Passanti di fronte a un manifesto di Xi Jinping a Pechino
26 Febbraio Feb 2018 1809 26 febbraio 2018

Cina, cosa c'è dietro la modifica della Costituzione

Cade il limite dei due mandati per presidente e vicepresidente. Tra censura e propaganda, il Paese aspira all'egemonia globale. E il modello è quello dell'impero.

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Quando in Cina succede qualcosa di grosso, agli utenti dei social network viene per prima cosa impedito di cambiare l'immagine dei propri profili personali. Ed è quello che è avvenuto domenica 25 febbraio, quando i media ufficiali hanno cominciato a far circolare la notizia che il Partito aveva proposto di cancellare dalla Costituzione il termine massimo dei due mandati per presidente e vicepresidente della Repubblica popolare. Una notizia nascosta negli elenchi degli emendamenti alla Costituzione che verranno approvati durante l'Assemblea nazionale del popolo la prossima settimana, un trafiletto in basso a destra a pagina due del Quotidiano del popolo perché, come ha spiegato il portavoce del ministro degli Esteri alla stampa straniera, «è un fatto che riguarda esclusivamente il popolo cinese». E, a studiare più da vicino censura e propaganda, forse neanche quello.

CENSURA E PROPAGANDA. Censurati i termini «lunga vita», «ascendere al trono», «immortalità», «imperatore» , «due mandati», «Winnie the Pooh» e molti altri che nell'ormai consolidata neolingua dei neitizen cinesi alludono direttamente al presidente Xi Jinping, a Mao Zedong, alla Corea del Nord o alla storia dinastica del celeste impero. Disabilitate momentaneamente le sezioni commenti, i media di Stato si sono affrettati a ripubblicare un lungo articolo dell'agenzia di stampa governativa Xinhua in cui si raccoglieva la vox populi favorevole al provvedimento per concludere: «La gran parte dei funzionari e delle masse sperano che questa riforma costituzionale passerà». La versione in inglese del Quotidiano del popolo poi si è superata con un editoriale a firma del caporedattore Hu Xijin in cui si sottolinea come «la rimozione del limite a due mandati non significa che la Cina abbia restaurato la carica a vita per il presidente».

Il modello torna ad essere quello imperiale. Xi Jinping è l'uomo forte che deve debellare la povertà, riconvertire l'economia e sostituirsi agli Stati Uniti nell'ordine globale.

Maurizio Scarpari, sinologo

Sarà, ma gli osservatori non ne sono così convinti. Renzo Cavalieri, professore di diritto dell'Asia Orientale dell'università Cà Foscari, sottolinea come si tratti «del compimento di un percorso iniziato cinque anni fa con l'avvento di Xi Jinping alla presidenza della Repubblica popolare. Ma il progressivo accentramento di potere viene qui istituzionalizzato e lascia ancora più perplessi perché avviene nell'assenza di contro-poteri di un'autocrazia». Ma continua: «Viene assottigliato lo spazio di manovra degli interessi privati, a fronte di un rafforzamento del Paese sul piano internazionale che fa comodo a quegli stessi interessi. È qualcosa che in un'ottica estremamente pragmatica fa anche il gioco delle grandi aziende cinesi che contano sulla stabilità del paese e sugli interessi che sta costruendo all'estero».

INDIETRO DI 30 ANNI. Trema invece quella minoranza interna che ha avuto la possibilità di formarsi un'opinione politica, spesso fuori dal Paese. Le tendenze autoritarie di Xi Jinping «non ci rendono solo spaventati, ma disperati» avrebbe confessato al Financial Times «una persona molto vicina alla leadership cinese», aggiungendo che l'eliminazione del limite a due mandati «ci ha riportato indietro di trent'anni». Forse anche per questo alla notizia è seguita un'impennata delle ricerche su come «emigrare» negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda. Come documentano i trend di Baidu, il Google cinese, il picco si è subito esaurito. E infatti la ricerca sul motore di ricerca locale è stata quasi immediatamente bloccata.

