Festa Repubblica 160601180443
STORIE 2 Giugno Giu 2016 0900 02 giugno 2016

Festa della Repubblica, il ricordo di chi votò

Adalgisa era emozionata. Marta pensava al rossetto. Mentre Vincenzo tifava per il re. Le testimonianze di chi il 2 giungno del 1946 decise il futuro dell'Italia.

  • ...

Settanta anni fa le donne italiane votarono per la prima volta.

Adalgisa si è dimenticata tante cose della sua gioventù, ma non il primo voto. «Ero molto emozionata, sentivo dentro una bella cosa, un fat quel», dice usando il suo dialetto, il bolognese, per descrivere cosa provò il 2 giugno 1946, quando entrò nella cabina elettorale per la prima volta. «Non me lo potrò mai scordare tanto era bello».
«E SE MACCHIO LA SCHEDA COL ROSSETTO?». Anche Marta era tesa quella mattina. «Avevo paura di sbagliare», ricorda, «anche perché dovevamo insegnare alle altre donne a votare correttamente, a stare dentro alla scheda e a non macchiarla con il rossetto».
Perché il lapis, la matita copiativa, a casa la si inumidiva con la saliva. Mentre al seggio non si doveva fare. Il rischio era invalidare quel voto prezioso, sacro.
Alma invece non dimentica la croce che disegnò sulla scheda per «mandare via il re». E aggiunge: «Ero felicissima».
La Repubblica compie 70 anni. Tanti ne sono passati dal referendum che abolì la monarchia. Voto al quale parteciparono per la prima volta le donne. Anche se, a dire il vero, alcune avevano già assaggiato il gusto della democrazia alle Amministrative che si tennero il 10 marzo di quell'anno in 436 Comuni.

Il primo voto delle donne. E il primo dopo il fascismo

File ai seggi il 2 giugno 1946.

Era comunque il primo voto dopo il fascismo, dopo la guerra, dopo la paura. Il primo segno di ritorno alla vita dopo l'inferno.
Forse per questo Giorgio, tornato da poco dal campo di concentramento e di lavoro di Essen, in Germania, aveva vissuto quel momento senza particolare emozione, ma con la bellezza della normalità negli occhi. Lo stesso per Angelo, che votò senza patemi.
Anche Maria non era particolarmente emozionata. «Era tanto che desideravo che questo avvenisse», spiega, «ma avevo svolto attività politica...». E quindi era preparata.
Una cosa però la ricordano tutti, anche chi era troppo piccolo per entrare nella cabina elettorale.
«IN CASA SI RESPIRAVA ENTUSIASMO». «Era una conquista», spiega a Lettera43.it Marisa che all'epoca aveva appena otto anni. «Ricordo l'entusiasmo che c'era in casa. Le donne erano preoccupate di votare in modo corretto, di non scarabocchiare la scheda. Di non inumidire la punta della matita come facevano di solito».
Il voto, nell'Emilia rossa, non era in discussione. Tutti sapevano per chi votare. E non era per la monarchia.
Tanto che «i comizi dei monarchici non si tenevano mai nella piazza principale del paese, ma in spazi defilati».
L'unica cosa da tenere a mente, dunque, era non sbagliare.
LA CORONA SBAGLIATA. «Teresa la mia bisnonna», continua Marisa, «dopo la nascita del sesto figlio, aveva cominciato a soffrire di una sorta di depressione post partum. A volte non era lucida, faceva ragionamenti strani. E credeva di essere una donna potente, una regina». Per questo al momento del voto, la figlia e la nipote si premurarono di ricordarle «che quella corona che avrebbe visto sulla scheda non era per lei, non era il suo simbolo. E che doveva votare per la Repubblica».
«Nessuno ha mai saputo come è andata a finire», sorride Marisa. «Chissà cosa ha votato...».

La rabbia dei monarchici: «Fu la vittoria dei mistificatori»

Umberto II in partenza per l'esilio.

