INCHIESTA 20 Giugno Giu 2016 0900 20 giugno 2016

Migranti, viaggio nella rete di accoglienza diffusa in Italia

Case. Strutture. Famiglie. Per assorbire i flussi serve aggiornare la Bossi-Fini. Obbligando i Comuni a prendere 25 stranieri a testa. Senza sperperi né traumi.

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Si chiama accoglienza diffusa: è la distribuzione di gli stranieri in piccoli gruppi e in micro-residenze tra le comunità locali d'Italia.

Centinaia di migranti ammassati in fortezze, corpi estranei per i territori.
Oppure tanti granelli di sabbia che si perdono nella moltitudine: come a Riace, il paese calabrese oggi simbolo globale dell'accoglienza per aver trovato, 20 anni fa, case e lavoro a migliaia di stranieri venuti dal mare, tre volte tanto i suoi abitanti.
CASERME INUTILI. Si possono anche rispolverare caserme e immobili statali per far fronte all'emergenza dei richiedenti asilo - nella giornata mondiale del rifugiato, l'Onu ne stima il record storico di 65 milioni, la metà bambini - che finora l'Italia non ha mai affrontato con un serio piano nazionale.
Ma la soluzione ideale, la meno impattante per i cittadini e la più inclusiva per chi deve ricominciare da zero, è molto più semplice, meno dispendiosa e già a portata di mano.
RETI DECENTRATE. Si chiama accoglienza diffusa: distribuire gli stranieri in piccoli gruppi e in micro-residenze tra le comunità, aggiornando e rendendo obbligatoria per le Amministrazioni locali una parte della legge Bossi-Fini esistente dal 2002 (che il decreto legislativo 142/2015 del governo Renzi però non ha fatto).
Nei Comuni che hanno rifiutato la logica delle tendopoli e di altre concentrazioni, l'accoglienza decentrata funziona senza creare squilibri e allarmi sociali: chi d'altra parte farebbe, e fa, caso a un pugno di ragazzi stranieri, sparsi tra migliaia di cittadini comuni?

In media ogni Comune dovrebbe ospitare 25 migranti

Aggiornando la legge Bossi-Fini si obbligherebbero i Comuni ad assorbire in media 25 migranti a testa.

I numeri non sono un'opinione: 150 mila stranieri, che con grandi arrivi dal mare nel 2016 potrebbero salire a 200 mila (al 31 marzo 2016 il Ministero degli Interni registrava 111.081 migranti nelle strutture), spalmati sui quasi 61 milioni di abitanti negli 8 mila Comuni italiani sono in media 25 migranti per Comune.
ATTIVAZIONE VOLONTARIA. Nella realtà anche meno per diverse Amministrazioni, con le giuste ripartizioni per densità abitative.
Gli strumenti per diluire i flussi sono nella legge sull'accoglienza 189/2002, detta Bossi-Fini, che prevede l'attivazione - finora su base volontaria - di reti di accoglienza diffusa da parte dei Comuni attraverso i progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), partecipando ai bandi.
MEDIAZIONE DELLE ONLUS. Anche una piccola parte dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), imposti dalle prefetture per la necessità di più posti provvisori per migranti, in genere in grandi strutture, viene oggi creata attraverso la micro-accoglienza.
Grazie alla mediazione di onlus, cooperative sociali e anche Comuni che sposano questa linea opponendosi ai ghetti sul territorio.

Ma la ripartizione non decolla: coperti meno della metà dei posti

Dalla ricognizione di Lettera43.it nelle regioni, l'accoglienza diffusa non è però decollata.
Riguarda al momento poco più del 20% dei richiedenti asilo, quando gli esempi dimostrano che sarebbe la chiave di volta.
Meno della metà dei 10 mila posti dell'ultimo bando Sprar 2016 (cioè 4.296) sono stati coperti: solo 172 Comuni hanno risposto, per un totale di 577 Amministrazioni virtuose e una quota di 26.701 migranti sistemati, entro il 2017, con l'accoglienza diffusa.
BANDO DISERTATO. Troppo pochi: ormai anche diverse prefetture spingono i sindaci più ostili ad attivare questo tipo di sistema, e la rete dei Comuni dell'Anci e il ministero dell'Interno (ai quali fa capo il Servizio centrale dello Sprar) meditano di riaprire il bando 2016.
Ma per far girare l'ingranaggio, le normative per Sprar e Cas andrebbero aggiornate alle urgenze dei nuovi tempi e omologate tra loro.
IL MODELLO È VINCENTE. Regioni come il Friuli-Venezia Giulia e la Toscana, che hanno scelto questa politica orientando i Comuni, provano che l'accoglienza diffusa riduce clandestinità e lavoro nero. Elimina le ruberie e gli sperperi pubblici dei grandi appalti. Redistribuisce le risorse statali in indotti locali, stimolando anche sistemi di welfare paralleli.

