Quartiere Luci Rosse 160506205217
IL CASO 9 Maggio Mag 2016 0800 09 maggio 2016

Belgio, la lotta delle prostitute di Bruxelles

Due sindaci socialisti boicottano le donne in vetrina. Che però fanno ricorso. Ottenendo il parere favorevole del Consiglio di Stato. Le loro testimonianze.

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da Bruxelles

Il quartiere a luci rosse di Bruxelles.

In Belgio la prostituzione è legale, ma a Bruxelles c'è chi sta provando a renderla impossibile a suon di regolamenti e tasse.
Si chiama burocrazia l'arma che i sindaci di due dei 19 comuni della Regione, Bruxelles-Ville e Saint-Josse, hanno impugnato per ridurre la presenza di prostitute nelle strade e nelle vetrine dei quartieri che ospitano il cosiddetto 'Red light district' (distretto a luci rosse) situato tra Gare du Nord e rue Royal.
«UN MODO PER RIQUALIFICARE LA ZONA». Qui ci sono circa 80 vetrine, le donne che vi lavorano hanno dai 30 ai 77 anni e provengono da vari Paesi tra cui Belgio, Nigeria, Ghana e Repubblica Domenicana.
Per i sindaci non è razzismo o discriminazione ma solo «un modo per riqualificare la zona, renderla più gradevole e meno pericolosa per i residenti». Per le associazioni che difendono le lavoratrici del sesso e i loro diritti è «abolizionismo. E la cosa più assurda, è che a scrivere questi regolamenti sono stati due sindaci socialisti, non di destra», spiega a Lettera43.it Fabian Drianne, operatore sociale dell'associazione Espace P.... che da 16 anni aiuta le prostitute a esercitare la loro professione con dignità, secondo le regole e un minimo di sicurezza, «ma soprattutto alla luce del sole, in mezzo ai cittadini, non nei ghetti dove alcuni sindaci vorrebbero relegarle».
AUMENTO DELLA TASSA ANNUALE. L'ultimo a provarci è stato il primo cittadino di Saint-Josse: il 30 novembre 2015 il socialista Emir Kir ha adottato un regolamento sulla prostituzione che prevede l'aumento da 925 a 3 mila euro della tassa annuale per i proprietari degli immobili che affittano le vetrine, lo stop alla circolazione in auto nelle vie interessate durante la domenica e soprattutto il divieto di stare in vetrina con le luci accese dalle 23 alle 7 del mattino. «Praticamente vuol dire non lavorare o rischiare ogni giorno violenze», spiega Chanel, nigeriana 35enne che opera nel quartiere Nord, «se non posso stare in vetrina con la luce accesa, sono costretta a stare fuori davanti alla porta per farmi vedere, solo che così chiunque passa mi può fare quello che vuole. Quando sono in vetrina, se il cliente mi sembra un tipo pericoloso posso almeno decidere di non aprire».
Per Amelie, belga 50 anni, invece, il problema non si pone neanche, visto che «con questo nuovo regolamento i clienti hanno smesso di passare perché temono di essere multati», racconta a Lettera43.it.

«Non posso aspettare sei mesi per il certificato, come la pago la vetrina?»

Prostitute a Bruxelles-Ville.

Se infatti in Belgio prostituirsi e ricevere soldi per fare sesso è legale, non lo è sostenere l'attività.
Quindi paradossalmente parlare, andare con una prostituta e pagarla è considerato agevolazione, istigazione, «adescamento». E chi lo fa viene punito con una multa dai 75 ai 250 euro.
Una possibilità che sinora molti clienti avevano sempre messo in conto, consapevoli soprattutto che a livello nazionale c'è sempre stata una forma di accettazione del cosiddetto délit de racolage public, come ha denunciato lo stesso sindaco Kir: «Il governo federale non si assume responsabilità, c'è una forma di tolleranza della prostituzione e siamo lasciati soli a fare questa lotta con gli strumenti a nostra disposizione», ovvero «l'uso della polizia amministrativa e delle regole urbanistiche».
I CLIENTI TEMONO CONTROLLI. Escamotage che in questi mesi hanno sortito il loro effetto: «Con un regolamento così restrittivo, i clienti temono più controlli, e hanno smesso di passare qui», dice Jane, che di solito riusciva ad avere una media di tre, cinque persone al giorno.
Una disincentivazione che viene pagata dalle più deboli, le prostitute appunto. «A dicembre ho dovuto fare sesso con un barbone che era in condizioni igieniche pessime, ma era l'unico che poteva pagarmi. Avevo bisogno di soldi e per tre giorni non avevo avuto nemmeno un cliente», racconta Daisy, 41 anni, ghanese.
Per rendere ancora più insostenibile la prostituzione dal punto di vista economico, il sindaco ha istituito anche l'obbligatorietà ad avere un certificato di conformità per l'esercizio della professione che costa 2.500 euro e che può essere rilasciato dal comune entro 180 giorni. «Questo vuol dire mandarci proprio via», racconta Vicky, che lavora in una vetrina del quartiere da due anni, «secondo questo regolamento nell'attesa del certificato non posso lavorare, ma non posso stare sei mesi ferma, e poi come la pago la vetrina, come vivo, come mangio?»
UNA VETRINA COSTA 250 EURO AL GIORNO. «Il certicato è una buona idea, se permette alle ragazze di essere in regola dal punto di vista amministrativo e sanitario, ma non così e non a questo prezzo», spiega Drianne.
Affittare una vetrina a Bruxelles ha un costo medio di 250 euro al giorno, ad Anversa circa 80, se si aggiungono i costi del certificato, «diventa impossibile lavorare».
Inoltre «così com'è stato pensato il certificato di conformità è illegale», spiega il sindacato Utsopi (l'Unione dei lavoratori del sesso), «alle ragazze non può essere impedito di praticare la loro attività sessuale solo perché non gli viene concesso un certificato. E non possono essere nemmeno schedate come prostitute per ottenerlo, perché così il Trattamento dei dati personali, la legge sulla privacy non sarebbe rispettata».

