Spot Sesso
27 Giugno Giu 2017 1323 27 giugno 2017

Il sesso non vende più (in pubblicità)

Uno studio condotto dall'Università dell’Illinois ha dimostrato come le allusioni e gli ammiccamenti non interessino più al grande pubblico. Anzi, penalizzerebbero il marchio che ne fa uso.

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Il vecchio binomio sesso uguale vendita non funziona più. A pensionarlo una volta per tutte, dopo anni di onorata carriera pubblicitaria, ci avrebbe pensato la ricerca condotta dal professor John Wirtz. Pubblicata sull'International Journal of Advertising lo studio del docente di advertising all'Università dell’Illinois sostiene che i clienti sarebbero ormai stanchi di vedere prodotti associati ad allusioni sessuali, visive o verbali che siano.

Anzi, la loro inclusione sarebbe addirittura dannosa per chi se ne avvale. La ricerca, condotta su 1000 soggetti volontari, ha dimostrato infatti che i messaggi subliminali legati al sesso non inducono a ricordare meglio il nome del brand o a comprare il prodotto reclamizzato. Insomma, il sesso non ha più alcun effetto se non quello di portare i consumatori a considerare negativamente il marchio che ne fa uso.

SPOT SESSISTA. La ricerca si è basata soprattutto sullo spot mandato in onda nel Super Bowl del 2015, dove una bellissima modella in abiti succinti consumava sensualmente un hamburger camminando in un mercato agricolo. Una reclame che puntava quasi esclusivamente su allusioni sessuali e la cui scelta non avrebbe ripagato la catena Carl's Jr. Lo studio ha infatti sottolineato che il 52% dei consumatori ha trovato offensiva e irritante lo spot, mentre il 32% l'ha ritenuta una caduta di stile da parte dell'azienda. A questo punto Una domanda sorge però spontanea: a cosa si deve questo cambiamento di rotta? Lo studio ha ipotizzato che i consumatori erano stati così inondati da queste tattiche pubblicitarie da desensibilizzarsi a un messaggio di quel tipo. Questo, conclude Wirtz, segnerebbe la fine del sesso in pubblicità.

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