Retroscena
19 Aprile Apr 2011 2020 19 aprile 2011

Campagna di Libia

Un piano italiano per salvare i civili. E vincere la guerra.

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Se la guerra è un inferno, gli angeli sono battelli a motore. Salpano dal porto di Misurata, la città demolita e isolata da sette settimane di assedio.
Ne arrivano troppo pochi per salvare 150 mila persone asserragliate in un labirinto di muri sventrati. E per gli uomini dell'equipaggio, operatori di organizzazioni umanitarie, decidere chi caricare è una crudeltà insopportabile.
L’Organizzazione internazionale per l’immigrazione (Oim) ha evacuato, a proprie spese, circa 5 mila lavoratori stranieri che erano rimasti intrappolati sul campo di battaglia. Ha affittato un traghetto greco e fatto un primo viaggio nel fine settimana del 15 aprile: ce ne sarebbero altri in programma, ma i costi delle navi salgono in vista di Pasqua e gli armatori non si fanno commuovere facilmente.
GLI STRUPRI COME ARMI. Eppure, di cose che tolgono il respiro ne succedono tutti i giorni. Con l’assottigliarsi delle truppe regolari, il raìs manda a combattere ragazzi sempre più giovani, poco più che bambini. Adolescenti vestiti da militari che muoiono a dozzine, sotto al fuoco nemico o di paura.
Per convincerli, Gheddafi promette loro soldi e donne. I primi li fornisce di tasca propria, le seconde vengono recuperate rastrellando casa per casa. Lo stupro di gruppo è l’ultima arma del Colonnello. Una triste consuetudine delle guerre, coadiuvata dal viagra di cui il regime ha fatto scorte.
I miliziani hanno abusato delle donne in ogni città del fronte, da Misurata a Ras Lanuf, con sistematica metodicità. Il copione è sempre lo stesso: prima tocca ai libici, poi ai mercenari dell’Africa nera.

Missione Eurofor: truppe scelte per sbarcare in Libia

Forse, però, si intravede una svolta. Il futuro della Libia è contenuto in un dossier lungo 61 pagine. Scritto a Bruxelles e discusso a Roma. Raccoglie le direttive per l’invio di reparti speciali, truppe di terra necessarie a sbloccare la guerra in stallo. Nome della missione: Eurofor, iscritta al capitolo azioni umanitarie.
L’intenzione, in effetti, è portare soccorso alla popolazione di Misurata, stretta in un assedio «medioevale» (copyright, Sarkozy-Cameron-Obama) dalle truppe di Gheddafi. Ma l’operazione, imprescindibile se si vogliono salvare i civili, potrebbe essere il cavallo di Troia con cui far sbarcare sul suolo africano i soldati scelti per invertire gli esiti del conflitto.
Nessuno conferma ufficialmente, ma le riunioni si susseguono. In un bunker romano all’aeroporto di Centocelle è riunito il Comando operativo interforze, la task force a guida italiana che sta studiando l’intervento. «La missione è chiarissima: l’Europa ha chiesto di pianificare un’operazione militare in supporto delle agenzie umanitarie», ha spiegato a Lettera43.it il maresciallo Luca Matera, portavoce del comando.
IN ATTESA DEL VIA DELLA UE. Il nome da ricordare è quello di Claudio Gaudiosi, ammiraglio e capo delle operazioni. Intorno al tavolo, insieme con lui, sono seduti 80-100 esperti del resto degli eserciti europei.
Gaudiosi ha ricevuto il mandato il 2 aprile e da allora fa la spola tra Bruxelles e Roma. «Gli aggiornamenti sono costanti e continuativi», ha precisato il militare. E soprattutto, l’ok a procedere potrebbe arrivare in qualsiasi momento.
Formalmente, alla data del 19 aprile, Gaudiosi è un capo a metà. Da 20 giorni studia dettagli per intervento bellico, di copertura alla missione umanitaria, le cui sorti dipendono però da qualcun altro.
«Non si muoverà nulla finché l’Europa non chiederà formalmente di farlo», ha detto Matera. E l’Europa, a sua volta, prima di autorizzare l’intervento attende il nulla osta del coordinamento per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha).
Valerie Amos, la reggente del dipartimento Ocha, tentenna. Sa bene che, al di là delle scelte lessicali, chiedere l’intervento di truppe speciali per garantire operazioni in difesa dei civili significa allargare il conflitto alle forze di terra. Quello cioè che era stato espressamente vietato dalla risoluzione 1973 votata dal Consiglio di sicurezza il 17 marzo.

