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STORIE 30 Giugno Giu 2016 0915 30 giugno 2016

Cannabis a uso terapeutico, storia di un condannato

Non poteva permettersi il Bedrocan: 780 euro per 90 grammi. Così ha coltivato cannabis. Per la mamma affetta da epilessia. Finendo condannato. La storia di F.

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Il senatore Benedetto Della Vedova è promotore dell'intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati.

F. ha 26 anni e lavora come barista nella stazione di una città del Nord Italia.
Sua madre è morta ad aprile. Aveva 52 anni ed era sieropositiva da prima che F. nascesse.
Soffriva di epilessia resistente ai farmaci e negli ultimi quattro anni anche di altre patologie, tra cui la cirrosi Hiv-correlata che l'ha uccisa.
Per alleviare il dolore e tentare di vincere la nausea e l'inappetenza, nonché i sintomi di una forte depressione, le era stato legalmente prescritto il Bedrocan. Cioè cannabis per uso medico, prodotta in Olanda su incarico del ministero della Salute dei Paesi Bassi ed esportata anche in Italia. A un costo di 780 euro per 90 grammi, proibitivo per le finanze della famiglia, composta soltanto da madre e figlio.
LA SCELTA DI COLTIVARE. È per questo che F. ha iniziato a coltivare in casa quattro piantine di marijuana ed è finito nei guai con la giustizia.
La sua storia è esemplare, perché mostra le storture e i paradossi dell'attuale legislazione italiana sulle droghe leggere e gli ostacoli che incontrano i malati (quelli non abbienti, naturalmente) nell'ottenere farmaci a base di cannabis. Fra meno di un mese, il 25 luglio, il ddl per la legalizzazione inizierà il suo percorso in parlamento.
«L'ottica generale nei confronti della cannabis sappiamo tutti qual è», racconta F., difeso dall'avvocato Gennaro Santoro dell'associazione Antigone. «È una droga e fa male. Quello che nessuno dice, però, è che non sempre è così. Io ho scoperto la cannabis sotto un'altra luce, quella di un genitore che ne faceva uso terapeutico».
LE PROPRIETÀ BENEFICHE. F. all'inizio era contrario: «Immaginavo che fosse una cosa sbagliata. Crescendo, però, ho scoperto che mia madre stava meglio quando fumava. Piuttosto che vederla soffrire e peggiorare, ho deciso di informarmi. E ho scoperto tutte le proprietà benefiche della cannabis, che influivano positivamente sulle sue patologie».
Malattie gravi come l'Hiv, l'epatite C, la cirrosi epatica e l'epilessia farmacoresistente: «L'unica terapia possibile, nel suo caso, erano i farmaci antiretrovirali. Medicine che influenzano pesantemente la vita quotidiana, rallentano i progressi della malattia, ma non guariscono. Il malato vive completamente in funzione delle pillole. Mia madre ne prendeva 15 al giorno, anche di più, e accusava pesanti effetti collaterali». Come la completa perdita dell'appetito.
RIMEDIO CONTRO L'INAPPETENZA. «Chi soffre di queste patologie dimagrisce molto, smette quasi di nutrirsi, e quello che riesce a mangiare spesso lo vomita», racconta F., «sempre per effetto dei farmaci. Mia madre vomitava tutte le mattine. La cannabis le faceva venire fame. L'aiutava a mangiare e le permetteva anche di fare con più costanza la terapia salva-vita».
F. non ha dubbi: «La marijuana le ha sicuramente allungato la vita. Certo, le sue patologie non si potevano arrestare. Negli ultimi quattro anni il suo stato fisico è peggiorato molto e anche lo stato d'animo ne ha risentito. Si è buttata giù ed è caduta in una profonda depressione, che l'ha portata anche a bere. Ma nell'ultimo periodo, se mia madre ha vissuto dei momenti di felicità, è stato grazie alla cannabis e a nient'altro. Aveva ricominciato a vivere, le era tornata la voglia di uscire, prendeva la terapia e non cadeva a piangere ogni sera».

Cannabis terapeutica legale, ma solo in teoria

Una pianta di Marijuana.

