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20 Novembre Nov 2016 0900 20 novembre 2016

Stupro minorile legale? Boicottiamo la Turchia

L'Akp di Erdogan presenta il disegno di legge. Chi produce lì si ribelli.

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(© GettyImages) Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Martedì 22 novembre, il parlamento turco voterà il disegno di legge che depenalizza la violenza sessuale sui minori (cioè sulle minori, perché di donne stiamo parlando) se, dopo lo stupro, il loro aggressore acconsentirà al matrimonio.
La proposta, presentata dall'Akp, il partito conservatore di ispirazione religiosa del presidente Erdogan, ha già scatenato durissime proteste sia da parte della compagine nazionalista, sia dal partito socialdemocratico, tutte rintuzzate dal ministro della Giustizia Bekir Bozdag, secondo il quale la normativa andrebbe a tutelare i figli delle coppie irregolari in cui la sposa è una minore, e che fino a oggi hanno corso il rischio che il marito venisse incarcerato, privandoli dei mezzi di sussistenza.
LEGALIZZAZIONE DELLE SPOSE BAMBINE. Questa è la norma ideale per perpetuare il dramma delle spose bambine («purtroppo una realtà», secondo Bozdag) intervenendo non sulle ragioni – culturali, economiche, religiose - delle famiglie che le vendono a uomini di cui potrebbero essere le nipoti, ma risolvendo la questione direttamente sulla pelle delle piccole.
È lecito sospettare che la norma giacesse in parlamento da anni, ma che fino a poco tempo fa  l’esecutivo non osasse parlarne: adesso, con il golpe fallito dello scorso luglio, le purghe in atto, un potere religioso sempre più forte e soprattutto l’accordo con l’Europa sui migranti, per Erdogan dare un contentino all’ala più tradizionalista del suo partito è stato facilissimo.
L'EUROPA RICATTATA DA ERDOGAN. Sa di rischiare poco o nulla da parte dell’Europa tanto illuminata e tanto debole, una compagine divisa e impaurita che, pur non volendo la Turchia fra i propri membri, non può farne a meno per evitare che si riversi oltre i suoi confini una massa di disperati ancora maggiore di quella che oggi non sa come accogliere. E che dunque deve tacere.
Infatti, mentre a Istanbul migliaia di donne scendevano in piazza per protestare contro una legge inconcepibile, che riporta la stessa Turchia indietro di 50 anni, sulle nostre reti televisive i non interventisti di mestiere disquisivano già sulle «tradizioni culturali diverse» e sull’evidenza che «Istanbul non rappresenta tutta la Turchia», che è lo stesso discorso ascoltato in queste settimane a proposito di New York dove si è votato Hillary Clinton mentre il Tennessee del Ku Klux Klan ha inneggiato a Donald Trump.
Cappucci bianchi da una parte, bambine stuprate dall’altra, che volete farci.

Un boicottaggio al femminile

(© Ansa) Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

E invece no. Qualcosa possiamo fare. Noi donne soprattutto, un segno potremmo darlo, evitando di pensare per una volta al nostro piccolo interesse, alla nostra soddisfazione personale.
Se la legge dovesse essere approvata (come quasi certamente, purtroppo, sarà) diciamo no alle vacanze sulle coste turche dove non abbiamo smesso di recarci neanche nell'estate del 2016, quando pochi chilometri più in là migliaia di migranti venivano rinchiusi in campi di detenzione.
Diciamo no alla moda realizzata in Turchia. Credete ne arrivi poca in italia? Niente affatto. Dalla Turchia proviene una quota non marginale della moda che compriamo nei nostri negozi, ufficialmente 'branded in Italy', e con molti vantaggi economici per chi la produce a Istanbul o a Bursa.
DA MIROGLIO A H&M. In Turchia lavora per esempio il gruppo Miroglio, con una partnership in essere addirittura dal 2007,  Hugo Boss vi possiede fabbriche grandi come città, mentre H&M e Next  vi realizzano così tanti capi da aver scoperto (e a loro discolpa, va detto, denunciato) la presenza di minori siriani rifugiati all’interno delle proprie fabbriche terziste, sfruttati come manodopera a basso costo. Qualche brand turco inizia a essere importato in Italia (Afffair, per esempio, nel 2015). 
È difficile attendersi che le imprese della moda delocalizzata in Turchia rinuncino alle forniture o prendano seriamente posizione. Dobbiamo farlo noi, guardando le etichette di quel che compriamo. Il marchio 'made in Turkey' è presente su tanti capi ufficialmente italiani. Lo troviamo così spesso che Erdogan ha iniziato a risentirsene, affermando in un convegno tenuto sulle sponde del Bosforo di voler abbandonare progressivamente la produzione per conto terzi per fare della Turchia «la nuova Italia della moda entro il 2023».
IL CENTENARIO IN ARRIVO. Fra meno di sette anni, verrà infatti celebrato il centenario della Repubblica turca. Venne fondata dallo stesso Atatürk che, volendo cercare un paragone con l’attuale presidente, fu l’uomo che tolse il velo alle donne e le avviò in massa agli studi, cioè esattamente il cammino contrario a cui Erdogan le sta spingendo oggi.
Se pensiamo che in Italia la legge che abrogava il «matrimonio riparatore» è stata approvata nel 1981, cioè 35 anni fa, pochissimi su un arco temporale di abusi millenari (a proposito, come mai non s’è sentita la voce di Franca Viola, in questi giorni, come mai nessuno ha intervistato la prima donna che in Italia si ribellò a quella pratica?), è semplicemente inaudito che una proposta di legge come questa debba passare senza un fiato, giusto una notizia in cronaca per 24 ore, e poi tutti a prenotare la prossima vacanza sul Bosforo.

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