartimento di polizia di New York, ha guidato operazioni delicate facendo cambiare idea ad aspiranti suicidi e sequestratori.
Semplicemente sapendoli ascoltare e convincere che c'era un altro modo di affrontare i problemi. Usando le parole prima delle pistole.
TEAM FONDATO NEL 1973. «Siamo stati il primo team di negoziazione ostaggi in tutto il mondo, fondato nel 1973», ha raccontato in un'intervista a Lettera43.it Cambria, tra i relatori del convegno ''Diritti al sì'' organizzato il 7 e 8 maggio 2016 a Bologna da Performance Strategies, «da allora tutti hanno adottato questo modello, anche il Fbi. Perché funziona».
PER GLI USA È UN MITO. Della capacità di persuasione ha fatto un'arte che ha insegnato anche alle guardie di Guantanamo, diventando un mito negli Stati Uniti e ispirando il personaggio di John Turturro nel film Pelham 123 del 2009 e facendo da consulente alla produzione con la sua esperienza.
Una vita passata a salvare vite. Come quella volta che convinse un uomo a non buttarsi dal ponte di Brooklyn, o quella in cui un suo collega si ritrovò ostaggio e negoziatore allo stesso tempo.

Jack Cambria, tenente in pensione della polizia di New York.

DOMANDA. Che importanza ha il ruolo del negoziatore in una squadra di polizia?
RISPOSTA.
Selezionare un buon negoziatore è fondamentale, perché un buon negoziatore è il segreto del successo del team.
D. Quali sono le caratteristiche più importanti per diventare negoziatore della polizia di New York?
R.
Intanto bisogna essere detective, avere 12 anni di esperienza nel dipartimento e almeno 35 d'età. Questo perché, a 35 anni, è probabile che sappia cosa significa avere una moglie, amare, che conosca il successo e il dolore. E, cosa più importante, deve sapere cosa significa un fallimento.
D. Perché è così importante conoscere l'amore?
R.
Perché se io mi trovo davanti a una persona che si punta una pistola addosso a causa di una relazione finita, io posso dirgli che so cosa significa soffrire per amore, che ci sono passato, ma sono ancora qui, in piedi. E lui può farcela come ce l'ho fatta io.
D. Quanto è importante provare empatia?
R.
Fondamentale. E non è qualcosa che si impara all'Accademia di polizia, è qualcosa che si ha o non si ha.
D. Quali sono gli errori da non fare?
R.
Mai dire «calmati» a qualcuno che minaccia di agire violentemente su se stesso o sugli altri. Darà l'impressione di voler chiudere in fretta la trattativa, di non essere disposto ad ascoltare. E sortirà l'effetto contrario.
D. E cosa bisogna dire?
R.
«Signore, vedo che è molto agitato. Mi dica perché, cosa c'è che non va, voglio aiutarla». Ogni caso della mia carriera che si è risolto bene ha avuto un tratto distintivo: io ero presente, lì, a cercare un dialogo.
D. Ci sono altre frasi da evitare?
R.
Sì, per esempio «so esattamente come ti senti».
D. Lei l'ha mai detto?
R.
Una volta, a un uomo che minacciava di gettarsi dal ponte di Brooklyn. Lui mi ha risposto: «Tu non sai minimamente come mi sento, altrimenti saresti qui con me, al posto mio». Era un uomo senza lavoro, soldi e famiglia. Ho capito che aveva ragione e gli ho chiesto scusa, e lui si è sentito dispiaciuto per me.
D. Quanta parte di regole scritte e quanta di improvvisazione c'è nel suo lavoro?
R.
C'è un po' di improvvisazione, perché nessuna negoziazione è uguale all'altra, tutte sono particolari a seconda di chi si ha davanti. Ci sono delle regole, certo, ma da quelle si cerca di sviluppare un rapporto di fiducia, con pazienza, senza accelerare. Le persone si aspettano comprensione per le loro emozioni, e per questo ci vuole tempo.
D. Una negoziazione che va avanti per le lunghe è positiva o negativa?
R.
Più passa il tempo, più le emozioni si placano, più possibilità ci sono di ottenere il risultato desiderato. Ma prima che pensare alla razionalità dobbiamo avere a che fare con le emozioni.
D. In che senso?
R.
Le persone sono emotive. All'inizio un uomo circondato dalla polizia dirà: «Mi vuoi arrestare? Arrestami, non mi interessa». Ma non è vero, nessuno vuole essere arrestato.
D. E come si arriva al risultato finale?
R.
Convincendo la persona che si è dalla sua parte. Che se non farà del male a nessuno sarà aiutato. Ma se dovesse ferire o uccidere delle persone avrà buttato via tutto. La sua vita e la sua famiglia. E finirà in cella. Ma noi non vogliamo che ciò accada.
D. Nei suoi 14 anni da capo negoziatore ha salvato e liberato moltissimi ostaggi. Come si comportavano? Anche loro mostravano la pazienza necessaria per uscire da quella situazione?
R.
Non sempre. Sono preoccupati per la loro sicurezza e spesso si arrabbiavano con me perché negoziavo col loro rapitore. Ma non capiscono che è una procedura necessaria perché possano tornare a casa sani e salvi.
D. Lei ha ispirato il personaggio di John Turturro nel film Pelham 1 2 3. Che differenza c'è tra il cinema e la realtà?
R.