Quando F. si è informato per sapere se in Italia fosse legale, per un malato di Hiv, ricevere dei palliativi naturali come la cannabis, ha scoperto di sì: «Per la legge italiana è una cosa non solo legale, ammessa, concessa... sulla carta è tutto bellissimo. Ci sono dei metodi, anche se un po' lunghi, per ottenere il farmaco. Ma io non credevo che fosse un calvario vero e proprio. Sono finito in quel sistema che tante volte ho sentito descrivere da altre persone con genitori che non ce l'hanno fatta, gente con la leucemia allo stato acuto, che è morta senza riuscire a ottenere il farmaco».
I primi tentativi F. li ha fatti con il suo medico di base: «Crede tuttora che la cannabis sia una droga illegale. Ho dovuto cambiarlo e ne ho trovato uno abbastanza informato, che ha prescritto a mia madre la cannabis in olio».
90 GRAMMI DI BEDROCAN A 780 EURO. Prezzo: 180 euro per cinque grammi. «Mia madre ne assumeva tra 1 e 2 grammi al giorno», precisa F., «e io cinque grammi d'erba, diluiti in 50 ml di olio d'oliva, dovevo pagarli 180 euro. Se lo metteva sotto la lingua e non le faceva niente».
F. allora torna dal medico e ottiene un certificato, che autorizzava sua madre a tre mesi di terapia con il Bedrocan d'importazione. Il costo? «780 euro per 90 grammi».
Nel Lazio, regione di residenza della madre di F., il farmaco non viene passato dal Servizio sanitario. Oggi soltanto Toscana, Puglia, Liguria e Veneto riconoscono pienamente la possibilità di fornire gratuitamente la cannabis per uso terapeutico, sia pure con notevoli differenze tra un'azienda ospedaliera e l'altra.
NO AL MERCATO NERO. È stato in quel momento che F. ha deciso di violare la legge: «Ho iniziato a coltivare cannabis perché non riuscivo a ottenere il farmaco legalmente. Non potevo permettermelo. E se anche avessi trovato i soldi, i tempi della sanità regionale sono lunghissimi. Mentre la malattia non aspetta nessuno. Va avanti. E tu, quando vedi tua madre soffrire tutti i giorni, dici 'cazzo, se può ottenere la cannabis legalmente, che senso ha tutta questa storia?'. Allora prendi e la coltivi». Quasi a costo zero, «perché pagando 100 euro di bolletta elettrica io avevo un raccolto di 300-400 grammi ogni tre mesi. E la certezza di essere coperto, senza dover pagare nessuno. Per avere un farmaco naturale che cresce semplicemente con acqua e sole».
Da notare che F. non ha deciso di rivolgersi al mercato nero, per ottime ragioni: «Non sai mai cosa stai comprando. Con cosa viene trattata l'erba, se è stato fatto un risciacquo prima del taglio, se il periodo d'essiccazione è stato quello giusto. Mi ero talmente informato su come coltivare e su quali effetti potesse avere la cannabis su mia madre, che alla fine, senza ombra di dubbio, ho preferito la strada più semplice, che attualmente in Italia non è legale. Cioè l'autocoltivazione per finalità terapeutiche». La madre di F. assumeva circa due grammi al giorno di cannabis, fumandola oppure vaporizzandola.
IL FERMO IN STRADA E LA PERQUISIZIONE. Un giorno, però, una pattuglia dei carabinieri ferma F. per strada: «Mi hanno trovato addosso 0,5 grammi d'erba, una dose piccolissima, per cui scatta solo la sanzione amministrativa».
I militari, però, decidono anche di fargli una perquisizione domiciliare. E a casa trovano il resto: «Quattro piantine di canapone sul balcone, che non contenevano Thc perché stavo provando a fare un placebo senza principio attivo, e l'erba già essiccata del raccolto precedente. Circa 300 grammi. L'impatto su mia madre è stato tremendo. I carabinieri sono entrati mentre lei stava fumando».
L'intero quantitativo è stato sequestrato. Con il risultato che F., una settimana dopo il processo, ha dovuto rivolgersi al mercato nero: «Si dice sempre che la legge non ammette ignoranza, ma qui l'ignoranza è da parte dello Stato. Mia madre poteva ottenere legalmente la cannabis, pagando però 780 euro. Io la coltivavo e gliela passavo gratuitamente. Tra i due chi è lo spacciatore? Lo Stato, che vende l'erba a 780 euro a me, malato terminale che vivo con 300 euro di pensione d'invalidità, e che tra un anno sono morto, oppure mio figlio, che la coltiva e me la regala?».

