Forze Polizia Irachene 160627163624
TESTIMONIANZA 30 Giugno Giu 2016 1001 30 giugno 2016

Falluja, storia di una famiglia fuggita dall'orrore

La tirannia dell'Isis, poi l'assedio iracheno. Marwan: «Era diventato un incubo». Così è scappato con moglie e figli. Dall'Eufrate a Kirkuk. La sua testimonianza.

  • ...

Forze di polizia irachene a Falluja.

Per due anni Marwan, sua moglie e i tre figli sono rimasti intrappolati a Falluja sotto il regime dell'Isis.
La città, 50 chilometri a Ovest di Baghdad, è stata liberata il 26 giugno dall'esercito iracheno, dopo oltre un mese di assedio.
Ma Marwan e la sua famiglia sono scappati prima, quando le prime bombe hanno iniziato a cadere. Come loro, nel corso delle settimane, circa 20 mila civili.
Gli ultimi raid si sono abbattuti il 29 giugno, caccia americani hanno ucciso 250 combattenti dello Stato Islamico in un convoglio di 40 veicoli che si muoveva fuori da Falluja, in fuga da un'offensiva via terra delle forze irachene.
«DUE ANNI ORRIBILI». Raggiunto al telefono da Lettera43.it, grazie alla collaborazione dell’associazione Nrc (Norwegian Refugee Council), Marwan racconta: «Non abbiamo lasciato Falluja quando l'Isis ne ha preso il controllo. Pensavamo che la crisi sarebbe finita in poche settimane o, al massimo, qualche mese: ci siamo sbagliati. Sono stati due anni orribili sotto il dominio degli uomini del Califfo, ma le cose si sono aggravate in modo insopportabile all’inizio di quest’anno».
I CONTATTI CON UN WALI DELL'ISIS. Poi, con l’attacco dell’esercito iracheno, la situazione è diventata insostenibile e la famiglia ha deciso di lasciare la città.
«Grazie a un nostro vicino di casa, abbiamo preso contatto con Abu Omar, un wali (responsabile locale, ndr) dell'Isis della zona Sud di Falluja, per organizzare la nostra fuga», continua Marwan. «In cambio non ci ha chiesto denaro, ma di portare sua moglie con noi. Lei non era una ‘donna dello Stato’ (così l'Isis definisce le mogli dei suoi membri che hanno giurato fedeltà al Califfo, ndr), ma una ‘donna comune’ e voleva raggiungere i parenti a Kirkuk».

«Mostravamo una carta ai posti di blocco e ci lasciavano passare»

Le bombe hanno ucciso 20 civili a Falluja.

In due giorni raggiungono l’accordo con il wali, Marwan prepara l'auto e tutta la famiglia si mette in viaggio con la moglie di Abu Omar: «Appena usciti dalla città sono iniziati i posti di blocco. Tanti, ma ogni volta mostravamo la carta che ci aveva dato Abu Omar e ci lasciavano passare senza troppe questioni. Addirittura per un lungo tratto iniziale ci ha guidato e aperto la strada lui in persona su una motocicletta. Ci aveva ordinato di seguirlo a 100 metri di distanza».
Viaggiano verso Zoba, vicino all'Eufrate, incrociando «lungo il tragitto tanti miliziani dell'Isis, nascosti e bene armati».
EUFRATE CONTROLLATO DALL'ISIS. A Zoba la presenza dello Stato Islamico si fa sentire, il passaggio del fiume è controllato dai jihadisti. «Abbiamo incontrato alcune famiglie che aspettavano lì da quattro giorni per avere il permesso di attraversare. Abbiamo dovuto lasciare allo Stato Islamico la nostra auto e dopo hanno fatto salire le donne e i bambini su una barca piccolissima. Noi uomini abbiamo dovuto passare il fiume a nuoto».
Secondo le organizzazioni umanitarie che si occupano dei campi che ospitano i profughi di Falluja, centinaia di famiglie sono fuggite passando da Zoba nei primi giorni di giugno.
Diversi civili sono stati uccisi dai miliziani dell'Isis o sono annegati nel tentativo di attraversare il fiume.
«NON ABBIAMO PIÙ NULLA». «Dopo aver superato l’Eufrate abbiamo camminato qualche chilometro prima di incontrare l’esercito iracheno e gli uomini del gruppo paramilitare di Hachd el-Chaabi», dice Marwan. «Ci hanno accolto e offerto dolci, succhi di frutta e acqua. Poi hanno separato gli uomini dalle donne e iniziato i controlli di sicurezza. A noi uomini hanno interrogato a lungo e tenuto una notte lontano dalle famiglie».
Il giorno dopo, Marwan ha ritrovato la moglie e i figli in uno dei tanti accampamenti per sfollati sorti sull’altra sponda del grande fiume.
«Siamo tutti vivi e siamo liberi», conclude l'uomo. «Non abbiamo più nulla e se l'Isis non ha già distrutto la nostra casa l'avrà fatto la battaglia per liberare Falluja. Credo che la sola cosa che ci rimane da fare e tentare di emigrare in Europa o in Canada».

Twitter @MaurPompili

Correlati

Potresti esserti perso