Contraffazione
21 Novembre Nov 2016 1000 21 novembre 2016

Contraffazione, per mafie e terrorismo è una miniera d'oro

Rappresenta il 2,5% degli scambi globali. E vale 338 miliardi. Sette solo in Italia. Numeri e rotte del fenomeno.

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Lo dice a chiare lettere Chris Vansteenkiste, capo del servizio antifrode del centro per la cooperazione di lotta alla contraffazione di Europol: «ll 2,5% degli scambi mondiali è rappresentato da beni contraffatti. Se si convertisse questa percentuale in cifre, equivarrebbe a 338 miliardi di euro». Una cifra elevatissima che «corrisponderebbe al Pil dell'Austria o, addirittura, a quello combinato di Irlanda e Repubblica Ceca».

5,7 MILIARDI DI GETTITO IN MENO. L’Italia fa la sua parte con i 7 miliardi circa del fatturato da contraffazione. Che si traduce, secondo un recente studio del Censis, in una perdita di gettito fiscale di 5,7 miliardi e in circa 100 mila posti di lavoro meno. «Al di là dei numeri, che comunque non possono essere considerati una fotografia del tutto attendibile delle reali dimensioni della contraffazione», ha detto il comandante generale della guardia di finanza, Giorgio Toschi, davanti alla commissione parlamentare sui fenomeni della contraffazione, «è senz'altro possibile affermare che essa e gli altri collegati fenomeni illeciti continuano a rappresentare un fattore di significativa criticità sul piano economico­-sociale e direi soprattutto criminale».

DALL'ABBIGLIAMENTO ALL'INFORMATICA. Hanno fatto eco al comandante generale delle fiamme gialle lo stesso Vansteenkiste e il sostituto procuratore nazionale Antimafia Maria Vittoria De Simone, che hanno evidenziato come «per molto tempo il fenomeno è stato sottovalutato». Addirittura, dice De Simone, «in alcuni casi il fenomeno è stato visto come un’occasione di sviluppo». I settori sono i più svariati: dall’abbigliamento agli audiovisivi, passando per materiale elettrico, prodotti informatici, alimentari e utensili da lavoro. Linfa vitale per le organizzazioni criminali italiane, ma anche per quelle transnazionali e per il terrorismo. Si pensi che in un anno e mezzo, tra il gennaio 2015 e il luglio 2016, la finanza ha ricevuto 5.688 deleghe di indagini in tema da parte della magistratura.

Per anni il tema è stato sottovalutato in Italia come in Europa, dove i maggiori porti per l’ingresso di merci contraffatte risultano essere quelli di Rotterdam e Anversa. «Il problema sta peggiorando», ha rilevato il capo dell’anticontraffazione di Europol. «Nel passato, si tendeva a spedire i beni contraffatti con i container, arrivavano nei porti europei, potevano essere sequestrati, mentre oggi tutti sono seduti davanti al proprio computer e con carte Visa, Mastercard, si può acquistare una piccola quantità di prodotti contraffatti».

SPEDIZIONI CON PICCOLE QUANTITÀ. Questi prodotti «vengono trasportati con i corrieri e arrivano nelle nostre case uno o due giorni dopo in quantità più piccole. Il problema, quindi, è più difficile da affrontare, perché non ci sono più enormi quantità spedite come nel passato». Lo dimostra una recente indagine svolta in coordinamento tra la stessa Europol, la Guardia Civil e le autorità italiane che a giugno di quest’anno ha portato all’arresto di un nostro connazionale residente in Spagna. Due milioni di euro il valore del sequestro, riguardante noti marchi sportivi contraffatti, e una rete estesa dalla Germania a Hong Kong passando per Olanda, Regno Unito e Brasile.

A far girare gli affari, dice De Simone, che a Napoli ha indagato per anni sul fenomeno, c’è «un vero e proprio sistema industriale e commerciale, che ha i suoi centri di produzione e di trasformazione, i suoi canali di vendita e di reti distributive. Quindi, è un sistema industriale gestito però da gruppi criminali che sono molto ben organizzati e che si orientano e si muovono oggi in ambito globale». Ne è stato un esempio pratico l’operazione Gomorrah, che ha portato alla luce, come l’ha definita il comandante generale della finanza Toschi, «una joint-venture tra clan camorristici campani e consorterie di origine straniera».

UN BUSINESS PER I CLAN. Joint-venture dedita al traffico di prodotti elettrici e meccanici contraffatti importati dalla Cina e smistati in vari Stati europei. Protagonisti assoluti i clan Mazzarella e Licciardi, ancora oggi tra i più attivi in Campania. Non manca poi l’interesse della ‘ndrangheta calabrese, a cui la finanza ha sequestrato società e patrimoni per 210 milioni dietro cui si alimentava una fiorente attività di vendita di articoli di abbigliamento e accessori. Tutto andava a rimpinguare la cosca Piromalli-Molè della piana di Gioia Tauro. «Si tratta di un sistema», ha detto De Simone davanti alla commissione parlamentare, «che non solo ha imitato i prodotti dei sistemi industriali legali, ma ha addirittura acquisito e copiato la capacità organizzativa dei sistemi imprenditoriali legali. Non solo ne imita i prodotti, ma ne imita anche la struttura organizzativa e le tecniche di marketing».

Nel 2002 vengono rinvenuti alcuni manuali di addestramento di Al Qaeda. Al loro interno l’organizzazione metteva tra le possibilità di finanziamento per le cellule terroristiche proprio quella dei prodotti contraffatti. Un settore che 14 anni dopo è ancora sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti.
Uno dei casi più eclatanti ha riguardato Mokhtar Belmokhtar, terrorista nonché trafficante di sigarette contraffatte (conosciuto anche come Mister Marlboro), attivo nelle regioni centrali del continente africano. Khaled Aboul Abbas, suo nome di battaglia, è stato tra i protagonisti della stagione dei mujaheddin contro i sovietici in Afghanistan.
Nel 2003 è stato coinvolto nel rapimento di alcuni turisti occidentali e nel 2013 nei raid ai giacimenti di gas naturale in Algeria.

IL MERCATO DELLE SIGARETTE. Un settore, quello delle “bionde” contraffatte, che anche in Italia è ancora fiorente, soprattutto nei porti pugliesi e si alimenta in particolare con i Paesi dell’Est Europa come Ucraina, Polonia, Ungheria e Romania. Guardando alle rotte del contrabbando, hanno spiegato lo stesso Toschi e il generale Stefano Screpanti, che comanda il III reparto delle Fiamme gialle, «emerge una tendenza alla diversificazione. Con sempre maggiore frequenza, infatti, le sigarette di contrabbando sono oggetto di sequestro su furgoni o autobus provenienti dal confine terrestre nord­orientale». Oltre che sui beni, l’attenzione degli inquirenti si è spostata sui circuiti di money transfer, utilizzato nella filiera della contraffazione come piattaforma di pagamento. Un sistema che, dal punto di vista di controlli e segnalazioni degli intermediari, rappresenta ancora un pericolo per il finanziamento delle attività terroristiche.

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