Due battaglioni da 1.000 persone pronti a intervenire

Un aereo libico colpito da forze Nato (Foto Getty).

A Roma negano che ci sia qualsiasi intenzione di spostare il conflitto su un piano diverso da quello dei bombardamenti Nato. «L’Europa ci ha semplicemente chiesto di acquisire le informazioni necessarie a pianificare le operazioni per agevolare la missione di supporto ai civili», fanno sapere i bene informati.
Tradotto significa: le truppe devono sapere come muoversi, di chi fidarsi, chi combattere. Indiscrezioni parlano di due battaglioni da 1.000 persone. Il primo dovrebbe in effetti occuparsi solo di spianare la strada agli operatori umanitari; il secondo potrebbe camuffarsi sul terreno e imprimere una svolta alle operazioni che sono in stallo da settimane.
UN CORRIDOIO DALLA TUNISIA. Il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha confermato che esiste già una trattativa in corso con il regime per far arrivare aiuti ai civili. L’opzione sul tavolo è creare un corridoio che parta dal confine tunisino-libico, attraversi Tripoli e poi prosegua lungo la via Balbia fino a Misurata. Gheddafi dovrebbe garantire il passaggio della missione con un cessate il fuoco temporaneo, ma è chiaro che le promesse del raìs valgono poco. Un po’ perché finora non ne ha mantenuta alcuna, un po’ perché difficilmente lascerà avvicinare truppe ai propri obiettivi strategici. Ed è difficile pensare che le sue spie non sappiano che cosa possa nascondersi dietro all’intervento umanitario. Anche per questo, Amos da Palazzo di Vetro ha precisato che «si chiederà all’Europa di intervenire solo come estrema ratio».
Sarà, ma il via vai tra Roma e Bruxelles, le riunioni fiume in cui è blindato l’intero staff di Gaudiosi e lo scalpitare della Nato fanno pensare che la estrema ratio non sia poi così lontana.

Gli uomini rana di Gheddafi all’ingresso del porto di Misurata

D’altra parte, la situazione sul campo è disperata. Misurata, teatro di una battaglia feroce e ininterrotta da 50 giorni, è allo stremo. E il raìs vuole accelerare i tempi: terrorizzare la poca gente rimasta, spegnerne le energie residue. La caduta della città, crocevia di una guerra di avamposto che ricorda il secolo scorso, sancirebbe la vittoria del regime sull’Occidente. E oggi pare tremendamente vicina.
Misurata è un deserto, separata a metà da una linea immaginaria in cui si aggirano solo i fantasmi, o quelli che si apprestano a diventarlo. Da una parte sono schierate le truppe di Gheddafi, dall’altra i ribelli di Bengasi. Rispetto all’armata Brancaleone che contende al raìs Brega e Ajbadiya, i rivoltosi qui sono meglio addestrati ed equipaggiati: da settimane istruttori scelti fanno avanti e indietro dalla capitale della Cirenaica per portare loro munizioni e nuove forze.
Anche così, però, i militari dell’est poco possono contro la brutalità del regime.
CENTINAIA DI MORTI OGNI GIORNO. L’ultimo mostro contro cui devono confrontarsi i ribelli sono le cluster bomb, bombe a grappolo. Ordigni micidiali, che ne contengono altri al loro interno, programmati per esplodere in sequenza.
Le morti a Misurata si contano a decine ogni giorno, forse centinaia. Persone colpite dalle bombe, di Gheddafi ma anche degli Alleati che in teoria dovrebbero difenderli. Ci sono però anche vittime degli stenti: da settimane la città è senza luce e cibo. E gli uomini rana del Colonnello appostati all’ingresso del porto cercano di sabotare le navi con gli aiuti che arrivano dalla Cirenaica.

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