Intersex Forum
17 Maggio Mag 2018 1239 17 maggio 2018

Alessandro, la storia di una persona intersessuale

La vita di chi ha un corpo con caratteri sia maschili che femminili: le operazioni non richieste, le curiosità morbose della gente. Il racconto nella giornata contro omofobia, bifobia e transfobia.

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Chi decide, quando apparentemente la natura non l’ha ben definito, il sesso dei bambini? I medici, un giudice, i genitori? E in base a cosa: alla tutela della loro salute o per rispondere alle aspettative sociali di chi pensa che si nasca sempre uomo oppure donna, senza che questo binarismo possa mai essere scalfito? «Nella mia vita», racconta Alessandro Comeni, «mi porterò sempre dietro questa rabbia qui, quella di non sapere come sarebbe stato il mio corpo se non fossero intervenuti dei medici con delle operazioni che io non ho chiesto. È una cosa che mi consuma».

L'INTERSESSUALITÀ. Alessandro Comeni è nato a Firenze il primo novembre del 1973 e oggi è uno dei principali attivisti del movimento intersex italiano. Le persone intersessuali sono quelle che, alla nascita, hanno caratteri sia maschili che femminili a causa di atipicità genetiche, particolari sviluppi del feto, parziale o totale insensibilità agli ormoni. È una condizione che riguarda, secondo uno studio pubblicato dal Netherlands Institute for Social Research nell’agosto 2014, uno su 200 nati vivi; invece secondo stime dell’associazione nord americana delle persone intersex, un bambino ogni 1.500 - 2.000 nascite, ma è appunto un numero difficilmente definibile per le difficoltà a perimetrare il campo – non esiste un consenso totale sulle sindromi e le casistiche da includere o meno – e perché nel computo vanno conteggiate anche le persone che, pur avendo alla nascita organi sessuali esterni ben definiti, possono scoprire solo da adulti, in caso di particolari esami, di avere all’interno del proprio corpo anche gonadi maschili, se donne, o anche femminili, se uomini.

LE TANTE VITE DI ALESSANDRO. Per altre persone, invece, l’ambiguità è evidente fin dalla nascita. Alessandro, a causa di una atipicità genetica definita mosaicismo, è nato con organi sessuali non conformi – cioè non perfettamente definibili come maschili, o femminili –e, dietro consiglio medico, ha vissuto una parte della sua vita come bambina, ha subito operazioni e terapie ormonali, ha vissuto una seconda vita come uomo e, anche in questo caso, è stato sottoposto alle pressioni di chi gli chiedeva di dare il suo assenso a nuove operazioni, a nuovi interventi per essere meglio definibile come maschio. Ma lui oggi è a suo agio con la sua identità e il suo corpo: di nuove operazioni non vuol sentir parlare e, anzi, vive come il maggior lutto della sua vita le pratiche subite.

Racconto la mia vita per una forma di attivismo, ma so quanto voyeurismo può nascondersi dietro la curiosità delle persone

Alessandro Comeni, attivista intersex

IL CONTROLLO DEI CORPI. La sua non è una storia isolata. Se accetta di raccontarla è perché, spiega, «capisco che sia un mezzo potente per portare alla luce una realtà poco conosciuta. Lo faccio come forma di attivismo, ma chi vive la mia condizione sa anche molto bene quanto voyeurismo possa nascondersi nella curiosità che le persone nutrono nei confronti delle nostre storie». Il nostro impegno, nel riportarla, sarà restare il più lontano possibile da curiosità morbose, nella convinzione però che vi sia un evidente interesse pubblico nel raccontare questa storia che è una storia di mutilazioni, di libere scelte e imposizioni culturali sui corpi delle persone, di decisioni dei genitori e di libertà dei figli. «Alla fine di tutto», sostiene Comeni, «è una questione di biopolitica, di controllo dei corpi, di società patriarcale».

