Lecco Siria
5 Dicembre Dic 2016 1720 05 dicembre 2016

Valbona Berisha, Lecco-Siria solo andata

In fuga dall'Italia dopo la radicalizzazione via Internet. Storia di una donna e del figlio di sei anni, che sognava di andare a scuola. Ma si è ritrovato in un campo di addestramento jihadista.

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Da Barzago - 2.500 anime in provincia di Lecco - alla Siria, con due biglietti di sola andata. Uno per sé, l’altro per il figlio di sei anni. L’obiettivo? Aggregarsi alla causa dell’autoproclamato Stato islamico e mettersi a disposizione della causa curando gli jihadisti feriti.
Così Valbona Berisha, una trentaduenne albanese, nel dicembre di due anni fa ha raggiunto insieme al suo bambino le terre del Califfo dopo un percorso di radicalizzazione iniziato nel privato della propria abitazione lecchese, seguendo online le prediche dell’imam macedone Omer Bajrami e frequentando siti e pagine inneggianti il jihad.

LO STESSO IMAM CHE INDOTTRINÒ FATIMA. La donna è diventata 'crocerossina' degli jihadisti; il bambino è finito, suo malgrado, in un campo di addestramento dell’Isis, per allenarsi alla lotta e alle armi.
Non solo: Valbona, a quanto risulta dalle indagini, sarebbe stata in contatto via Skype con l’imam di Skopjie, lo stesso che indottrinò anche Maria Giulia Sergio, detta Fatima, la prima foreign fighter italiana.
Su Valbona oggi, al culmine di due anni di indagini del Ros dei Carabinieri, pende un mandato di cattura chiesto dal pubblico ministero di Milano Alessandro Gobbis e firmato dal giudice per le indagini preliminari (gip) Manuela Scudieri.
Il primo input all’indagine è arrivato dal marito Afrim che a metà dicembre del 2014 si presentò alla stazione dei Carabinieri di Cremella per denunciare l’allontanamento della moglie e del figlio minore. Al suo rientro a casa aveva trovato solo le due figlie di 11 e 10 anni.

«VOLEVA IMPORRE L'ISLAM AI FIGLI». Afrim e Valbona, entrambi musulmani, da qualche tempo non andavano d’accordo. L’integralismo non era di casa, ma nell’ultimo anno, ha raccontato l’uomo agli inquirenti, Valbona era diventata una integralista religiosa. Seguiva rigidamente il Corano, pregava spesso, ascoltava su internet i discorsi di leader religiosi islamici, aveva iniziato a indossare il velo e «voleva imporre tali condotte anche ai figli», annotano gli inquirenti.
Un anno prima della sua sparizione la stessa Valbona aveva confidato ad Afrim che, se ci fosse riuscita, «avrebbe raggiunto gli estremisti islamici per aiutarli nella loro guerra».

Gli uomini del Ros di Milano, guidati dal colonnello Paolo Storoni, hanno cercato di ricostruire la rete che ha permesso a Valbona di raggiungere la Siria. Allo stesso tempo è partita anche una denuncia per sottrazione di minore. Questi i fatti assodati.

IL BIGLIETTO COMPRATO DA UN FOREIGN FIGHTER. Il 20 dicembre 2014 la polizia di frontiera di Orio al Serio fa sapere che la donna e il figlio sono partiti il 17 dicembre con un volo della Pegasus Airlines diretto a Istanbul. I biglietti sono stati acquistati da Mendush Selimoviq, un foreign fighters dello Stato islamico, che gli investigatori ritengono poi morto sul campo di battaglia a inizio 2015.
Cinque giorni dopo la partenza la donna viene localizzata, grazie all’applicazione che permette di ritrovare l’iphone, ad Al Bab, in Siria, ritenuta una delle porte d’ingresso dei combattenti europei sul territorio del Califfato dopo il passaggio dalla Turchia.

IL TENTATIVO DEL MARITO DI RIPORTARLA A CASA Il marito di Valbona parte così una prima volta verso la Siria, a cavallo tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Per tutto il viaggio l’uomo resta in contatto con il fratello della moglie, residente con i genitori in Germania, per sincerarsi della localizzazione della donna.
Tuttavia, avendo saputo dell’arrivo di Afrim, Valbona spegne il gps e a 40 chilometri dal confine l’uomo viene respinto e costretto a tornare in Italia.
A metà gennaio, un mese dopo la fuga, la svolta: Afrim parla con la moglie per l’ultima volta e la invita a tornare con il figlio, incassando però il suo rifiuto.

«Ci troviamo davanti a uno spaccato preoccupante della degenerazione di una famiglia ben inserita nella società che si ritrova un componente sulla strada di un rapido processo di radicalizzazione. Un episodio che purtroppo non è isolato»

Giuseppe Governale, Comandante del Ros dei carabinieri

IL FIGLIO NEI CAMPI DI ADDESTRAMENTO. Nel frattempo, Valbona ha iniziato una nuova vita: si è risposata, con uno jihadista macedone e va alla moschea a pregare cinque volte al giorno col figlio.
Il 21 novembre il marito di Valbona riferisce delle chiamate via Internet in cui la donna confida che il bambinoè stato mandato in un campo di addestramento. Alvin, che nel frattempo la madre ha ribattezzato Jusuf, parla col padre una sola volta chiedendo di tornare a casa «per andare a scuola» e che la madre «è vestita come un ninja».

IL RICATTO AI DANNI DEL MARITO. A marzo di quest’anno Afrim riprova a raggiungere la moglie e il figlio.
Si trova in compagnia di una troupe delle Iene e raggiunge un gruppo di persone indicate come appartenenti ai servizi segreti turchi. Il tramite è un amico albanese dell’uomo che anziché affidarlo a persone legate ai servizi lo mette nelle mani di una banda di truffatori che chiedono ad Afrim 250 mila euro per la ricerca del bambino e 10 mila euro da pagare immediatamente.
La trattativa si ferma e l’uomo torna a Barzago. Le ricerche del Ros scattano.

IL PC AL SETACCIO DEGLI INQUIRENTI. «L’ultima volta in cui sono stati localizzati Valbona e il piccolo Alvin si trovavano a 40 chilometri da Aleppo. Al momento non sappiamo se siano in vita o meno», dicono ora gli inquirenti. In Italia è rimasto il computer di Valbona, al cui interno gli investigatori hanno trovato «una considerevole mole di immagini riferibili ad un percorso di radicalizzazione della donna tra cui quelle ritraenti diversi predicatori estremisti e propagandisti dello Stato Islamico», oltre alla «bandiera nera solitamente utilizzata come vessillo di organizzazioni terroristiche jihadiste, il logo dello Stato Islamico, uomini armati e in mimetica con il dito indice a simboleggiare la devozione assoluta ad Allah (Al Tawhid), donne indossanti il niqab e bambini armati di fucile da assalto AK-47 (Kalashnikov)».
«Ci troviamo davanti - ha detto il comandante generale del Ros Giuseppe Governale - a uno spaccato preoccupante della degenerazione di una famiglia ben inserita nella società che si ritrova un componente sulla strada di un rapido processo di radicalizzazione. Un episodio che non è di sicuro isolato».

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