REPORTAGE
31 Ottobre Ott 2016 1102 31 ottobre 2016

Terremoto San Ginesio, racconto di un paese a pezzi

Aveva resistito al sisma d'agosto. Voleva ricominciare con un concerto in piazza. Ma in 4 giorni è crollato. Viaggio dentro San Ginesio. E le scosse non si fermano.

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Il palco nella grande piazza è intonso, fiammante di tavole gialle. Dovevano calcarle in tanti, tra sabato 29 e domenica 30 ottobre, lo avevano comperato per l'occasione.
Adesso giace desolato sotto la Collegiata che ha più rughe di prima. Profonde, orrende rughe, contorte immense serpi attorcigliate sui mattoni e il sole le trafigge, il sole inutile di questo fine ottobre.
E questa è una storia da Mondo Piccolo, di quelle che Giovannino Guareschi ambientava sulle sponde del grande fiume, e i morti le raccontavano ai vivi nelle notti di nebbia nera d'inverno.
DA QUI SI VEDE IL MARE. Qui non siamo al piano, siamo già al monte, se ti affacci però lo vedi il mare, e se ti affacci dall'altra parte vedi i Sibillini. Qui, la sera del 24 agosto, un soffio di rabbia saliva dagli abissi di quei monti spettinando mezza Italia centrale e anche il minuscolo borgo a 700 metri d'altitudine, scompigliava le chiese e il suo teatro dove cantanti, attori, istrioni erano passati a lasciare tracce del loro estro, umanissime scie di sensazioni.
San Ginesio (guarda le foto) allora si era spaventata, ma non fino al punto di arrendersi. Anzi aveva deciso che non gliela voleva dare la soddisfazione al terremoto, e, tra l'emergenza e la speranza, era uscita l'idea di un grande concerto, alla fine di ottobre: due intere giornate, nella grande piazza intitolata ad Alberico Gentili, giurista del '500 fra i preclari di sempre, per dire a tutti, anche a chi non la conosceva o l'aveva dimenticata, che lei c'era. San Ginesio c'era, e dalle sue ferite voleva ripartire.
UNO SPETTACOLO CON 25 ARTISTI. E aveva compromesso artisti come Paolo Benvegnù, i Gang, Ginevra di Marco e Francesco Magnelli, Dente, e tanti altri, anche gruppi locali, 25 nomi, tutti insieme, a far musica, a incontrarsi fino a notte.
#Primachefacciafreddo, avevano chiamato questo evento, per dire il freddo delle temperature ma soprattutto quello dell'oblio, dell'indifferenza. Bisognava fare prima. Decine di telefonate, migliaia di idee, milioni di parole. E prenotazioni da tutta Italia, un entusiasmo che contagiava l'intero villaggio, i suoi esercizi, le sue associazioni. L'albergo Centrale, di fianco al Teatro Leopardi ingiuriato dalle prime scosse, era tornato pieno, anche se, adesso, a mandarlo avanti erano solo in due: gli altri due ragazzi, si erano arresi al primo attacco. Ma ora, tutto ritornava alla vita.

