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IL PUNTO 20 Maggio Mag 2016 1400 20 maggio 2016

Emilia, a 4 anni dal sisma lavori a rilento e nel caos

Dal terremoto finito il 40% della ricostruzione. Ma 2.640 famiglie sono ancora senza casa. E devono pagare il completamento dei lavori. «Nessuno ci ascolta».

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Mirandola, Finale e Cavezzo: tre dei centri maggiormente colpiti dal sisma del 2012.

Sono passati quattro anni da quando la terra della Bassa tremò per la prima volta. Il 20 e il 29 maggio 2012 il terremoto in Emilia fece 27 morti 350 feriti, migliaia di sfollati. E 13 miliardi di danni.
Mettendo in ginocchio una delle aree più produttive del Paese.
L'EMILIA COME L'AQUILA. Sono passati quattro anni ma tante strade dei centri storici di Mirandola, Concordia e gli altri piccoli centri colpiti dalle scosse hanno gran parte dei palazzi transennati. «Sembrano come L'Aquila», dice a Lettera43.it Sandro Romagnoli del comitato Sisma.12.
La ricostruzione procede, vero.
IL REPORT DELLA REGIONE. Stando al report della Regione Emilia-Romagna, sono già stati liquidati circa 1 miliardo di euro per case e attività commerciali e 504 milioni per le imprese.
A fine aprile, i cantieri completati erano 4.161, poco meno del 40% dei 9.109 progetti presentati per ricostruzione o ristrutturazione. A cui vanno aggiunte le 1.490 prenotazioni che con tutta probabilità diventeranno progetti a fine 2016.
Le unità immobiliari coinvolte sono 25.121 di cui 18.624 a uso abitativo, per un totale di 28.512 abitanti, e 6.479 attività commerciale. Mentre i cantieri completati riguardano 10.585 case (18.938 abitanti) e 2.780 attività economiche.
LA VITA NEI CONTAINER. A conti fatti, dunque, a quattro anni dalle scosse, 19 mila cittadini sono tornati a vivere nelle proprie case.
Mentre al 30 aprile 2016, 445 persone (135 famiglie) vivono ancora nei Map, i moduli abitativi provvisori. E altri 2.505 nuclei familiari usufruiscono di misure assistenziali non avendo ancora ripreso possesso delle rispettive abitazioni.

Numeri incoraggianti, certo.
Ma a conti fatti la ricostruzione procede a una media del 10% annuo. E, come fa notare il comitato, «peccato per quel 60% di cantieri ancora da completare che, in concreto, significa che un sacco di persone sono ancora fuori dalla propria casa».
«NO ALLE ATOCELEBRAZIONI DI RITO». Questo prima di assistere «alle autocelebrazioni di rito», scrive Sisma12 in un post amaro. Fatte di «ricostruzione delle meraviglie», di «quanto sono stati bravi» e di come «la Bassa è ripartita».
La verità, racconta Romagnoli, «è che la situazione è praticamente la stessa dell'anno scorso... con una differenza: nello skyline della Bassa magari ora c'è qualche gru in più...». E per completare i lavori occorreranno almeno 10, 12 anni.
Per la ricostruzione privata «la Cassa depositi e prestiti ha stanziato 6 miliardi, diluiti in tranche annuali da 450 milioni». A cui vanno aggiunti i fondi regionali e dell'Ue.
Il conto al di là degli slogan è presto fatto.
IL TERREMOTATO? PASSIVO. «Nessuno ha detto o pensato che sarebbe stato facile», sottolinea Romagnoli, «il problema è la modalità con cui si prendono, o meglio impongono, le decisioni».
Il terremotato, è la critica, è considerato «passivo». «Deve firmare e basta, nessuno tiene conto delle esigenze reali della gente».
Manca, in altre parole il rapporto, con la gente: «Ti dicono quello che hanno deciso e tu hai due possibilità: applaudire forte o applaudire meno forte».
LE CONTRADDIZIONI DELLA RICOSTRUZIONE. Un esempio? Se una coppia di anziani prima del sisma viveva in una casa colonica di 700 metri quadri, perché ricostruirla tutta quando loro vorrebbero stare in uno spazio molto più limitato?
Insomma: «Ricostruiscono una marea di metri quadri e lesinano sulle spine della luce».
«Ci sono 70enni», dice Romagnoli, «nella necessità di aprire un mutuo per fare fronte a spese da 20, 30 mila euro per completare la ricostruzione della propria casa».
E bruciano ancora le parole che quattro anni fa l'allora assessore regionale allo Sviluppo pronunciò nel corso di un confronto col comitato. Parole che quelli di Sisma.12 non dimenticano: «E poi chi non ha 40 mila euro da investire per la casa».

«I soldi? Potevano essere spesi meglio»

Un cantiere dopo il sisma del 2012.

Secondo il comitato i soldi a disposizione potevano essere spesi meglio. A partire dai Map, i moduli abitativi provvisori. «Container invivibili» il cui costo per unità pare arrivare a 1.500 euro a metro quadro. Con la stessa cifra si potevano costruire palazzine». Che, tra l'altro, non sarebbero state demolite finita 'l'emergenza'.
L'INFERNO DEI MAP. L'anno scorso in questi container (male) climatizzati ci vivevano circa 1.500 persone. Ora 445, 135 nuclei familiari.
Si tratta allora come oggi di persone che non hanno una rete familiare in zona: immigrati appena arrivati in Italia o famiglie che provengono dal Sud senza parenti disposti a ospitarli.
«Non si deve però pensare che chi ha trovato una sistemazione provvisoria non abbia problemi», precisa Romagnoli.
Insomma vivere in una casa ma non averne una pesa eccome.
LE PMI DIMENTICATE. «La ricostruzione è girata e gira intorno alle associazioni di tecnici e alle grosse imprese». Quelle più piccole e «senza aderenza con le banche sono in difficoltà», è l'accusa.
Se i pagamenti ritardano, i cantieri si bloccano. E i terzisti non lavorano.
E si torna punto e a capo.


Anche il piccolo centro commerciale realizzato con i container a Cavezzo, il centro del «cratere», chiamato 5.9 come la magnitudo della scossa del 29 maggio presto sarà smantellato. E dire che «rappresentava il senso di inventiva degli emiliani». La loro voglia di ripartire, nonostante le macerie.
I negozi saranno trasferiti altrove.
«MANCA UNA VISIONE POLITICA». Ma questa decisione non è stata vissuta come un ritorno alla normalità. Marilena la gelataia, per esempio, ha gettato la spugna: non traslocherà e chiuderà l'attività.
«Se le istituzioni non organizzano eventi, iniziative per rivitalizzare il territorio», continua Romagnoli, «tutto è inutile». In altre parole, più che i soldi manca «una visione, un'idea politica per garantire un'economia al territorio. Invece cosa fanno? Costruiscono l'autostrada cispadana...».
Come ripartire? Per esempio salvando le micro imprese. «Cinquanta piccole realtà possono dare lavoro a 10 persone l'una», fa notare Romagnoli. «In tutto sono 500 posti. Gli stessi garantiti da poche multinazionali». Ma il risultato, per chi vive qui, sarebbe diverso.
TRA COPRIFUOCO E PAURA. La situazione «resta drammatica, come nel resto del Paese. Ma qui è alterata».
La sera nelle strade e nelle piazze di questi paesi e paesini della Bassa continua a vigere il coprifuoco.
E resta la paura che quelle scosse, prima o poi, possano tornare.

*Infografiche a cura di Alberto Bellotto


Twitter @franzic76

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