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26 Settembre Set 2016 1324 26 settembre 2016

Guantanamo, Slahi e la storia di una famiglia distrutta

La tragedia delle famiglie dei detenuti. Emarginate e spiate. Slahi racconta il calvario di suo fratello, dentro da 15 anni. «Niente soldi, vogliamo solo verità».

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Non soldi né protezioni speciali, ma il racconto della verità e la possibilità di condividere la propria storia. Per riavere indietro la dignità. E per evitare che si ripetano abusi simili.
Non è davvero molto quello che chiede la famiglia Slahi ai governi americano e mauritano, complici nella extraordinary rendition di Mohammedou Ould Slahi, cittadino innocente detenuto a Guantanamo da 15 anni, nonostante un giudice federale ne abbia ordinato il rilascio già nel 2010.
La storia di Mohammedou è diventata drammaticamente celebre grazie alla sua stessa capacità di raccontarla in 400 pagine di appunti, che la tenacia dei suoi legali e la cura di Larry Siems, giornalista e attivista per i diritti umani, hanno trasformato nel libro Guantanamo's Diary (in italiano: 12 anni a Guantanamo, Piemme), uscito nel 2015.
LA VITA SPEZZATA DELLA FAMIGLIA. Ma mentre Mohammedou combatteva la sua battaglia dentro alle atrocità del campo statunitense – in cui ancora si trova, in attesa che l'Amministrazione Usa capisca dove “piazzarlo” ora che non può etichettarlo come pericolo per la democrazia – la sua numerosa famiglia, in Mauritania, veniva stigmatizzata, messa all'indice e costretta ai margini della società: quegli stessi margini in cui spesso nasce il risentimento che è uno degli ingredienti letali del radicalismo che i programmi speciali vorrebbero estirpare.
«Non è affatto facile avere un familiare rinchiuso laggiù. Mio fratello è innocente, si sa, ma la gente lo chiede immediatamente, appena mi incontra: perché l'hanno incarcerato? Tu spieghi e ripeti che non ha fatto niente, snoccioli la storia intera e loro ribattono: perché allora è finito a Guantanamo?», si sfoga Yahdih Slahi, fratello di Mohammedou, che da anni si batte per ottenere giustizia e per la prima volta parla con un giornale italiano, per svelare la parte meno nota, e ugualmente dolorosa, della guerra al terrore.

Yahdih Slahi alla presentazione dell'edizione britannica di Guantanamo's diary (Getty)