Il crollo alla seconda scossa del 26 ottobre

Mercoledì 26 ottobre, alle ore 19.10, mentre gli organizzatori al telefono si comunicavano gli ultimi febbrili dettagli, una scossa potente tornava a mettere tutto in discussione; ma, a un primo veloce sopralluogo, il villaggio pareva avere retto bene: niente danni, niente paura. Ce la faremo.
Due ore dopo, una scossa devastante sbriciolava l'entusiasmo, i propositi, l'energia. Poi scoppiava il diluvio, e, nel buio più spaventoso, la gente correva in strada senza sapere più se fosse viva o se di vivo fosse rimasto solo quell'incubo troppo reale.
UNA BARACCOPOLI PER MUNICIPIO. «Noi sappiamo cosa stiamo facendo». Il sindaco Mario Scagnetti, poche ore dopo il nuovo disastro, nella baraccopoli al piano terra che è diventata il palazzo comunale, quello vero inutilizzabile già da agosto, parlava con la serenità di chi non ha più niente da perdere, e quelle sue parole erano, se possibile, ancora più agghiaccianti che se le avesse urlate: «Siamo a un passo dal tracollo. Ma se perdiamo lucidità qui dentro, è la fine. Abbiamo l'ostello integro, ci teniamo una cinquantina di sfollati, altri 150 hanno trovato ospitalità da parenti, congiunti. Qui una mano ce la si dà, nessuno resta solo. Abbiamo preso persone anche da Sant'Angelo in Pontano, che le nostre strutture non le ha».
L'ostello, già. Che doveva ospitare i musicisti di #Primachefacciafreddo. E invece ospita gli sfollati, i nuovi profughi, tutti nostrani. «Le scuole sono intatte, una fortuna. Adesso dobbiamo fare un altro migliaio di sopralluoghi, dopo i 750 dell'altra volta. Ma i tecnici sono pochi, e senza la loro certificazione non si tira su neanche un mattone, quello è Vangelo: solo che non possiamo aspettare fino al 2018, come hanno ipotizzato, assolutamente no, dobbiamo fare prima, dovranno sfornarne di nuovi, adesso, subito».
UN COMUNE CON OTTO CONSIGLIERI. E non ci sono solo i passaggi burocratici, c'è la banalità del male che lascia crepe di quotidianità insospettate: l'extracomunitario che ha perso l'alloggio, non ne troverà un altro, e dovrà pensarci il Comune. O il sindaco, cambia poco dove una giunta è fatta di tre o quattro persone e il Consiglio comunale ne conta otto.
E la gente, che chiede, che spinge, che impreca, va ascoltata, compatita: è facile scatenare contagi di insofferenza e di irrazionalità. Scagnetti è appena tornato da Camerino «che è tutta zona rossa», c'erano Curcio e Errani, han garantito anche per San Ginesio, che del resto nel 'cratere' della ricostruzione c'era già rientrato. Ma adesso è tutta un'altra storia e qui la convalescenza durerà anni. Il sindaco tiene in mano la foto di un crollo orrendo. «Le vedi queste rovine? Questo era il casolare di mio zio, ci andava ogni pomeriggio a fare la pennichella, se la scossa arrivava tre ore prima lui restava sotto».

Il vicesindaco Tardella: «Meglio prima che durante»

Anche Simone Tardella, vicesindaco, assessore al turismo, una delle due anime di #Primachefacciafreddo, la prende con la filosofia di chi pensa che, in fondo, è andata ancora bene: «Tutto inutile, ma meglio prima che durante».
Dovevano esserci gli artisti sul palco, il pubblico sotto, le bancarelle lungo il viale che porta al parco e al belvedere, e adesso è zona rossa, una delle due; l'altra, è un altro percorso che taglia il centro dall'alto in basso e, di palazzo in palazzo storico, sfocia fino all'auditorium che avrebbe dovuto sostituire il teatro nella programmazione invernale, e che è pieno di calcinacci. Difficile entrare a San Ginesio, più difficile uscirne: ci si perde per i percorsi obbligati e tortuosi come arabeschi di sofferenza.
UNA VIA CRUCIS DI DISTRUZIONE. «Vieni, vieni, che ti faccio fare il giro». E il giro è una via crucis di distruzione. Chiese a pezzi, edifici privati sfondati, crepe e cumuli nel centro storico, cordoni, transenne e ruderi dove ieri c'era la maestà della storia. Da Porta Ascarana non si passa, è crollata parte della facciata della Chiesa di San Francesco - fortunatamente in un momento in cui non passava nessuno. Sant'Agostino ha subito lesioni letali al suo interno. Santa Chiara ha avuto la volta sfondata.
San Ginesio, il «paese delle 100 chiese», non ne ha più aperta neanche una.
Del teatro si è detto, chiuso già da due mesi e nessuno ha cuore di andarci a constatare le nuove ferite. La collegiata che incombe sul palco, adesso è sinistra.
Oltre la seconda zona rossa le macerie si aprono su una spianata, da qui si scorge l'Adriatico: sembra fatta apposta per le rappresentazioni, per le emozioni, per i sogni, amplificati dalla quinta grandiosa della natura, quella natura che non è né buona né cattiva ma sa essere spietata senza volerlo e lo stesso non cessi d'amarla: «Tutta questa bellezza, e vederla morire», scuote la testa Simone.
NESSUNO VOLEVA ARRENDERSI. Eppure nessuno si sognava d'arrendersi. «L'albergo ha tenuto, sono venuti i tecnici, hanno stabilito che è integro», diceva con rassegnato orgoglio Giovanna nel buio del ristorante. Al bar Centrale, Walterino era perfino allegro, i giornali che ancora strillano l'evento che non si farà più han parlato di lui, «Quell'articolo dell'altra volta, di Lettera43 l'hanno letto anche in Francia, anche in Australia», dice arrotando la erre francese, e il caffè lo offre lui, a tutti quanti, perché ormai è un barista vip.
Vien giù scuro, come una mannaia e i lampioni brillano illuminando il freddo e le tavole gialle che nessuno calcherà. L'unica melodia che si sentirà per un pezzo, è il canto dei calcinacci. Eppure Simone non si arrendeva ancora: «Lo so che è difficile, che c'è da pensare a un'emergenza che durerà ogni giorno per centinaia di giorni. Eppure, forse, quando tutto si sarà placato, se a primavera noi...».