OPERAZIONI NON VOLUTE. Secondo un report Onu, nel 2014 in Italia sono stati operati 34 bambini intersessuali per riportare la loro condizione alla polarità maschio-femmina, 23 di questi avevano meno di dieci anni. Si asportano gonadi maschili o femminili, si ricostruiscono con la chirurgia plastica peni o vagine, si somministrano pillole spesso senza dire ai diretti interessati a cosa servono, e perché. In alcuni casi si opera per ragioni mediche incontrovertibili – occlusioni dei condotti urinari, ad esempio – in altri con motivazioni più discusse e discutibili, come la necessità di prevenire lo sviluppo di cellule tumorali. In altri casi, infine, si interviene con operazioni che cambiano l’aspetto fisico dei genitali a tutela del benessere psicologico del bambino che, viene argomentato, uscirebbe sconvolto dal crescere come creatura ermafrodita, o non perfettamente maschile o femminile, in una società che non prevede vie di mezzo. «Così facendo», accusa Comeni, «si ripara a un deficit culturale della società, che è quello di non prevedere l’esistenza di persone intersessuali, togliendo a queste il diritto alla loro autodeterminazione e, infine, negando loro il diritto alla felicità, all’integrità del proprio corpo».

I "VERDETTI" DEI MEDICI. Alessandro nasce a Firenze nei primi anni Settanta. Cartelle mediche che ricostruiscano con esattezza la diagnosi fatta allora, non esistono: le ha cercate, ma gli è stato detto che sono andate perdute. Ai genitori, i medici riferiscono che la loro creatura è una femmina con genitali atipici e che per il suo futuro equilibrio è un bene che sia subito operata e che, quindi, venga cresciuta in tutto e per tutto come una donna, senza fare alcun accenno in futuro alla sua condizione.

Per anni si è intervenuto sui bambini convinti di poter plasmare la propria sessualità. Non è così

IL PROTOCOLLO MONEY. I medici non si muovono alla cieca e, anzi, le loro indicazioni sembrano seguire alla lettera il protocollo di John Money, un medico neozelandese che operò negli anni Cinquanta negli Usa. Secondo Money, un neonato operato nei primi mesi di vita e cresciuto secondo il sesso scelto, svilupperà un’identità di genere chiara e non traumatica. Il dato biologico è, per Money, irrilevante. Il caso più noto seguito da questo medico – e che meriterebbe un articolo a sé – è quello di David-Brenda, un bambino nato gemello e maschio e a cui per un errore medico a diciotto mesi era stato completamente ustionato il pene. David-Brenda, su suggerimento di Money, viene così cresciuto come bambina, accanto al suo gemello maschio e, secondo i report del medico, vive una crescita serena. Non è così, in realtà: anni dopo si scoprirà che, fin dagli otto-dieci anni, David-Brenda aveva sviluppato una forte resistenza rispetto alla sua identità femminile, fino a decidere, una volta adulto, di sottoporsi a un’ope- razione per assumere l’identità maschile e quindi sposarsi e diventare padre (adottivo). Sebbene non si trattasse di un caso di intersessualità, il caso studiato da Money è stato per anni il pilastro su cui si è costruita una teoria secondo cui entro l’anno “la porta del genere rimane aperta”, ovvero è possibile indirizzare una creatura verso uno o l’altro genere e che, anzi, è bene farlo in tutti i casi di intersessualità, in maniera da evitare traumi al bambino-bambina.

UN'INFANZIA DIFFICILE. Alessandro – e torniamo così alla nostra storia – subisce lo stesso trattamento, con una importante variante. La madre è una donna che ha fatto solo le elementari, ma che legge molto e si informa il più possibile. Impone così ai medici una condizione: sua figlia – perché questo era stato detto dai medici, che era una femmina – sarà cresciuta come bambina, ma le operazioni chirurgiche dovevano essere il più contenute possibile e mirate a non mutilare un corpo che ha gonadi sia maschili che femminili. Così viene fatto e Alessandro vive i primi anni della sua vita come bambina. Ha vestiti femminili, le vengono regalate prevalentemente bambole, assume ogni giorno medicine per una malattia che non sa quale è e che, in realtà, sono ormoni. Sa anche che quando gli altri bambini e bambine si appartano alle elementari per tirarsi giù le mutandine e guardarsi uno con l’altro lei non deve mai andare con loro. Non va in piscina con gli amichetti, quando più grandicella dorme dalla zia si cambia da sola, lontana dagli sguardi degli adulti. Percepisce una diversità, che però non riguarda solo il corpo.