DOMANDA. La gente intorno a voi non vi crede?
RISPOSTA. Chiunque fa sempre la stessa domanda, anche se è “certificato” che Mohammedou è innocente. Ed è un peso molto grosso per la nostra famiglia.
D. Al di là della sofferenza per la sparizione di suo fratello, complessivamente la vostra situazione familiare è peggiorata in questi 15 anni?
R. Certo: adesso va molto peggio per noi, davvero molto peggio. Oltretutto, mio fratello era la nostra fonte di sostentamento. Quando lui scomparve (nel 2001, Mohammedou all'epoca era appena tornato in Mauritania a lavorare dopo 12 anni trascorsi in Germania, dove si era laureato e specializzato in ingegneria delle telecomunicazioni, ndr) io ero ancora uno studente: adesso lavoro per sfamare la mia famiglia.
D. Quanto tempo avete impiegato per sapere che Mohammedou si trovava a Guantanamo? Chi ve lo ha detto?
R. Nel novembre 2001 mio fratello venne interrogato; ricordo che era il mese del Ramadan e a mia madre gli agenti dissero che gli avrebbero fatto un paio di domande e lo avrebbero rilasciato. Da allora stiamo ancora aspettando che torni.
D. Cosa avete fatto per capire quel che era successo?
R. Mia madre nei mesi successivi chiese molte volte notizie alla polizia mauritana e le risposero che Mohammedou non si trovava più da loro e che non poteva visitarlo, perché era in un posto segreto e gli americani erano con lui.
D. Voi avevate capito che si trattava di Guantanamo?
R. No, è trascorso molto tempo prima che scoprissimo di Guantanamo. Sono stato il primo a venirne a conoscenza: ero in Germania e lessi sullo Spiegel che mio fratello si trovava lì. Era la fine del 2002 e quando chiamai a casa per dirlo alla mia famiglia non mi credeva nessuno.
D. Cosa le risposero?
R. Mi dicevano che Mohammedou era certamente in Mauritania, trattenuto dalla polizia. Dissi loro che la polizia mauritana mentiva, ma quel giorno i miei parenti mi riattaccarono il telefono in faccia, tanto avevano paura della reazione degli agenti, che certamente ci stavano ascoltando. Ho continuato poi a chiamare casa e a ripetere loro che mio fratello era a Guantanamo.
D. Quando si rassegnarono alla verità?
R. Dopo alcuni mesi, nel 2003, arrivò una lettera di mio fratello da Guantanamo: era stata scritta nell'agosto 2002 ma aveva impiegato quasi un anno ad arrivare. E ne era passato almeno uno e mezzo dalla sua scomparsa.
D. Adesso, 13 anni dopo, potete parlare con lui una volta al mese. Cosa sapete? Quali sono le sue condizioni in prigione? Può parlarne o anche solo cercare di farvi capire?
R. Assolutamente no. Ai detenuti è proibito raccontare ai propri cari quel che fanno in prigione, è proibito riferire le proprie condizioni personali o quelle di altri. Prima che la telefonata inizi una voce avverte di tutti questi divieti. La verità è che sono chiamate noiose: si parla dei familiari che si sono sposati, dei parenti che hanno avuto un figlio: solo di cose di questo genere.
D. Quanto durano queste conversazioni?
R. Un'ora. E naturalmente tutto viene registrato.
D. Nonostante i divieti, negli ultimi anni avete avuto la percezione che le condizioni dei detenuti siano almeno un po' migliorate?
R. No, più o meno è lo stesso. Adesso si può parlare con lui una volta al mese, prima erano soltanto due volte all'anno. Usiamo una versione particolare di Skype, su una rete speciale della Croce Rossa internazionale. Ma, ripeto, non sono telefonate normali. Una volta gli ho mostrato un video di mia nipote dal telefonino, via Skype, solo per un attimo. E appena ho iniziato a farglielo vedere hanno interrotto la chiamata, troncata di netto. Chissà cosa temevano gli potessi far vedere.
D. Negli anni avete formato un qualche gruppo con le altre famiglie di detenuti? C'è una rete di solidarietà?
R. C'erano altre due persone della Mauritania a Guatanamo: una è stata rilasciata nel 2009 e l'altra nel 2015. Loro hanno avuto più contatti con i propri cari, ma la nostra situazione era più delicata e ci ha messo in una posizione più difficile. Mio fratello è stato l'unico a essere consegnato dal suo Paese a Guantanamo, l'unico a venire preso da casa propria per essere venduto agli americani.
D. C'è qualcuno, a livello istituzionale, che vi ha aiutato in questi anni?
R. Assolutamente no, neanche nella nostra terra. Nessun governo ci ha aiutato, non ce lo aspettavamo certo dagli americani ma dalla Mauritania sì. Ci hanno aiutato invece diverse associazioni in difesa dei diritti umani, gli attivisti, la Croce rossa, i giornali che hanno dato notizia della storia di Mohammedou e della detenzione a Guantanamo. Ma non la politica, non i governi: mai.
D. Pensa che il male perpetrato nelle prigioni illegali, e l'odio verso gli Usa che ne è scaturito, abbiano contribuito alla nuova recente ondata di terrore? E più nello specifico, quanto possono aver influito le torture di Abu Ghraib o di Guantanamo nella nascita dell'Isis?
R. Intanto non penso che le prigioni di Abu Ghraib e Guantanamo si possano paragonare tra loro. Abu Graib è una faccenda più piccola, che in qualche modo è diventata anche più chiara. I funzionari responsabili degli abusi sono apparsi in fotografia e poi sono stati puniti, la gente ha potuto vedere. Da Guantanamo invece non filtrava niente, non usciva niente, nessuno veniva rilasciato e poteva denunciare. Mio fratello è stato il primo a scriverne: ha sopportato molte pressioni ma ha preso la decisione di mostrare alla gente ciò che subisce e ha subito. E noi accettiamo la sua decisione.
D. Con il nuovo allarme terrorismo le famiglie dei detenuti e degli ex detenuti innocenti di Guantanamo sono state ulteriormente discriminate? Temete per il futuro?
R. Affatto: quando non si è fatto niente di male non si ha paura. Ma è vero che siamo gravemente penalizzati e vogliamo un risarcimento dagli Stati Uniti: non denaro, no, non è questo il punto.
D. Qual è?
R. Vogliamo assolutamente l'ammissione che Mohammedou non ha fatto niente. I soldi non ci importano: tutto questo dolore non può essere ripagato con del denaro, non abbiamo bisogno di soldi. Abbiamo invece bisogno che venga dichiarata l'innocenza di Mohammedou. Sia lui sia tutti noi familiari portiamo addosso un grande dolore, e sappiamo di essere nel mirino. Ma gli americani non hanno il diritto di danneggiarci né di farci soffrire ulteriormente, o di far soffrire tanti altri innocenti. Certo, abbiamo un accento arabo ma non abbiamo paura a parlare ai funzionari, perché sappiamo di non aver fatto niente di male. Quanto si è innocenti non si ha paura e si va avanti nelle battaglie per la giustizia.
D. A luglio infatti è stato nuovamente sancito che Mohammedou dovrà essere liberato. Che tipo di vita potrà fare dopo?
R. Io penso che contino di farlo controllare e che una volta rientrato a casa non sarà comunque libero. Il paradosso è che la polizia della Mauritania conosce mio fratello e sa bene che non crea problemi. L'ha sempre saputo. Nel 2001 lo consegnarono agli americani perché avevano paura di loro. Penso che la polizia mauritana non si immaginasse il tipo di sofferenze e di torture a cui sarebbe andato incontro. Forse se avessero potuto lo avrebbero ammesso: sappiamo che sei innocente, ma non possiamo dire di no agli americani.
D. Avete mai pensato di chiedere asilo a un altro Paese, considerata l'importanza della vostra storia?
R. No, né io né alcun membro della mia famiglia. So che saremo, e già siamo, sempre sorvegliati tecnologicamente: le mie mail saranno lette, le mail di Mohammedou saranno lette, tutto quello che ci gira intorno è controllato. Ma non abbiamo fatto nulla, tutti possono leggerle quello che scriviamo. Noi abbiamo paura.
D. C'è qualcosa che l'Italia potrebbe fare per voi?
R. A causa delle divieti imposti dagli Stati Uniti siamo molto limitati. Noi ringraziamo tutte le persone che ci vogliono offrire aiuto, siamo loro veramente grati. Larry Siems, che ha contribuito alla correzione del libro, era con noi in Norvegia a parlare della storia di mio fratello. Questa è la cosa più importante: organizzare altri incontri, far conoscere la vicenda di Mohammedou. Siamo pronti a partire in qualsiasi momento.


Twitter @geascanca e @BarbaraCiolli

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