La condanna a un anno con pena sospesa

Il Bedrocan è un farmaco a base di cannabis. L'azienda che lo produce opera in Olanda, su incarico del ministero della Salute dei Paesi Bassi.

A casa di F., durante la perquisizione, vengono ritrovati circa 900 euro in contanti.
Al processo F. ha sostenuto di non aver mai spacciato, ma i giudici non gli hanno creduto. In primo grado è stato condannato ad un anno. Pur riconoscendo la sussistenza di nobili motivi, il tribunale ha ritenuto che «la condotta di cessione gratuita di sostanza stupefacente ad un proprio congiunto costituisca comunque condotta illecita», e che «il ragazzo facesse anche commercio di sostanza stupefacente a terzi».
La pena è stata sospesa, dal momento che F. era incensurato: «Sono contento di quello che ho fatto e non rimpiango nulla. Se non fosse stato per me, non riesco proprio a immaginare come mia madre avrebbe potuto vivere gli ultimi anni di vita. Speravo in un'assoluzione, o meglio, in una soluzione. Se mia madre fosse stata una persona facoltosa non sarebbe successo niente. Invece, siccome era un'emarginata, senza una lira, e io anche, siamo finiti in mezzo alla merda. Non potevamo permetterci le terapie che l'avrebbero fatta stare meglio».
IN OSPEDALE NESSUNA PRESCRIZIONE. Anche quando sua madre era ricoverata in ospedale, F. trovava il modo di portarle qualche grammo di cannabis: «I dottori, gli infermieri, persino il prete, tutti sapevano della mia situazione. E tutti mi dicevano: 'Continua'. All'ospedale, tramite la farmacia, non avrei pagato nulla per avere il Bedrocan. Però non me l'hanno prescritto, mi hanno detto che non c'erano i soldi. Per un malato di Hiv, con la cirrosi e l'epilessia farmacoresistente, non c'erano soldi per un palliativo naturale».
Al posto della cannabis «i medici proponevano farmaci oppiacei, molto più pesanti e molto più aggressivi. Mia madre ha sempre rifiutato. Già ne prendeva tante, di pasticche».
La marijuana prodotta da F. è stata analizzata dal tribunale: «Conteneva una percentuale di Thc compresa tra il 19 e il 22%. Come il Bedrocan, che io avrei potuto importare legalmente con tanto di certificato».
L'APPELLO NEL 2018 E IL PERICOLO PER IL LAVORO. Il giudizio d'appello sul caso di F. è previsto nel 2018.
Se la condanna venisse confermata, le conseguenze per lui potrebbero essere particolarmente spiacevoli: «Da anni sono volontario dei Vigili del fuoco e fra poco ci sarà il concorso per entrare a tempo indeterminato. Anche se il giudice ha stabilito la non menzione, la mia condanna può risultare alle strutture del pubblico impiego. E io la devo dichiarare quando faccio domanda per il concorso».
Il che può determinare l'esclusione: «Dopo una vita che faccio il volontario nei Vigili del fuoco e ho assistito mia madre per 10 anni, cosa che ho fatto con assoluto amore, rischio di essere discriminato ancora una volta», sottolinea F.
PROBLEMA CULTURALE E DI EMARGINAZIONE. In Italia, continua, «l'unica strada percorribile per chi deve fare un uso terapeutico della cannabis è l'autocoltivazione. Conosco la proposta di legge per la legalizzazione dell'intergruppo parlamentare, ma ho poche speranze che possa essere approvata. In Italia c'è ancora troppa ignoranza in materia, mentre negli Stati Uniti le famiglie si trasferiscono in Colorado, per curare l'epilessia farmacoresistente dei loro figli con i derivati della cannabis non psicoattivi».
Il nodo è culturale, certo. Ma per F. è soprattutto un problema di emarginazione: «Non potendomi permettere il Bedrocan, cui mia madre avrebbe avuto diritto, sono stato catapultato in questa situazione. E per lo Stato sono diventato uno spacciatore».

Twitter @davidegangale

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