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INTERVISTA 23 Maggio Mag 2016 1538 23 maggio 2016

Giuseppe Ayala: «Il mio ricordo di Giovanni Falcone»

Ventiquattro anni fa la strage di Capaci. Ayala a L43: «Giovanni era un amico.
Mi consigliò lui di scendere in politica». Sulle toghe: «Indebolite dalle correnti».

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Era il 23 maggio 1992 quando l’auto su cui Giovanni Falcone viaggiava con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta saltò in aria sulla strada per Palermo, all’altezza di Capaci.
Sono passati 24 anni eppure quelle morti hanno ancora qualcosa da dire all’Italia.
«Giovanni e Francesca erano due amici, un grande uomo e una grande donna», racconta Giuseppe Ayala a Lettera43.it. Lui, che con Giovanni Falcone ha lavorato per un decennio, nel pool antimafia e nel maxi processo che ha cambiato l’approccio del Paese nei confronti della criminalità organizzata, svelando le dinamiche e la natura di Cosa Nostra e risvegliando le coscienze. «Io, oggi, passo la gran parte del mio tempo tra una scuola e l’altra, per parlare con i più giovani dei valori della legalità», prosegue Ayala, «prima era impensabile una cosa del genere».
In 24 anni le cose sono cambiate, politica e magistratura continuano ad affrontarsi in una polemica infinita, in uno «scontro tra debolezze» che non sembra aver fine. E di Falcone non restano che il ricordo e l’insegnamento.

Giuseppe Ayala, magistrato ed ex parlamentare italiano.

