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SEPARAZIONI
21 Ottobre Ott 2012 0730 21 ottobre 2012

Divorzi, padri senza tutele

Perché la legge non aiuta i padri separati.

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Papà separati cui viene negato di stare per due giorni interi con un figlio piccolo perché non ritenuti all’altezza di cambiare un pannolino. Padri che si vedono contestato anche il diritto di andare a prendere a scuola la prole e lasciarla dai nonni durante le ore di lavoro. O anche casi estremi di uomini che, al rientro dal lavoro, si ritrovano con le chiavi di casa che non girano più nella toppa.
SITUAZIONI KAFKIANE. Situazioni kafkiane che si verificano quando c’è una separazione di mezzo e che sono state riportate in auge dal caso del bambino di Padova, conteso dai genitori e sottratto a forza da scuola dalle forze dell'ordine.
Salvatore Del Giudice, 32 anni, napoletano trapiantato a Roma, dopo nove anni di matrimonio è incappato in uno dei casi limite: «Era il 12 luglio del 2011. Al mio rientro a casa», ha raccontato a Lettera43.it, «ho scoperto l’amara sorpresa. Mia moglie aveva cambiato la serratura. Lei che per ben quattro mesi se ne era andata dai suoi genitori, lasciandomi solo con i bambini di uno e 10 anni. E, a maggio scorso, era addirittura sparita con i miei figli senza lasciare tracce».
BATTAGLIE LEGALI. Eppure, Del Giudice è felice: «Dopo un anno e mezzo di battaglie legali», ha spiegato, «ho ottenuto l’affidamento congiunto e vedo i ragazzi due volte a settimana. Non solo, ma loro stanno a casa con me per due weekend al mese».
Più che una casa, Del Giudice si è arredato una stanza: «Divido un appartamento con una coinquilina, dopo aver dormito in una macchina da quel fatidico 12 luglio fino a dicembre dell’anno scorso».
Impiegato presso una cooperativa di pulizie, con 900 euro al mese di stipendio e 250 euro di mantenimento, però, si reputa fortunato: «La madre dei miei figli non è riuscita a togliermeli. Ma è stata dura», si è sfogato, «non è giusto che noi padri dobbiamo sempre partire svantaggiati. La legge dovrebbe riconoscerci gli stessi diritti delle mamme».

Nell’80-85% dei casi, tocca ai padri lasciare la casa coniugale

Sempre alle prese con avvocati e sentenze, fanno a lungo la spola in tribunale per vedersi riconosciuto il diritto di stare con i figli.
Difficoltà legali che si intrecciano a inevitabili problemi economici in una spirale senza fine: è questo il copione comune a tanti papà divorziati. «Con la separazione è quasi automatico che le difficoltà economiche aumentino», ha spiegato a Lettera43.it Tiziana Franchi, presidente dell’associazione Padri separati (www. padri.it), «e che gli uomini si impoveriscano. Magari questo compromette la loro possibilità di avere una casa dopo aver lasciato quella coniugale e così diventa ancora più difficile vedere i figli. In questi casi, infatti, i diritti di visita si riducono».
SPESE PER IL LEGALE. Senza contare, poi, le spese per l’avvocato: «A differenza delle madri che hanno diritto al legale gratuito», ha sottolineato Franchi, «per i padri non è affatto scontato. Dipende dal reddito. Il problema, e qui sta il paradosso, è che magari la situazione economica e lavorativa può essere peggiorata rispetto alla dichiarazione dei redditi dell’anno precedente che fa fede per ottenere il patrocinio gratuito. E così si innesca un circolo vizioso di impoverimento senza fine».
IMPOVERIMENTO A CATENA. Dello stesso avviso l’avvocato cassazionista e vicepresidente dell’associazione Padri separati, Claudio Iovane: «I dati Caritas registrano un aumento di oltre il 15% di italiani in difficoltà e la stragrande maggioranza è rappresentata proprio dai papà separati».
Iovane traccia una mappa della vasta gamma di problemi legali e di vita in cui piombano gli uomini con una separazione in corso. La prima questione che si trovano a dover affrontare riguarda l’allontanamento dalla casa di proprietà o comproprietà «con tutto il carico di sofferenze legate al distacco e magari al mutuo che grava ancora sulle loro spalle».
Nell’80-85% dei casi, infatti, «la dimora è assegnata alla madre e, quindi, ai padri tocca lasciare la dimora coniugale». Ciò capita perché «nove volte su 10 i figli sono affidati alle madri».