Ridotto in polvere la mattina di domenica 30 ottobre

Ma poi, alle 7.41 di domenica 30, tutto è diventato polvere. Tutto. Evacuata la rsa, l'ospedale dei vecchi, smistati fra Ancona e Recanati. Via anche le suore dal convento, non possono più starci, siamo oltre il pericolo, siamo già nel disastro. Dove casca lo sguardo, lì sono macerie.
La facciata della collegiata adesso fa paura davvero, uno s'immagina di vederla ondeggiare, lenzuolo di mattoni che si schianta al suolo. C'è chi ha perso casa, lavoro, ogni futuro. Il paese è evacuato, figlio di una guerra senza nemici e senza eroi.
«LA BOTTA FINALE». «È la fine» dice Simone. «Questa è stata la botta finale. Abbiamo perso. Anche io sto portando via la famiglia». E queste parole fanno paura più ancora del terremoto. A sera, posterà una foto di rovine e il commento: «Siamo in ginocchio, ma ci risolleveremo. Forza San Ginesio!». E quella didascalia fa strazio più ancora del terremoto.
Ad ogni nome, il cuore si stringe: San Ginesio, Ussita, Visso, Tolentino, Camerino, per non dire di Norcia, di Castelluccio, di ogni panorama che possa venire in mente. Una epidemia di distruzione.
Cento paesi danneggiati, 25 mila sfollati solo nelle Marche, a Fermo hanno sbarrato i templi, lambita anche la costa, a Porto San Giorgio don Ermanno ha celebrato la Messa fuori dalla chiesa grande.
Zona rossa, fuori e dentro il cuore di ciascuno.
UNA PROVINCIA DI ZONE ROSSE. Cosa rimane di quello scrigno che tante notti ha acceso di musica, che tanta gioia aveva ospitato? Zona rossa a San Ginesio, zone rosse ovunque, nel Maceratese e nel Fermano, e l'Ascolano era già steso. Borghi spopolati che custodivano retaggi nelle loro facciate, negli archi e nei palazzi, cartoline agonizzanti ma ancora fiere, gli scrigni dei linguaggi remoti miscelati come fiumi di idiomi ribollenti, l'etrusco, l'osco, l'umbro, il falisco, così come, racconta il mantovano Virgilio nell'Eneide, i profughi troiani si mescolano agli indigeni e Giove concede a Giunone che la lingua di Roma resti quella degli ausoni, e quindi le contaminazioni degli uomini che parlano e parlando si amano e si uccidono, i piceni che dopo la battaglia del Sentino si romanizzano, 'Firmum' diventa 'Firma fides romanorum colonia'; ogni borgo qui ha il suo Medioevo, conserva e regala le meraviglie dei misteri sommessi e allusivi, le superstizioni e i riti del cristianesimo pagano, le ombre delle mani che intrecciavano e battevano, medicavano, cucivano.
SQUARCIATO ANCHE IL COLLE DELL'INFINITO. Ogni tradizione vola in polvere. Anche il Colle dell'Infinito, a Recanati, è squarciato e per la prima volta Casa Leopardi è rimasta chiusa. Non c'è più centro, borgo, villaggio che si senta sicuro, i nuovi migranti scorrono dal monte al mare, ma il terremoto li raggiunge anche lì.
E questa è una storia che continua, però è già finita male. È la storia di un paese che ha osato sfidare il terremoto, che voleva arrivare prima che facesse freddo. È arrivato prima il terremoto, e adesso fa freddo. Tanto freddo. Sopra il palco di tavole gialle, nella grande piazza, nessun passo, nessun suono. C'è solo un ronzio terrificante, da un momento all'altro muggisce e spacca tutto. È il ronzio della furia, corre sotto di noi.

Twitter @MaxDelPapa

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