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INTERVISTA 30 Giugno Giu 2016 1200 30 giugno 2016

Disability Pride Italia, dietro le quinte della prima edizione

Da New York la manifestazione arriva in Italia. L'organizzatore, Carmelo Comisi, a L43.

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Dall'8 al 10 luglio, la città di Palermo ospita il primo Disability Pride Italia, espressione della volontà di vedere tutte le persone disabili come parte attiva nella grande vicenda umana, come spiegato a chiare lettere nella homepage del sito dedicato alla manifestazione.
Gemellato con il Disability Pride Nyc, giunto alla sua seconda edizione, il “nostro” è erede dell'iniziativa Handy Pride 2015, organizzato a Ragusa dall'associazione MoVIS Onlus in collaborazione con altre realtà associative, a cavallo tra i mesi di luglio e agosto.
Il pride lo scorso anno ha ottenuto una notevole partecipazione, proponendo prevalentemente spettacoli teatrali aventi come focus il tema della disabilità, intervallati dalla lettura degli articoli della Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili.
Il programma del Disability Pride 2016, ricco e variegato, si articolerà in dibattiti e conferenze, durante il giorno; concerti live e proiezioni cinematografiche a tema, la sera.
I diritti delle persone disabili, l'assistenza socio-sanitaria, la sessualità, il turismo accessibile: questi sono solo alcuni dei temi che verranno sviscerati nell'arco dei tre giorni.
La location della manifestazione saranno i cantieri culturali della Ziza, ex area industriale che oggi è utilizzata come spazio dedicato ad eventi culturali di vario genere.
Lettera43.it ha cercato di approfondire meglio le origini, gli obiettivi e i contenuti dell'evento, parlandone con Carmelo Comisi, presidente dell'associazione MoVIS e organizzatore del Pride.

Il logo del Disability Pride Italia. A destra, Carmelo Comisi.

DOMANDA. Come nasce l'idea di organizzare il Disability Pride?
RISPOSTA. È nato tutto per caso, dopo aver visto che anche a New York organizzavano un pride e che io, in qualità di presidente dell’associazione MoVIS, avevo organizzato un’iniziativa con lo stesso nome. Quindi mi sono detto: «Perché non contattare gli amici di New York e vedere se insieme si può tirare su un movimento internazionale simile a quello del Gay Pride per rivendicare i diritti del mondo della disabilità?». E così, senza finanziamenti da parte delle istituzioni e grazie a qualche sponsor, abbiamo cercato di organizzare un’iniziativa che speriamo dall’anno prossimo venga sposata anche da altre nazioni.
D. L'apertura del Pride dedica spazio all'importanza della collaborazione tra le associazioni che si occupano di disabilità. Il rischio in cui si potrebbe incorrere è che ognuna lavori solo per sé. In questo modo si perderebbe di vista l'obiettivo comune: costruire un mondo inclusivo, per tutti. Come si può andare in questa direzione?
R.
Proprio per superare queste divisioni ho voluto creare questa iniziativa che, nella mia idea, dovrebbe poter diventare un altro organismo, come quelli già conosciuti, che mettono insieme le realtà associative che vogliano collaborare e che però - nel nostro caso - rifiutano la logica della sottomissione, principalmente a chi gestisce la Cosa pubblica, diventando perciò un movimento di protesta senza se e senza ma. Ovviamente nella speranza che sempre più associazioni aderiscano a questa iniziativa.
D. L'assistenza socio-sanitaria svolge un ruolo fondamentale nella vita delle persone con disabilità. Quali sono le “nuove frontiere”che è chiamata a superare?
R.
Fermo restando che dal punto di vista clinico l’assistenza non è quella dovuta, passando poi per quella socio-sanitaria che è altrettanto carente, arriviamo al fatto che l’integrazione della persona con disabilità ha bisogno di altri strumenti e di altre modalità di supporto. Appunto per questo ci relazioniamo con quelle nazioni che fanno di più, che sono più avanti di noi, da questo confronto ci aspettiamo di carpire le modalità più idonee e di trasmetterle a chi dovrebbe metterle in pratica. Il lavoro da fare sarà titanico ma non per questo abbiamo intenzione di demordere.
D. Tra le tematiche che verranno affrontate, una riguarda il turismo accessibile. Qual è lo stato dell'arte in Sicilia e in Italia in generale? Come si potrebbe diffondere la cultura dell'accessibilità per tutti?
R.
Per rispondere a queste domande una delle conferenze in programma per il Disability Pride Italia sarà tenuta da chi si occupa proprio di “turismo accessibile”. Io sono soltanto l’ideatore di questa iniziativa ma, a differenza di molti altri, riesco a comprendere quali siano le difficoltà del mondo della disabilità in generale, senza trincerarmi nella mia. E inoltre ho la modestia di demandare agli altri quando un argomento non posso e non riesco a trattarlo con competenza.
D. Sessualità e disabilità, un binomio che ancora oggi è considerato un tabù. Come rompere i pregiudizi e gli stereotipi? Come garantire a tutti e tutte il diritto di accesso a esperienze erotico-sessuali?
R.
Negli Anni 80, quando è nato il gay pride, era assurdo poter parlare di matrimoni omosessuali o di unioni civili. Adesso, invece, seppur tra mille difficoltà e contraddizioni, le persone omosessuali hanno molti di più diritti, possono tranquillamente dichiarare il loro orientamento e hanno la possibilità di ambire a prestigiose cariche, anche di governo. A questo servono le iniziative come il Disability Pride. Per ciò che riguarda l’assistenza sessuale, nonostante sia ancora un tabù nella nostra società, bisogna parlarne, protestare, rivendicare e piano piano passerà anche questo concetto. Anche se noi faremo di tutto per accorciare i tempi il più possibile.
D. Quali sono state le maggiori criticità nell'organizzazione e realizzazione dell'iniziativa?
R.
Quelle relative ai costi: le spese per i relatori, i service per le conferenze e gli spettacoli, il rimborso per i gruppi musicali (che non chiedono comunque il loro cachet), le accise relative alla proiezione dei film, eccetera. Purtroppo non abbiamo ricevuto contributi pubblici e gli sponsor non sono stati sufficienti, quindi dovrò contribuire personalmente. Ma siccome ci credo nelle potenzialità di questo che, sicuramente, diventerà un movimento internazionale, voglio fare questo investimento.
D. Che significato ha organizzare una manifestazione del genere in una realtà così ricca di cultura ma anche così complessa come Palermo e la Sicilia?
R. Essendo siciliano, seppur non di Palermo, mi è venuto più semplice trovare la disponibilità del sindaco di una grande città della mia regione. In seguito, riflettendoci, è stata una scelta indicata e, in futuro, vorrei continuare a organizzare questa iniziativa in grandi città del Sud Italia perché, nonostante le tematiche relative al mondo della disabilità non siano al centro dell’agenda politica di nessuna delle regioni italiane, la Sicilia e il Meridione in generale sono le regioni che accusano di più questa mancanza di attenzione.

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