L'eccellenza del Friuli-Venezia Giulia: Trieste ''Lampedusa del Nord''

In Friuli-Venezia Giulia, Trieste spicca come la capofila nell'accoglienza decentrata: l'unica ad applicarla su larga scala.
Se negli altri Comuni italiani i richiedenti asilo in micro-residenze sono poche decine o un centinaio, nel capoluogo della poco citata Lampedusa del Nord sfiorano il migliaio.
QUASI TUTTE CASE. «Qui le uniche strutture collettive rimaste sono quelle indispensabili per la prima accoglienza e per i casi di soggetti molto vulnerabili», spiega a Lettera43.it Gianfranco Schiavone, presidente dell'Ufficio rifugiati Ics, l'onlus che insieme alla Caritas organizza sul territorio i servizi per la sistemazione e l'integrazione dei profughi.
«La grande maggioranza degli alloggi forniti, sia in regime di Sprar sia di Cas, nel Comune e nella Provincia sono appartamenti. Restano ancora 130 posti in piccoli alberghi centrali a Trieste, ma puntiamo a eliminarli».
UN'ACCOGLIENZA UMANA. Da anni la filosofia della città cerniera con i Balcani è un'accoglienza il più possibile a misura d'uomo: piccole abitazioni sparse un po' in tutti i quartieri e nella cintura triestina.
«Chi si accorge di un migliaio di profughi tra 200 mila abitanti? Nessuno», commenta Schiavone. «Non vengono confinati nelle periferie o in strutture con grandi numeri, e in questo modo si evitano anche i conflitti sociali».

La Toscana sposa l'accoglienza: 6.500 stranieri in 500 strutture

Controlli sui flussi di migranti al porto di Palermo.

Nel 2011 la Toscana ha detto no a una tendopoli a Pisa, e da allora i Comuni seguono la linea regionale dell'accoglienza diffusa: una settantina tra loro si è opposta, gli altri 200 accettano la ripartizione in quote proporzionali alla loro popolazione.
Così tra il 2014 e il 2016, quasi 9.300 stranieri sono stati sistemati in più di 600 strutture decentrate, sia in regime di prima accoglienza sia di Sprar, con una media di un profugo per 403 residenti toscani.
GLI ORTI DEI MIGRANTI. Le storie più edificanti: la piccola amministrazione di Torrita di Siena, per esempio, ha preferito gestire l'accoglienza direttamente con la prefettura senza intermediari, e quel che risparmia dei 35 euro giornalieri per richiedente asilo (la quota fissa versata dallo Stato per vitto e alloggio) va in un fondo sociale per i cittadini.
A San Giuliano Terme, nel Pisano, più di 100 migranti vivono in case e appartamenti e coltivano orti nel parco di San Rossore, vendendo i prodotti nei mercati della rete della Coldiretti.
CHIAMATE PER DONARE I MOBILI. Nel 2015 la Regione ha anche lanciato un numero per le famiglie toscane pronte a destinare i loro immobili ai richiedenti asilo: in poche settimane si sono registrate punte di 40 chiamate al giorno, fino a 500 disponibilità.
Dal governo è ora arrivato un primo via libera per far partire l'iniziativa (erano da regolare alcune procedure legali e assicurative), e a breve la linea potrà essere riattivata e il servizio decollare.

In Piemonte famiglie di «fratelli»: ospitati direttamente in casa

Quanto una redistribuzione capillare dei migranti attraverso circuiti legali crei ricadute economiche sane per i territori anziché le storture di business leciti e illeciti, lo dimostra in Piemonte l'operato di una piccola e innovativa onlus.
Per primi in Italia, alla Piam di Asti hanno pensato che le famiglie potessero ospitare i richiedenti asilo direttamente nelle loro case, in cambio di parte della loro diaria.
AFFINITÀ CULTURALI. «Si tratta di una sessantina di abitazioni, per lo più di immigrati che hanno affinità linguistiche e culturali con le persone che vengono loro inviate», racconta a Lettera43.it la responsabile del progetto Francesca Pia, «un profugo ora autonomo ha in casa dei “fratelli”, come si chiamano tra chi ha vissuto la stessa esperienza. Ma con noi si sono fatti avanti anche degli italiani, e grazie a questa convivenza alcuni ragazzi stranieri hanno poi trovato un lavoro e un posto nella società».
IN CAMBIO 400 EURO. A chi accoglie vanno 400 dei circa 1.000 euro mensili per il vitto e l'alloggio di ogni richiedente asilo: un aiuto anche per gli italiani in difficoltà economiche.
Per gli stranieri nelle famiglie non servono mense né guardiani, come nelle grandi strutture: «Sono comunque seguiti da mediatori e hanno l'assistenza sanitaria e legale», precisa Pia, «ma la spesa si fa nei supermarket. Un inserimento graduale e il più possibile spontaneo nella nuova realtà, non una vita forzata».

La valle lombarda con alberghi e micro-residenze

Un eritreo richiedente asilo assieme a una bambina di tre anni ospitati nel Cara di Mineo, in Sicilia.