Non tutti però vissero quel giorno come una festa.
Vincenzo nel 1946 aveva solo 12 anni, ma i suoi ricordi sono lucidi e precisi. «È come se fosse oggi», dice a Lettera43.it. La sua famiglia, i Vaccarella, «era di stretta fede monarchica».
Sfollati da Roma a Chieti votarono nel seggio allestito nella scuola elementare.
«Gli elettori monarchici andavano alle urne per affetto, attaccamento alla tradizione e patriottismo», continua. «Nei repubblicani vedevo rabbia finalizzata alla distruzione della monarchia».
L'ALTRA VERITÀ. Vincenzo è ancora arrabbiato. «La verità», insiste scandendo bene le parole, «deve essere ripristinata. Per esempio il voto alle donne fu concesso dal decreto luogotenenziale del febbraio 1945, dalla monarchia. Pochi lo ricordano».
Allo stesso modo, aggiunge, «la Repubblica non fu mai proclamata, il presidente della Cassazione si limitò a leggere i risultati».
Senza dimenticare la polemica sui presunti brogli.
I BROGLI E L'ESILIO. «L'8 giugno con lo scrutinio a Nord la monarchia era in vantaggio, poi quando arrivarono i voti del Sud che avrebbero dovuto confermare il risultato inaspettatamente lo stravolsero».
A quel punto Umberto II, ultimo re d'Italia, fu spedito in esilio anche «per evitare spargimenti di sangue e l'esplosione di una guerra civile».
Era il 13 giugno quando il sovrano si imbarcò su un aereo a Ciampino. «Il giorno del mio compleanno...», aggiunge Vincenzo, «e io ricordo mia nonna e mia madre in lacrime. Quel giorno segnò la vittoria dei mistificatori che usarono il bieco, primitivo e punitivo esilio per allontanare colui che aveva convocato il referendum».
L'IMPEGNO NELLA UIL E NELL'UMI. E dire che Vincenzo crescendo è diventato un dirigente sindacale della Uil, «un cittadino della Repubblica» sottolinea lui. Ma da vicepresidente della Unione monarchica italiana non ha mai cambiato idea sui Savoia.
«Il 2 giugno? Credo sia una ricorrenza insapore, piena di malinconia, un vuoto dovuto all'assenza di ogni carattere patriottico». Poi affonda: «Si tenta ancora di dare un tono enfatico e romantico a ciò che in realtà è stato un momento triste, una sconfitta per l'Italia».
La vera festa dell'Italia, per Vaccarella, dovrebbe essere il giorno della sua fondazione, il 17 marzo 1861, e «non la ricorrenza di una trasformazione politica».
GLI AUGURI POLEMICI DI VITTORIO EMANUELE. La pensa diversamente Vittorio Emanuele che alla vigilia del 2 giugno ha inviato un messaggio di auguri al popolo italiano. Con una punta polemica. Il referendum, ha scritto, si svolse «con un corpo elettorale non completo, poiché non si votò in alcuni territori» e «non poterono partecipare molti italiani in prigionia all'estero».

Dopo 70 anni resta l'astensionismo

Rabbia, dunque. Ma anche gioia, rivincita e senso di rinascita.
Il voto del 2 giugno 1946, al netto del risultato, fu comunque combattuto, respirato e vissuto fino all'ultimo.
A 70 anni di distanza, restano la tradizionale parata militare lungo i fori imperiali, con la tribuna delle autorità a cui i soldati porgono il saluto, le mascotte quadrupedi di qualche corpo e il ponte.
OMBRA SULLE COMUNALI. Perché oggi il primo partito d'Italia è l'astensionismo. Un'ombra che si allunga pure sulle Comunali del 5 giugno.
L'ultimo referendum, per il quale il premier e l'ex presidente della Repubblica avevano invitato i cittadini al non voto, non ha raggiunto il quorum.
E quello sulle riforme costituzionali che si terrà a ottobre è stato trasformato dalla maggioranza in un plebiscito pro o contro governo.
Non che le cose siano andate meglio alle scorse Regionali, quelle del 2014. Per dirne una, in Emilia Romagna ha votato solo il 37,67% degli aventi diritto.
Già, anche nella rossa Emilia di Adalgisa, Marta, Giorgio, Teresa e Angelo che tanto erano innamorati di quella scheda e quel lapis.


Twitter: @franzic76


*Ha collaborato Lia Collina

Correlati

Potresti esserti perso