"Emigrare" nei trends di Baidu, il Google cinese

Di fatto si chiude così l'era di aperture e riforme inaugurata da Deng Xiaoping con la Costituzione del 1982 che voleva proprio arginare le derive populiste dovute all'eccesso di personalismo di Mao Zedong. Come molta della classe dirigente di allora, compreso il padre dell'attuale presidente Bo Yibo, era stato epurato e rieducato nelle campagne durante la Rivoluzione culturale e aveva sofferto in prima persona quel «30 per cento sbagliato» delle politiche del Grande Timoniere. Era stato così che alla morte di Mao si era tacitamente convenuto che chi si fosse preso l'onere di guidare il Paese sarebbe stato un primus inter pares di una leadership collettiva che avrebbe «nascosto la propria forza restando in attesa degli eventi» come Deng aveva insegnato.

FINE DEL DENGHISMO. «Costruire i destini di un Paese sulla notorietà di una o due persone non solo non è affatto sano, ma è anche molto pericoloso», aveva quindi affermato l'architetto della nuova Cina quando aveva spinto al porte la terza generazione di leader guidata da Jiang Zemin (1992-2002). Quest'ultimo, come il suo successore Hu Jintao (2002-2012), hanno governato diligentemente per due mandati: il primo serviva a uscire dall'ombra di chi li aveva preceduti, il secondo a consolidare la lealtà di quei gruppi di potere che gli avrebbero garantito voce in capitolo anche una volta riconsegnate le redini del Paese. Ma quando nel 2013 Xi Jinping è arrivato al potere ha sparigliato le carte.

Souvenir con i ritratti di Xi Jinping e altri leader cinesi

Prima di tutto ha preso il controllo della Commissione militare e ha lanciato una lotta contro la corruzione senza precedenti che ha falcidiato gli antagonisti politici e gli ha assicurato il consenso delle masse. Ha riportato il Partito al centro del discorso pubblico e punito gli eccessi dei nuovi miliardari cinesi. Nel frattempo i titoli che gli sono stati conferiti non si contano più. Su tutti è stato proclamato hexin, «cuore» e «nucleo» di quella complessa piramide politica in cui Stato e Partito si sovrappongono: la Repubblica popolare. Pochi mesi fa il «pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» è entrato nella Costituzione ed ha inaugurato «il terzo ciclo dei trent'anni».

UN UOMO FORTE PER UN PAESE FORTE. Se il primo ciclo ha visto Mao Zedong prendere il potere e guidare la Cina fino alla fine della Rivoluzione culturale e nel secondo, sotto la guida di Deng Xiaoping, si è sperimentato il mercato dando vita al «socialismo con caratteristiche cinesi», oggi si mira a rafforzare il paese, facendo piazza pulita di ogni minaccia interna o esterna perché come Xi ha annunciato pochi mesi fa nel Congresso che ha ratificato il suo secondo mandato «il XXI secolo vedrà il capitalismo perdere fascino a favore del socialismo, guidato dalla Cina».

IL MODELLO IMPERIALE. «L'era dell'avvicendamento è finita», ci spiega Maurizio Scarpari, sinologo in pensione a cui dobbiamo gran parte delle pubblicazioni italiane sulla Cina. «Il mondo ai tempi di Trump versa in una situazione compless, e Xi Jinping è ben intenzionato a portare avanti le riforme sul fronte interno e l'ascesa della Cina sul piano globale. E il modello torna ad essere quello imperiale: un uomo estremamente forte che controlla più di 1,3 miliardi di persone, un esercito con un milione e 600 mila unità e un'economia da 11 mila miliardi di dollari. In questi cinque anni ha fatto fronte a corrotti e nemici politici, ora deve debellare la povertà, riconvertire l'economia e sostituirsi agli Stati Uniti nell'ordine globale. È evidente che per perseguire questi obiettivi ha bisogno di più di altri cinque anni».

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