Ora la onlus Piam fa scuola in altri Comuni piemontesi e anche in Liguria. Mentre in Lombardia si va affermando l'accoglienza diffusa praticata nella Valcamonica (Brescia), diventata la «valle che accoglie».
Qui l'esperienza è partita nel 2011, dal no delle comunità montane a confinare un centinaio di profughi in un albergo di Montecampione, piccolo comprensorio alpino di una trentina di abitanti.
VALLIGIANI DISPONIBILI. «Fu quindi stretto un accordo tra diversi Comuni della zona, oggi 30 per un totale di 140 richiedenti asilo dislocati nella valle in micro-residenze», spiega a Lettera43.it la referente Silvia Turelli della cooperativa sociale K-Pax di Breno, che con la Caritas della Valcamonica coordina la rete di accoglienza e ha di recente anche lanciato la piattaforma multimediale, in diverse lingue, Access to Asylum con informazioni gratuite sulle pratiche.
Altri sindaci valligiani sono pronti a unirsi, a patto che nei piccoli centri dell'alta Lombardia non si superino le quote annuali di richiedenti asilo pattuite con la prefettura in proporzione agli abitanti.
INTEGRAZIONE DIGNITOSA. Un accordo che, per la Comunità montana, «garantisce un'accoglienza e un'integrazione dignitosa, evitando forme di speculazione e tutelando il territorio».
Se ognuno facesse la sua parte, non si tenterebbe del resto di addensare i migranti nelle zone più isolate o periferiche delle regioni: in questa ottica, a Milano, Lecco e Varese attraverso le parrocchie la Caritas ambrosiana ha di recente trovato posti per circa 1.000 profughi in un centinaio tra appartamenti e microstrutture.

Al Sud Napoli città inclusiva: nel cuore del centro storico

Un minore non accompagnato sbarcato sulle coste siciliane.

Al Nord, in Alto Adige un grande maso nel quartiere bene di Bolzano è stato messo dal proprietario gratuitamente a disposizione della Provincia e dell'associazione Volontarius, che gestisce l'accoglienza dei profughi.
Ma il tema spacca le Amministrazioni: in Veneto, sotto la spinta dell'attivismo cattolico, Comuni come Vicenza o Treviso sono più disponibili alle reti decentrate, altri invece sono contrari «all'invasione».
La Val d'Aosta ha categoricamente detto no ai profughi nei suoi centri alpini.
L'IMPEGNO DI ONLUS LESS. Diverse regioni del Centro-Sud come Marche, Sardegna, Puglia, Basilicata si stanno invece attivando per l'accoglienza diffusa, spronate dall'accordo Stato-Regioni del 2014.
Tra le realtà da anni più impegnate in questo senso, al Sud si distingue Napoli. Come a Trieste, nel capoluogo campano la onlus Less per la lotta all'esclusione sociale ha trovato piccole residenze per richiedenti asilo nel cuore del centro storico di Napoli e in altri quartieri e paesi del circondario, sia in regime di Sprar con il Comune, sia di Cas con le prefetture.
PICCOLE CONCENTRAZIONI. «Nell'ultimo biennio i numeri degli alloggi sono raddoppiati, seguiamo 132 persone con gli Sprar e un altro centinaio con i Cas», raccontano a Lettera43.it. le responsabili Simona Talamo e Marika Visconti, «ma il modello che adottiamo è lo stesso. Mai grandi concentrazioni, al massimo 20 persone per centro e appartamenti con gruppi misti».
I richiedenti asilo vengono seguiti durante e anche dopo l'accoglimento della loro domanda, «con piani d'inserimento lavorativo».

Lotta al caporalato e tutela dei minori: così si batte l'illegalità

Un bracciante sfruttato nei campi del sud Italia.

Con questi percorsi inclusivi si sottraggono braccia al lavoro sommerso delle reti criminali che sfruttano gli stranieri in stato di necessità.
In Calabria e in Basilicata è significativo l'impegno di decine tra cooperative e onlus in diversi Comuni che, sull'esempio di Riace, con i progetti di accoglienza diffusa banditi anche dalle prefetture, promuovono attività agricole e a sfondo sociale per richiedenti asilo, contrastando il caporalato.
IN LUCANIA 1.500 STRANIERI. Solo sul territorio lucano, tra Potenza e Matera in 35 Comuni vivono circa 1.500 stranieri regolarizzati in appartamenti e microstrutture e la Regione Basilicata, che si è offerta come volontaria per accogliere profughi, punta ad arrivare a quota 2 mila.
Ricca di comunità ospitali è anche la Sicilia, che a Siracusa, grazie al grande impegno civile di un avvocatessa, ha creato un network di tutela e accoglienza diffusa per minori non accompagnati.
SERVIZI PER I RAGAZZI. Nel tempo gli oltre 100 volontari di AccoglieRete di Carla Trommino sono entrati in contatto con associazioni, enti e altri privati cittadini che offrono case, inserimento scolastico, protezione legale e sanitaria a centinaia di adolescenti sbarcati sull'isola. «Famiglie affidatarie», spiegano all'associazione, «per le quali i ragazzi sono ora diventati quasi dei figli».


Twitter @BarbaraCiolli

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