Il caso 9 Marzo Mar 2011 1944 09 marzo 2011

Divjak, l'eroe traditore

Chi è l'ex generale serbo conteso da Belgrado e Sarajevo.

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di Michele Esposito

Eroe per i bosniaci, traditore per i serbi, l'ex generale dell'esercito jugoslavo Jovan Divjak è stato arrestato lo scorso 3 marzo all'aeroporto di Vienna, su esecuzione di un mandato di cattura internazionale emesso da Belgrado.
L'accusa, per una delle leggende dell'assedio di Sarajevo, è quella di aver partecipato, nel maggio 1992 nell'attuale capitale bosniaca, nell'attacco a una colonna dell'armata jugoslava (Jna) nel quale rimasero uccisi una quarantina di militari.
DUE RICHIESTE DI ESTRADIZIONE. Non appena è circolata la notizia del suo arresto, Bosnia e Serbia si sono mosse immediatamente per ottenere l'estradizione di Divjak: Sarajevo, il 9 marzo, ha inoltrato ufficialmente la richiesta mentre Belgrado sta preparando la documentazione necessaria. Divjak, nel frattempo, dietro il pagamento di una cauzione di 500 mila euro, è stato rilasciato nell'attesa che l'Austria decida sulla sua sorte.

Le due facce di Dvjak, criminale e leggenda

Un cittadino di Sarajevo cerca di sfuggire ai cecchini durante l'assedio della città, durato dal 1992 al 1996.

In realtà, dietro la volontà dei due governi di avere Divjak nelle proprie mani ci sono sentimenti e finalità diverse. Per la Serbia, il cosiddetto 'generale buono' è un transfugo, un traditore della nazione che, nel bel mezzo del conflitto, passò dalla parte del nemico.
Per la Bosnia, il serbo Divjak, nato a Belgrado da genitori di etnia serba ma di origine bosniaca, è una vera e propria leggenda, la testimonianza vivente della giusta causa della nazione musulmana.
Figura a ogni modo controversa, Divjak nacque nel 1937 a Belgrado e ben presto intraprese la carriera militare, entrando a far parte dell'Armata juguslava e divenendo, negli Anni '80, Capo della difesa territoriale.
ANNI D'ASSEDIO. Poi, con lo scoppio della guerra, Divjak fu testimone degli attacchi dei serbo-bosniaci ai danni di numerose città musulmane della regione e, soprattutto, fu in prima linea nell'assedio di Sarajevo.
L'operazione di accerchiamento, cominciata il 5 aprile 1992, durò in totale 43 mesi, fino al 29 febbraio 1996. In poco più di tre anni, morirono circa 14 mila persone, in buona parte civili.
La città, tra il 1992 e il 1993, fu pesantemente bombardata. Le forze serbe avevano il controllo di alcune sue parti e alcune strade di Sarajevo furono soprannominate 'i viali dei cecchini': poteva essere fatale il solo attraversarle.
Fu allora che il generale serbo Divjak passò dalla parte degli assediati, unendosi alle armate bosniache-musulmane e distribuendo loro centinaia di armi leggere.

La vendetta di Belgrado sul «traditore»

Nel maggio '92, l'episodio di cui Divjak è stato incriminato: un convoglio dell'esercito jugoslavo, al quale, secondo l'accusa, era stata garantita l'uscita dalla città, venne attaccato in via Dobrovoljacka: i morti furono una quarantina, 73 i feriti e 213 i prigionieri.
Cinque anni dopo, a guerra ormai terminata, Divjak lasciò la carriera militare per dedicarsi totalemente alla Ong Education Builds Bosnia, fondata da lui stesso del 1994, attraverso la quale ancora oggi fornisce aiuto e borse di studio agli orfani di guerra e alle vittime della pulizia etnica.
IMPEGNO E SCRITTURA. Con il passare degli anni, è entrato a far parte di diverse associazioni, tutte dedicate alla ricostruzione 'sociale' della Bosnia e, nel 2004, scalò le classifiche editoriali internazionali con il volume Sarajevo Mon Amour, dedicato alla gente per la quale ora rischia di finire nelle prigioni serbe.
Lo scorso 4 marzo, infatti, l'ex militare è stato arrestato non appena ha messo piede allo scalo di Vienna, da cui sarebbe dovuto ripartire poi per Bologna. Un fermo che, a Sarajevo, ha scatenato l'ira della gente: migliaia di persone si sono radunate di fronte all'ambasciata austriaca in segno di protesta. E, secondo alcune fonti, sarebbe stato proprio il governo del cantone di Sarajevo a pagare la cauzione grazie alle quale Divjak è stato rimesso in libertà.
«LA GIUSTIZIA TRIONFERÀ». Non appena è uscito di prigione, ha ringraziato tutti quelli che lo hanno appoggiato, in Bosnia-Erzegovina ma anche in Serbia, dicendosi convinto che «la giustizia e la verità tronferanno». Ma la partita è ancora apertissima. «La Bosnia è stata presentata al mondo come un martire degli Anni '90 e la Serbia come l'aggressore ma si tratta solo di un'immagine politica», ha affermato il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic.
Del resto, Divjak è il terzo ufficiale bosniaco arrestato all'estero su richiesta del governo serbo. A tesimonanza del fatto che Belgrado non ha dimenticato il suo traditore.

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