Mi davano ormoni senza che io lo sapessi. Quando ho smesso, il mio corpo è iniziato a cambiare

Alessandro Comeni, attivista intersex

IL CORPO CHE CAMBIA. «Volevo giocattoli da maschio, questo me lo ricordo. Le bambole le mettevo sopra il cavalluccio a dondolo per giocarci al gioco dei cowboy. Mi ricordo che la pre-adolescenza è stato un dramma: quando i gruppi di amici si dividevano tra maschi e femmine, io tra le femmine non volevo stare, mi annoiavo. Sapevo, percepivo che in me c’era qualcosa di diverso, ma non sapevo cosa. Fino ai miei sedici anni che cambiarono tutto». Il corpo che cambia Nel 1990, muore la madre di Alessandro: «Lei era l’unica persona con cui mi sentivo a mio agio. Con tutti gli altri parenti percepivo un muro, forse perché sapevo che a loro dovevo nascondere il mio corpo. Ero così disperato che decisi di smettere le medicine che mi avevano detto dovevo prendere obbligatoriamente per la mia malattia misteriosa. Pensavo che così, finalmente, sarei morta anche io». «E ovviamente», continua, «non muoio affatto, ma il mio corpo cambia in una maniera che mi terrorizza: mi crescono i peli, accumulo grasso in parti del corpo dove prima non c’era, mi cambia la voce. Non avevo paura di morire, pensavo che pillole e iniezioni dovessero prevenire una forma di tumore, ma a quel punto avevo paura di soffrire troppo». Va così in ospedale, di nascosto dalla famiglia, e supplica i medici: «Ditemi cosa mi sta succedendo, ma non dite niente ai miei parenti o io mi butto giù dalla finestra».

FUGA DAI MEDICI. Qui inizia la seconda parte della vita di Alessandro e non è meno facile della prima. Anzi, ne è lo specchio riflesso: i medici lo visitano, eseguono esami. È un caso di studio. «Mi sottopongono a pratiche umilianti: io in una stanza con 20 medici tutti intorno a me, che osservano i miei genitali. Ed è la cosa più carina che posso raccontare, le altre le tengo per me». Come prima lo hanno inquadrato come femmina, ora i medici lo inquadrano come maschio. Bisogna operare – gli dicono – assumere ormoni maschili. Diventare un maschio al 100% e questo vuol dire – attenzione – avere organi sessuali che siano più simili esteticamente a quelli delle altre persone, anche se questo vuol dire andare a intervenire su una biologia già formata, intaccandone la sua precisa funzionalità. Conta, insomma, “somigliare” al resto dei maschi, più di tutelare la funzionalità del corpo. «E io però mi spavento, sono già stato operato, non voglio tornare sotto i ferri». Alessandro rifiuta una prima volta, a 17 anni, le operazioni di rimozione delle gonadi e dei caratteri sessuali primari femminili, ma assume un’identità prevalentemente maschile. Ha una nuova vita che si costruisce da solo passo dopo passo, ma ancora ha documenti da donna. Inizia a frequentare il movimento transessuale, simpatizza con le loro istanze, se ne fa portavoce in prima persona.