Sono stato consulente per quel film, e per quanto si cerchi di ritrarre accuratamente ciò che accade nella vita reale, il cinema prende sempre un'altra strada. Se c'è da scegliere tra il dramma e il realismo, si sceglie il dramma. Perché questo è quello che il pubblico vuole vedere.
D. Qual è stato il momento più difficile della sua carriera?
R.
Le operazioni più difficile, senza alcun dubbio, sono state quelle legate all'11 settembre del 2001. Sono stato lì, sul posto, ogni giorno per quasi tre mesi.
D. Cosa ricorda?
R.
Ho perso amici nell'attacco, e colleghi nelle operazioni di soccorso. Ma c'è un ricordo che serbo con affetto. Nei primi giorni di ottobre, quando ormai non era più possibile trovare sopravvissuti, cercavamo i corpi dei dispersi. Ricordo che nel grigiore generale delle macerie vidi un minuscolo puntino bianco.
D. Cosa era?
R.
Era un dente umano. Chiamai subito la scientifica perché lo repertasse. Sapevo che il test del Dna avrebbe portato al riconoscimento della vittima e mi sentii felice al pensiero che una famiglia avrebbe potuto chiudere un cerchio, seppellire ciò che restava del suo caro, o conservare quel dente. Penso che se fosse successo a me, e avessi avuto solo un dente, l'avrei conservato.
D. Eravate preparati per quel tipo d'attacco o vi ha colto completamente alla sprovvista?
R.
Fu totalmente imprevisto e imprevedibile. Avevamo già avuto esperienze di dirottamenti, ovviamente, ma si trattava di passeggeri che dovevano andare in un luogo e venivano portati in un altro, restavano in ostaggio e poi venivano liberati dopo una negoziazione.
D. Dopo quei fatti avete preparato un piano d'emergenza per soluzioni analoghe?
R.
Sì. Abbiamo studiato a lungo situazioni simili su aerei, navi, treni, bus. Ora abbiamo un piano.
D. Qual è stato il caso di negoziazione più difficile che ha dovuto gestire?
R.
Un detective che era stato preso in ostaggio da un uomo armato dentro una stazione della polizia. È finita bene, ma è stato molto difficile.
D. Perché?
R.
Perché è stato emotivamente coinvolgente. Era un detective di polizia che conoscevo, perché era del mio stesso dipartimento. Ora aveva una pistola puntata alla testa e tutti guardavano. Allo stesso momento era ostaggio e negoziatore per la liberazione di un ostaggio. Alla fine l'uomo ha accettato di poggiare la pistola sul tavolo, il detective l'ha presa e l'ha arrestato. Ma io pensavo: «O mio Dio, e se spara al detective e lo uccide sotto gli occhi di tutti?».
D. Oggi il tema più spinoso è quello del terrorismo islamico. Pensa sia possibile negoziare con un jihadista?
R.
A New York non è mai capitato, ma siamo stati addestrati anche per questo dopo l'11 settembre. Il problema è che i terroristi islamici hanno la convinzione di combattere per la libertà della loro nazione. La nostra tecnica è quella di personalizzare le vittime agli occhi del terrorista.
D. Come?
R.
Per esempio: «Il signor Russo ha due bambini di 7 e 12 anni, ha una moglie». Cerchiamo di far vedere l'ostaggio come l'essere umano che è.
D. Lei ha formato la United States Joint Force nella base di Guantanamo. Come è successo?
R.
È accaduto quasi per caso. Uno dei miei negoziatori stava facendo il servizio in marina lì durante la rivolta dei detenuti nel 2006. Prese la situazione in mano e ha saputo risolverla rapidamente. Gli hanno chiesto come avesse fatto, dove avesse imparato, e lui ha fatto il mio nome. Così mi hanno chiamato.
D. Di solito non si insegna a negoziare in prigione, no?
R.
In tanti casi non si è preparati. Si pensa solo a sparare. Ma ci possono essere modi diversi di risolvere il problema.
D. Cosa pensa delle polemiche sul carcere di Guantanamo?
R.
Penso che, probabilmente, è stato necessario crearle. Parliamo di detenuti che sono nemici degli Stati Uniti che devono essere processati da una corte federale. Bisognava fare qualcosa. È una situazione molto controversa.
D. Anche la tortura? Si può giustificare la tortura se lo scopo è ottenere importanti informazioni nel nome della sicurezza nazionale?
R.
Gli interrogatori sono fondamentali, ma io non amo la tortura. Se la amassi non avrei scelto di fare il negoziatore. Non sono favorevole in nessun modo a tecniche come il waterboarding (acqua gettata sulla faccia che provoca senso di annegamento, ndr). Io credo nell'importanza degli interrogatori per proteggere i nostri familiari da futuri attacchi terroristici.
D. Pensa che la compassione possa essere una qualità compatibile anche quando si ha a che fare con i terroristi?
R.
Penso che loro non abbiano nessuna compassione, nessun interesse per la vita umana. Non si aspettano un nostro atteggiamento compassionevole ai loro metodi e questo potrebbe spiazzarli.
D. Cosa pensa della decisione di Obama di chiudere il carcere?
R.
Anche qui, può pure chiuderlo, ma poi cosa farà con i detenuti? Che piano ha? Li libera? E se tornano a programmare attentati? Non conosco la risposta giusta, è molto difficile.


Twitter @GabrieleLippi1

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