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REPORTAGE 15 Giugno Giu 2016 1600 15 giugno 2016

Libano, come si vive il Ramadan nei campi profughi

Viaggio tra i profughi di Zahle che celebrano il Ramadan. Senza acqua potabile. E in condizioni di povertà estrema. Gli operatori umanitari: «È una tragedia».

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da Zahle (Libano)

Il campo di Zahle.

Le montagne libanesi intorno alla Valle della Bekaa sono costellate di decine di piccoli e grandi informal seattlement.
Un modo politicamente corretto per definire i campi profughi in un Paese che, non avendo ratificato la convenzione internazionale sui rifugiati, non può, e forse non vuole, identificare come tali più di 1 milione e mezzo di siriani in fuga dalla guerra.
In Libano ufficialmente non esistono campi profughi, a parte i 12 sparsi nel Paese dove dal 1948 sopravvivono i palestinesi costretti a fuggire dalla loro terra e tre generazioni di loro eredi.
IL RAMADAN DEI RIFUGIATI. «Viste da lontano, le macchie bianche delle tendopoli nel verde della montagna sono bei punti di colore, quasi abbelliscono il paesaggio», dice Joelle Khansi, operatrice di un’associazione umanitaria libanese, «poi quando ti avvicini scopri la tragedia. Con il gran caldo ormai arrivato la prima cosa che ti viene addosso è l’odore, poi tutto il resto».
Tutto il resto sono i bambini scalzi nella polvere, i visi depressi degli uomini disoccupati seduti fuori dalle tende e quelli preoccupati delle madri.
Questi giorni per i musulmani dovrebbero essere giorni di festa, è appena iniziato il Ramadan.
«La maggior parte dei non islamici crede che sia solo un periodo di penitenza e preghiera», dice Ahmed Hassir, un religioso che ci accompagna in uno degli insediamenti più grandi. «Per noi è molto di più».
MILLE FAMIGLIE NEL CAMPO. Durante il mese sacro, spiega, «ogni sera al tramonto c'è l’iftar (la cena che conclude la giornata di digiuno ndr), una festa che si condivide con i parenti, gli amici e i vicini».
Davanti alla tenda che da più di due anni è la sua casa, Bahia prepara pochi sarma, foglie di vite riempite con riso e carne: «Avremo solo questo per il nostro primo iftar, neppure un sarma per uno e senza carne, costa troppo per comprarla. Ad Aleppo la mia famiglia viveva il Ramadan con tanta gioia, tanti amici, tanto cibo». Qui è diverso.
La tristezza e la nostalgia di Bahia sono le stesse che serpeggiano tra le circa 1.000 famiglie, che in rifugi improbabili da anni lottano per sopravvivere in questo campo.
«Non sono un credente e in Siria non ho mai celebrato il Ramadan, ma da quando sono arrivato qui nel settembre del 2013 mangio talmente poco che in pratica faccio Ramadan tutto l’anno», cerca di sdrammatizzare Hussein. «Anzi, durante il mese sacro la distribuzione alimentare un poco migliora, almeno i primi giorni tutte le associazioni islamiche si impegnano per portare qualcosa di più. D’altra parte, però, i commercianti libanesi per la festa aumentano i prezzi, come fanno i cristiani per il Natale».

In Libano ci sono circa 1,5 milioni di rifugiati siriani

Un rifugiato siriano nei giorni del Ramadan.

Il Libano ospita circa 1,5 milioni di rifugiati siriani e, afflitto com'è da una pesante crisi economica, non è in grado di fornire loro un aiuto adeguato.
Molti dei fondi promessi dai donatori internazionali non sono mai arrivati e la situazione di decine di migliaia di rifugiati si fa ogni giorno più drammatica.
A questo si devono aggiungere le tensioni politiche e sociali proprie del Paese dei Cedri, che un aumento del 25% della popolazione sta acuendo.
«Il mese sacro è il tempo della famiglia, dei vicini e degli amici», dice ancora Ahmed Hassir, «ci si incontra a casa o nei ristoranti per rompere il digiuno quotidiano e festeggiare. Ora per molti dei miei concittadini rifugiati in tutto il Paese questo è davvero impossibile».
NEMMENO UNA TAZZA D'ACQUA PULITA. Umm Hana, il marito e la figlia arrivano da Raqqa, sono in Libano da più di tre anni. Sul volto della donna si sommano i segni della sofferenza alla fatica del digiuno: «È solo il terzo giorno di Ramadan ed è stato già molto duro. Non so come faremo a sopravvivere. Non abbiamo soldi e in questi giorni tutto è più caro, al digiuno religioso dovremo aggiungere la nostra fame di profughi?».
Il primo giorno del mese sacro, Umm Hana è riuscita a cucinare solo un poco di mujadara, un piatto di riso e lenticchie. «Questo non è l’iftar che avevo sperato di celebrare, tanto meno dopo un’intera giornata di digiuno. Volevo un pasto a cui poter invitare i miei vicini, per festeggiare con loro».
«Qui e negli altri campi», prosegue Ahmed, «in questi giorni la gente è ancora più triste del solito. Oltre a non vedere un futuro per loro e per i propri figli non possono celebrare degnamente. Tanti mi dicono che non possono offrire neanche una tazza di acqua fresca e pulita ai loro amici».
IN FUGA DALLA GUERRA. La maggioranza dei rifugiati in Libano arriva da quelle aree della Siria dove la guerra è stata più violenta e che ora sono in mano agli uomini di Isis o al Nusra.
Queste persone vengono da Raqqa, Idlib o dalla regione di Aleppo.
Hanno perso tutto, in Libano non riescono a lavorare e per i loro bambini è difficile anche andare a scuola.
Così molti partono cercando di raggiungere l’Europa o addirittura il Canada.
«Sto cercando i organizzarmi per andare in Turchia», dice Ahmed, «e da lì cercare di imbarcarmi o di arrivare in Germania via terra. Il viaggio mi costerà più di 2 mila dollari e spero di riuscire a trovarli presto. È pericoloso? Rispetto a quello che ho passato prima in Siria e poi per arrivare qui sarà una passeggiata. Poi qui cosa ho trovato? Fame, freddo e disperazione».
In questi accampamenti il tradizionale saluto del mese sacro «Ramadan kareem», l’augurio di un Ramadan prospero e generoso, ha un sapore diverso, amaro.

Twitter @MauroPompili

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