L'affido condiviso non funziona perché i problemi tra i coniugi restano invariati

Il collocamento del minore, l’assegnazione della casa coniugale, i tempi e le modalità delle visite (sia quelle ordinarie sia le vacanze) e il contributo di mantenimento sono tutti provvedimenti decisi dal giudice nella prima delle due fasi della separazione, quella che precede il processo ordinario. Ed è già in questi momenti iniziali della pratica che i padri entrano in affanno: «Quella della separazione», ha aggiunto Iovane «è una vera disgrazia che condanna i papà senza possibilità di ritorno».
Come se ne esce? Il problema, secondo il legale, «esiste in tutta la sua gravità e finché il giudizio sulle separazioni rimane regolato da profili patrimoniali ed economici, tali questioni rimarranno insormontabili».
RICORSI DIFFICILI. C'è, tuttavia, la strada dei ricorsi, come ha confermato l’esperto: «È possibile impugnare i provvedimenti presidenziali (si chiama così la prima fase della separazione, ndr)».
Salvo, però, aggiungere: «I reclami si possono fare di fronte a degli errori di valutazione evidenti. Nella maggior parte dei casi, comunque, non sortiscono grossi successi».
Lo stesso affido condiviso, regolamentato dalla legge 54 del 2006, a sentire l’avvocato, non è affatto una soluzione nelle separazioni: «È come un manichino a cui è stato semplicemente cambiato il vestito perché i problemi tra i coniugi restano invariati a causa dei comportamenti quasi sempre poco collaborativi e ostruzionistici del genitore che ha ottenuto l'affidamento del figlio».
IL PROBLEMA DELL'OSTRUZIONISMO. E il caso di Del Giudice, da questo punto di vista, è emblematico: «Io continuo ad avere problemi legali. Se nei due giorni a settimana stabiliti per vedere i miei figli ritardo anche di 10 minuti nel riaccompagnarli a casa», si è sfogato, «scattano le telefonate di mia moglie che minaccia di denunciarmi».
A dimostrazione, ha evidenziato il legale, «che le crisi di coppia dovrebbero essere affrontate prima di arrivare alle pratiche di separazione, magari con una mediazione».

Il contributo di mantenimento crea un esercito di nuovi poveri

Ma l’elenco delle questioni legali e, quindi, economiche, che gravano sulle spalle degli uomini separati non finisce qui. Un grosso problema, infatti, rimane quello del contributo di mantenimento (sempre disciplinato dalla legge 54/2006 che ha modificato l’articolo 155 del Codice civile): «Anche se, nella prassi», ha subito spiegato Iovane, «più che il contributo è l’assegno a farla da padrone. Sebbene la norma lo contempli solo ‘ove necessario’».
Tutto questo accade perché «la giurisprudenza ha maturato negli anni il timore che il coniuge che non ha il collocamento del minore possa non prendersene cura. Ecco perché un’applicazione residuale è diventata quella principale».
PARAMETRI POCO FUNZIONALI. Dalla condizione reddituale ai tempi di permanenza, sono tanti i parametri in base al quale un giudice fissa il valore del mantenimento, «ma in linea di massima corrisponde a un terzo o un quarto del reddito del genitore».
Si stabilisce in base a vari parametri (condizione reddituale, tempi di permanenza) e va a gravare anch’esso sulle spalle dei padri separati.
Ecco perché, secondo Iovane «un impiegato con 1500 euro di stipendio al mese entra ineluttabilmente a far parte dell’esercito dei nuovi poveri. Per questo motivo, per esempio, ci sono clienti che si sono fatti due conti in tasca e hanno deciso di rinunciare alla separazione. Hanno, insomma, preferito continuare a dividere la casa con una donna che magari li ha traditi, pur di non perdere un tetto sulla testa».

Le esecuzioni seguono le stesse regole degli sfratti. Ma in mezzo ci sono minori

Un fermo immagine del video che ritrae i poliziotti mentre prelevano da scuola il bambino di Padova.

Anche Marco, romano di 53 anni, un lavoro nel campo della comunicazione, ha resistito in casa per un anno. Non per una questione economica, però: «Per stare vicino ai bambini», ha detto a Lettera43.it. Dopo 20 anni di matrimonio, nel 2002 lui e sua moglie hanno dovuto optare per la separazione «ma inizialmente solo per tutelare i nostri beni e la nostra famiglia, in seguito a un atto di pignoramento risalente agli Anni '70 e di cui non sapevo nulla».
Peccato però che, da strada obbligata, la pratica si sia ritorta contro Marco: «A due settimane dall’inizio della separazione e dopo aver deciso l’assegno di mantenimento a mio carico di ben 1000 euro mensili su 1800 di stipendio, più il 50% delle spese sportive, sanitarie e scolastiche dei bambini, mia moglie mi ha sbattuto fuori casa».
BATTAGLIA LEGALE. E ora Marco, che ha alle spalle tre anni di cure psicologiche, sta portando avanti la sua battaglia legale: «Ho già cambiato tre avvocati. Ma non mi arrendo. Ho presentato ricorso per rivedere gli accordi economici stabiliti nel 2002».
Prima di arrivare alla fase processuale vera e propria, «che è l’ultima tappa dolorosa per i papà. Una vera lotta contro muri di cemento che nella migliore delle ipotesi si conclude in pareggio», come l’ha definita Iovane, c’è ancora un altro momento delicato da affrontare: l’esecuzione dei provvedimenti.
VORAGINE LEGISLATIVA. «In questo campo», ha tuonato il legale, «non c’è un vuoto legislativo, bensì una voragine». In pratica, «le esecuzioni seguono le stesse regole dei pignoramenti o degli sfratti. Il problema è che qui abbiamo a che fare con i minori o comunque con padri e madri che sono soggetti di diritto e non beni o cose materiali. Ecco perché», ha concluso l’avvocato, «occorrerebbe una rivisitazione organica del diritto di famiglia, insieme al superamento, una volta per tutte, dei pregiudizi nell’applicazione delle norme».

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