Il giudice ordina la sospensione di una parte del regolamento

Emir Kir, sindaco di Saint-Josse.

Insomma, un regolamento profondamente discriminatorio e contro il quale le prime interessate hanno deciso di ribellarsi dichiarando guerra al comune.
Ma per farlo cinque di loro hanno dovuto mettere mano al portafogli, pagare un avvocato e unirsi insieme ad alcune associazioni per portare il caso davanti al Consiglio di Stato. Che ha confermato le loro ragioni.
Il 3 maggio il giudice ha ordinato la sospensione di una parte del regolamento di Saint-Josse sulla cosiddetta prostituzione in vetrina.
NO A ORARI DI CHIUSURA OBBLIGATORI. Tra le cause riportate dal giudice per l'annullamento c'è quella secondo cui «tali regolamenti possono influenzare negativamente la redditività dell'occupazione».
Come aveva già spiegato l'avvocato generale del Tar belga, il comune «non può prevedere un orario di chiusura obbligatorio per una categoria di attività commerciale. Alle autorità è solamente permesso di limitare l'attività di alcuni stabilimenti in un quartiere e per un periodo determinato, quando è verificato che sono stati arrecati disordini all'ordine pubblico».
E questo «non è dimostrato nel caso della prostituzione nel quartiere».
SANZIONI? COMPETENZA DELLA PROCURA. Inoltre «se il principio che la prostituzione può essere vietata o limitata in alcune aree è accettabile, il requisito di un certificato di conformità e le condizioni per il suo rilascio non trovano alcuna base giuridica».
Ma soprattutto «il comune non può infliggere ammende amministrative. Le sanzioni sono di competenza della Procura», ha spiegato Vincent Letellier, l'avvocato che rappresenta le prostitute di Saint-Josse e che ha già difeso quelle di Alhambra.

Il caso di Alhambra e la prostituzione in strada

Uno scorcio di Saint-Josse.

Lo stesso problema si era infatti presentato a Bruxelles-Ville, a pochi chilometri di distanza da Saint-Josse. Nel 2012 il sindaco del quartiere Yvan Mayeur, anche lui socialista, aveva disposto un regolamento sulla prostituzione di strada nel quartiere di Alhambra, secondo il quale le ragazze dovevano spostarsi dai marciapiedi di via Laeken e Yver a quelli di Boulevard Albert, in caso contrario la multa era di 250 euro.
«In pratica il sindaco voleva togliere le prostitute dalle vie centrali e metterle in una zona più periferica e meno sicura per le ragazze», denuncia Drienne.
IL NODO DELLA SICUREZZA. «Per noi invece è molto meglio camminare in vie trafficate, stare vicino ai locali o agli hotel perché se passa qualche malintenzionato possiamo urlare, chiedere aiuto», dice Lucy, 38 anni, rumena, «proprio come fanno le colleghe che stanno in Avenue Louise», una delle zone più chic per lo shopping, dove si trovano anche numerosi hotel a 4 e 5 stelle e sul marciapiede ci sono soprattutto giovani ragazze belghe e dell'Est Europa.
A lottare contro il regolamento del quartiere di Alhamabra sono state 16 prostitute della zona, che grazie all'aiuto delle associazioni Espace P... e la Lega dei Diritti dell'uomo si sono rivolte al Consiglio di Stato e ne hanno ottenuto l'annullamento parziale.
«COMUNI OSTILI». Anche in questo caso la Corte ha annullato la parte che prevede la multa perché i comuni non sono competenti a infliggere penali sulla prostituzione. E «una multa non sanzionabile, che non può essere riscossa, perde ogni valore», ricorda Drianne, «ma rappresenta comunque un ostacolo e mostra quanto il comune sia ostile a integrare il fenomeno della prostituzione».
Le associazioni denunciano una serie di controlli che negli anni, «anzichè agevolarle, hanno reso ancora più difficili le forme di regolamentazione della professione, mettendola in crisi», critica Drianne.
Il risultato è che le prostitute non hanno smesso di lavorare (in tutto sono circa 5 mila), «ma l'hanno fatto operando in condizioni peggiori, spesso accettando di fare sesso senza protezione pur di guadagnare qualcosa, visto che i clienti non andavano più in quelle vie per paura di essere multati».
L'ITER LUNGO AGEVOLA IL BOICOTTAGGIO. Un rischio che rimane nonostante la decisione del Tar belga, «e per la quale abbiamo comunque dovuto aspettare 4 anni», ricorda Drianne. «Un iter giudiziario che agevola i comuni nel loro tentativo continuo di boicotaggio», denuncia.
Così, se per ora nella partita sindaci contro prostitute sono le ragazze a vincere e continuare ad esercitare la loro professione, le due sentenze del Consiglio di Stato che tra aprile e maggio ha annullato parte dei due regolamenti non possono fare niente contro la chiusura al traffico e ancora meno contro l'aumento dell'aliquota per i proprietari delle vetrine. Quelle sono decisioni che spettando ai sindaci, che per quanto continuino a sostenere di non essere contrari alla prostituzione («personalmente, sono favorevole a un riconoscimento di questa professione che porterebbe ad uno statuto per le ragazze», ha detto Kir), dall'altra insistono nell'ostacolarne la presenza sul territorio.

Twitter @antodem

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