A 30 anni, per le cure, avevo il doppio di testosterone di un maschio di 16 anni

Alessandro Comeni, attivista intersex

LE PRESSIONI SOCIALI. A 30 anni, una volta ancora, le pressioni sociali dell’ambiente che lo circonda lo spingono perché abbandoni il suo stato mediano e assuma in pieno una identità e un sesso maschile. Sono pressioni legate anche al quadro giuridico italiano: il cambio di sesso sui documenti si può ottenere solo se viene diagnosticata una disforia di genere, sulla base di caratteristiche che ovviamente Alessandro non ha, essendo intersessuale; e viene quindi avviato un percorso medico-legale specifico. Riparte la giostra delle medicine, ma questa volta è l’ultima: «Ero sottoposto a trattamenti così sballati», racconta Alessandro, «che a 30 anni avevo il doppio di testosterone di un maschio di 17 anni: il testosterone introdotto dall’esterno con la terapia; più sia gli androgeni maschili che gli estrogeni femminili che il mio corpo naturalmente produce. Al posto del sangue praticamente avevo olio da motori. Non so come non sono morto, ma a quel punto ho detto basta».

GLI SGUARDI DEGLI ALTRI. Qui inizia la terza parte della vita di Alessandro, l’ultima, quella che continua ancora adesso. Alessandro oggi è un uomo con una bella barba brizzolata e occhiali squadrati, una compagna che non può sposare perché i suoi documenti sono al femminile (ma ora ci sono le unioni civili...), una grande abilità a confezionarsi da solo le sigarette con cartine e tabacco – più di una durante le due ore di intervista –, «un’identità prevalentemente maschile, ma una mia importante parte femminile che esiste, fa parte di me». Una persona, infine, con la capacità di raccontare con un certo distacco storie come questa: «C’è chi ti chiede “come sei attrezzato”, chi ti scruta con curiosità, chi vuole sapere se provi sia orgasmi maschili che femminili. Impari a rispondere a tono a tutti, ci fai l’abitudine».

Provo una grande rabbia e mi chiedo cosa sarebbe il mio corpo se non fossero intervenuti i medici

Alessandro Comeni, attivista intersex

LA VITA DI ATTIVISTA. Non gli abbiamo chiesto se oggi è felice – non sono cose che possono entrare in un articolo di giornale – ma rispetto al suo passato dice di provare «una grande rabbia, un grande desiderio di interrogarmi su come sarebbe stato il mio corpo sottratto alle decisioni dei medici. Io oggi sono sterile, e non so se lo sarei stato comunque se non fossi stato operato». Attivista per i diritti intersex, è di fatto attore e testimone di un movimento identitario che sta nascendo in Italia solo in questi anni. In Italia, ma non solo, conosciamo l’ermafroditismo nel mito classico, ma poco più.

IL DIRITTO DI NON SCEGLIERE. «Molti medici sostengono che le cose stiano cambiando, che non si opera più come una volta, ma io questa evoluzione non la vedo molto», spiega Alessandro che oggi è nel direttivo dell'associazione Certi Diritti. «Fare attivismo, oggi, vuol dire informare le famiglie, i medici, gli infermieri, spiegare loro che non si possono compiere operazioni chirurgiche su persone che non sono consenzienti semplicemente per adattare il loro corpo a una norma culturale. Tu lo sai, ad esempio, che molti uomini diagnosticati come Klinefelter (con peni di dimensioni considerate fuori la norma) a costo di ottenere un aspetto fisico “più accettabile” e maschile vengono sottoposti a stimolazioni ormonali che provocano sterilità? O che ci sono medici che consigliano a genitori che hanno avuto un figlio intersessuale di evitare – o addirittura interrompere – una seconda gravidanza? La biopolitica è questo: vuol dire definire culturalmente una norma ed eliminare, o correggere, chi è fuori da questa, in un processo che si auto-rafforza continuamente. Ci sono persone intersex che accettano per loro stesse la definizione medica di paziente affetto da Dsd, ovvero disturbi della differenziazione sessuale. Per loro è solo una questione di contrattare con la categoria medica i tempi e i modi di intervento sui loro corpi. Io penso che quella intersessuale non sia una patologia, mi considero un attivista per i diritti umani e credo che noi persone intersex dovremmo avere anche il diritto di “poter scegliere di non scegliere” tra l’essere o solo uomo o solo donna».

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