DOMANDA. Che ricordo ha lei di Giovanni Falcone?
RISPOSTA.
Più che un ricordo di Giovanni Falcone, io ho la sua presenza dentro di me. L’ho conosciuto nei primi Anni 80, ero appena arrivato a Palermo e sono nate subito un’amicizia e una stima reciproca. Vabbè, che io stimassi Falcone è troppo facile, ma anche lui lo faceva e questo mi diede un ruolo che non mi aspettavo di avere. Diventai il pm di fiducia del pool antimafia, come Nino Caponnetto ha scritto nel suo libro.
D. Il vostro non fu solo un rapporto professionale.
R.
L’amicizia si cementò, anche grazie a frequentazioni continue. Viaggiavamo e addirittura facevamo le vacanze insieme. Io una volta gli dissi: «Pure le vacanze insieme, Giovanni? Non ne posso più». E lui mi rispose: «A me lo dici? Che vuoi fare, ormai siamo accomunati». Il mio è un ricordo pieno di tenerezza e amicizia. Nella più nobile accezione del termine. E lo stesso vale per Francesca.
D. La moglie di Falcone.
R.
Sì, ma non era solo questo. Era veramente una grande donna, un magistrato bravissimo, e anche umanamente molto ricca. Uno dei rari esempi della capacità di coniugare la delicatezza di sentimenti e modi col rigore di principi e valori. Una donna straordinaria, non a caso era la moglie di Giovanni Falcone. Non sono stati gli unici amici della mia vita, ma quello che c’è stato con loro credo sia qualcosa di irripetibile.
D. Cosa ricorda di quel 23 maggio 1992?
R.
Io ero a Roma quando mio figlio mi disse di aver sentito la notizia alla tivù. Non dissero che Giovanni e Francesca erano morti, perché sarebbero morti poco dopo. Presi subito un aereo per Palermo e la scorta mi accompagnò in ospedale: Giovanni era già in camera mortuaria, Francesca in sala operatoria.
D. E lei li vide.
R.
Sì. Nessuno poteva entrare nella camera mortuaria, ma i custodi mi fecero passare. Sono rimasto qualche minuto solo con lui. L’ho visto dormire tante volte, e anche in quell’occasione aveva il volto sereno, solo una piccola ferita sul sopracciglio. Questo è l’altro ricordo che mi porto appresso di lui. Mi torna sempre in mente quell’immagine.
D. Lei era appena diventato parlamentare per la prima volta.
R.
Sì, e anche in quella scelta Giovanni ebbe un grosso peso. Io ero titubante, gli dissi che avevo un incontro con Giorgio La Malfa, lui si offrì di accompagnarmi e mi consigliò di accettare quella che lui stesso definì una scommessa. Avevamo in mente di collaborare, lui era direttore generale degli Affari italiani al ministero della Giustizia, aveva dei progetti interessantissimi, e io sarei poi andato a far parte della commissione Giustizia.
D. Perché dopo 24 anni è ancora importante ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Cosa hanno lasciato in eredità al Paese?
R.
Tante cose sono cambiate. Grazie alle intuizioni di Falcone, corroborate dal sostegno di Borsellino, Leonardo Guarnotta e Peppino Di Lello, diretti da Caponnetto. Abbiamo messo in piedi un processo storico. La mafia è stata portata in tribunale, abbiamo dato 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. Ma l’aspetto più importante, forse, è un altro.
D. Cioé?
R.
Grazie a quel lavoro, oggi, abbiamo una piena consapevolezza del fenomeno mafioso, che fino ad allora era ignoto ai più. Una pietra miliare. E da quel momento si sono ottenuti importanti risultati giudiziari e si sono smosse le coscienze.
D. In che modo?
R.
Per esempio, ora, io passo buona parte della mia vita invitato nelle scuole per parlare di lotta alla mafia. Questo prima era impensabile. Oggi c’è una consapevolezza diversa di quanto sia importante educare i giovani ai valori della legalità. Certo, non siamo al giorno prima della fine della mafia o al giorno prima del trionfo della legalità. Ma su quel terreno lasciato da loro possiamo far crescere un seme.
D. Ciclicamente si parla di un possibile ritorno dello stragismo di mafia. Lei teme che l’Italia rischi di piangere un’altra Capaci o un’altra via D’Amelio?
R.
Non posso prevedere il futuro, ma posso dire che dalle ultime stragi sono passati 23 anni e non c’è dubbio che Cosa Nostra sia tornata a inabissarsi. Non si uccidono tra di loro e non attaccano lo Stato. Questo non ci deve fare sottovalutare il fenomeno, anche se non attraversa uno dei suoi momenti di salute migliori.
D. Come mai la mafia ha cambiato strategia?
R.
Io credo che abbiano capito l’errore commesso attaccando militarmente lo Stato e accendendo i riflettori in maniera drammatica sulla loro esistenza. Coltivo la timida speranza che non ricadano più in quell’errore e che non dobbiamo più avere funerali di Stato, giovani rimasti orfani e donne rimaste vedove. Ma non ho nessuna certezza su questo.
D. Intanto negli ultimi giorni è emersa un’altra mafia, diversa da quella dei Riina e dei Provenzano: la mafia dei pascoli, che ha tentato di uccidere il presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci. Dobbiamo iniziare a preoccuparci?
R.
Con assoluta franchezza devo dire che non conosco questa mafia. Conosco bene Cosa Nostra, ma di questa mafia ho solo una percezione. L’attentato ad Antoci accentuerà molto l’attenzione e il contrasto a questo fenomeno che, forse, finora è stato un po’ trascurato.
D. Le stragi del ’92 e del ’93 hanno portato al processo Stato-mafia. Che ora sembra un po’ in un vicolo cieco. Lei che idea si è fatto sulla cosiddetta 'trattativa'?
R.
Ne ho scritto anche nel mio libro, e penso che ci siano troppe coincidenze. Sicuramente qualche contatto tra pezzi di Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni c’è stato, se non altro per evitare altre stragi.
D. E del processo cosa pensa?
R.
Io rispetto le sentenze e le aspetto. Dare un mio parere su un processo del quale non conosco gli atti sarebbe irriguardoso nei confronti dei colleghi che sostengono l’accusa e ancora di più nei confronti dei giudici.
D. È comunque fiducioso che si possa arrivare alla verità?
R.
È possibile che ci siano cose che ancora non conosciamo. Lo stesso Falcone, scampando all’attentato dell’89, parlò di menti raffinatissime e centri occulti di potere in grado di guidare le scelte di Cosa Nostra. E io credo che questo sia uno scenario molto verosimile. Perché lo scenario del 1992 dovrebbe essere diverso? Poi, da qui ad accertare le verità processuali, purtroppo ne corre. Chi lo sa se un giorno verremo a conoscenza di questa parte di verità.
D. Falcone era molto cauto nei rapporti con i politici. Da Tangentopoli in poi, tanti sono stati indagati e processati. Lei che è stato da entrambe le parti della barricata cosa pensa di questo scontro tra politica e magistratura?
R.
Penso che sia uno scontro tra due debolezze, non tra due forze. La debolezza della politica è l’incapacità di fare pulizia al suo interno a prescindere dalle inchieste dalla magistratura. Perché ci sono condotte che sono penalmente irrilevanti, ma politicamente inaccettabili. Recentemente abbiamo avuto due casi incoraggianti con le dimissioni dei ministri Lupi e Guidi, senza nemmeno un avviso di garanzia. La politica deve fare pulizia al suo interno senza aspettare i magistrati.
D. E la debolezza della magistratura qual è?
R.
Quella di essere divisa e lottizzata in correnti che scopiazzano le logiche dei partiti, quindi determinati incarichi non vengono conferiti al più meritevole ma a quello che ha la corrente giusta che lo sostiene al momento giusto. Ma vorrei fare una distinzione.
D. Quale?
R.
Quella tra le migliaia di magistrati che ogni mattina vanno a fare il loro dovere con dedizione e gli organi rappresentativi della magistratura, che invece si ispirano a logiche diverse.
D. Dopo le tensioni tra magistrati e Berlusconi si aspettava una situazione simile con Renzi?
R.
Renzi esprime un concetto giusto quando dice «aspettiamo le sentenze», ma come ho già detto la politica non deve aspettare le sentenze. Deve affermare il suo primato anche così, altrimenti è finita.
D. Cosa pensa invece delle parole di Davigo sui politici corrotti?
R.
Io e Davigo siamo amici, lo conosco da 30 anni. Poteva essere più cauto e l’ho anche scritto in un articolo sull’Huffington Post. Ha sbagliato a generalizzare. Io sono stato in parlamento quattro legislature e posso dire che rispecchia il Paese: ci sono gli onesti e i ladri. Dire che sono tutti ladri è sbagliato. Come non è vero che tutti i magistrati vogliono solo finire sui giornali.
D. Forse basterebbe seguire l’esempio di servitori dello Stato come Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.
R.
Loro, Paolo Borsellino, i tre ragazzi della scorta di Falcone e i cinque di Borsellino. Un sacrificio inimmaginabile per un Paese civile nel XX secolo. Rimane soltanto, come lascito, la consapevolezza dell’importanza della legalità. La salute di una nazione si misura col suo tasso di corruzione. Meno ce n’è, meglio sta il Paese.

Twitter @GabrieleLippi1

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